La casa discografica di Monaco di Baviera da quattro decenni è punto di riferimento del jazz mondiale. Dietro il suono, la filosofia del fondatore Manfred Eicher
Ecm, Editions of contemporary music. Un nome che è ben più di un’etichetta. Tre lettere che da quarant’anni, appena celebrati, fanno pensare al marchio di garanzia di un prodotto di prestigio, come il sigillo Doc sui vini d’alta qualità, oppure a una formula chimica, dietro la quale si celano alchimie segrete e inarrivabili. Il successo della Ecm è tutto in un nome e un cognome, Manfred Eicher, fondatore ed anima della casa discografica dal 1969 ad oggi, sempre con l’orecchio rivolto al suono contemporaneo e lo sguardo fisso sul futuro. Un’incessante opera di ricerca e di ampliamento delle frontiere musicali, iniziata con Free at last di Mal Waldron, primo lavoro pubblicato. Da quello strano e innovativo disco, sarebbe partita una lunga avventura che avrebbe scoperto e solcato nuovi territori geografici e artistici, inglobando in un’unica attenta ideologia produttiva le caratteristiche degli artisti coinvolti, ma anche le suggestioni non musicali provenienti dai più svariati campi. Ai numerosi riferimenti filmici, pittorici e fotografici, selezionati e rielaborati dallo stesso Eicher, si deve quell’identità estetica che troviamo puntuale in ogni artwork e che da sempre rende riconoscibile il marchio Ecm. Tante ispirazioni, da Antonioni a Bergman, passando per la nouvelle vague, poi riversate con cura nella delicata arte dell’incisione.
Nel tempo, a creare quello che è stato definito “The most beautiful sound next to silence”, hanno contribuito nomi divenuti presto stelle, come Keith Jarrett e Pat Metheny, echi lontani e inediti come il sassofono del norvegese Jan Garbarek o l’oud del tunisino Anouar Brahem, e ancora Egberto Gismonti, l’Art Ensemble of Chicago, Bill Frisell, Chick Corea. E le più illustri intelligenze del jazz italiano, da Enrico Rava a Paolo Fresu, da Stefano Battaglia a Stefano Bollani. Una compagine artistica sterminata che va da Nord a Sud, da Est a Ovest, dalla terra al cielo, tenuta insieme dall Stella polare Ecm e dal timoniere Manfred, uno scienziato dal cuore caldo e con poche necessarie certezze, che vanno aldilà e più a fondo di qualsiasi fantomatico “segreto” del suono Ecm. Su tutte, il silenzioso patto fiduciario che coinvolge lui, la casa discografica, l’artista e il pubblico. «La cosa più importante è garantire continuità di segni e di segnali - spiega il discografico tedesco in uno degli incontri organizzati in Italia dall’Ecm per il quarantennale -. Tra chi fa musica e chi l’ascolta deve esserci fiducia reciproca per costruire un vero rispetto, elemento che, essendo anche musicista, conosco bene». Scelte rigorose, attenzione ad ogni aspetto produttivo, tradurre il carisma degli artisti in suono e rendere quel suono universale. Un’impresa proibitiva che non perde colpi, posizionandosi decisamente agli antipodi del famelico supermercato discografico. Prova ne è la posizione controcorrente nel reclutamento dei musicisti: l’etichetta non impone contratti di esclusiva. Ognuno è libero di andarsene quando crede. Se l’artista si riconosce nell’ampio progetto Ecm e nel comune spirito che è alla sua base, rimane, come hanno scelto di fare in passato Garbarek o Jarrett, anche rifiutando ingaggi più sostanziosi. La sostanza, artistica, l’hanno invece trovata a casa Eicher, un «musicista che suona i musicisti», come è stato definito. Iniziato alla musica sin da piccolo (sua madre era cantante), cominciò il proprio percorso studiando all’Accademia di Berlino, lavorando poi nel campo della classica con poche ma decisive produzioni per la Deutsche Grammophon e suonando con la Berlin Philharmonic per un periodo. L’orchestra però non era il suo genere e sulle sue doti di interprete prevalsero quelle di ascoltatore. Influenzato in particolare dal rivoluzionario bassista americano Paul Chambers e ottenuto un prestito di 16.000 marchi, avviò la lunga storia di ricerca chiamata Ecm. Una visione del jazz basata su un ascolto di tipo classico, lontano dalle musiche popolari, di ordine aurico e orientata alla western classical music.
Centinaia le produzioni simbolo della filosofia Ecm: titoli, nomi, immagini che si intrecciano negli anni e vanno a formare, più che il catalogo, quasi la biografia di un’etichetta. «Free at last, il primo disco - racconta Eicher -, sta a significare, sin dal titolo, il sentirsi finalmente liberi da obblighi. Rappresenta l’inizio di una fase esplosiva che si apriva negli anni ‘70. Tanti giovani musicisti, pronti a colmare il vuoto del decennio precedente. Nel 1984, è invece il tempo della Tabula rasa, il lavoro di Arvo Part che dava avvio ad una nuova serie di incisioni. Questi due album rappresentano e riassumono le zone in cui mi muovo. Da una parte la necessità dell’improvvisazione, dall’altro il rigore della musica composta». Due forme estreme di scolpire suoni nel silenzio, ma con una comune matrice e ispirazione. E nel prossimo futuro, l’Ecm procede su un sentiero lontano da quello tradizionale del mercato e nel rispetto di chi sa la differenza tra sentire e ascoltare. Lo confermano le pubblicazioni in uscita a breve: ristampe in vinile di pietre miliari dell’etichetta tedesca. di Diego Carmignani 5 febbraio 2010
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