All’India di Roma l’ottima messinscena di Claudio Autelli del dramma di Shakespeare
Lo prova Orson Welles che si può montare la scena dell’assassinio di Roderigo in un bagno turco perché non arrivano i costumi, trasformando un impedimento in un’idea eccezionale. Allora, si supponga che i mezzi produttivi a disposizione del trentenne regista Claudio Autelli per allestire il suo Otello (singolare assonanza fra il nome del metteur en scène e il titolo del dramma), fossero modesti. Autelli ha proceduto in questo modo: prendendo la magnifica traduzione di Salvatore Quasimodo, ha concentrato tutto il dramma shakespeariano (all’India di Roma) in cinque personaggi - il Moro, Desdemona, Jago, Emilia e Cassio - e in un’unica situazione d’un banchetto di nozze. A questo punto, per pura coerenza, succede che Desdemona durante tutto lo spettacolo, e fino all’uxoricidio, resta in abito nuziale. Figura drammaticissima, quindi, perché la sua immutabilità continuamente contrasta con il progredire implacabile della tragedia. La modernità di questa versione di Otello sostanzialmente sta qui: nessuno si muove se non fisicamente, nessuno cambia nemmeno d’abito, i cinque protagonisti vengono fotografati come in una sorta di fissità dell’anima, eppure tutto avviene. Questa immobilità che muove le cose degli uomini permette di osservare con maggior precisione la natura profonda delle relazioni che intercorrono fra i vari personaggi; quindi non solo la proverbiale gelosia di Otello ma anche l’invidia di Jago, l’inconsapevolezza di Cassio, la sottomissione di Emilia. La sposa naturalmente è l’innocenza, la prima a morire perché l’innocenza può essere una virtù, una condizione interiore da preservare nella sua purezza, giammai uno strumento di azione nel mondo. Il dramma di Desdemona la sfortunata sta nella contraddizione fra ciò che ella vuole essere, simboleggiato dal vestito bianco, e ciò che sarebbe costretta a diventare nel caso non volesse soccombere. Autelli sembra dire in sostanza, o comunque induce lo spettatore a pensare che Otello è una tragedia dell’immobilità. La sua bravura di regista è nel detenere una propria interpretazione e nel verificarla sulla scena fino alle sue ultime conseguenze.
Ci si può sbizzarrire nella ricerca di riscontri a questo modo di osservare lo spettacolo, anche perché la messinscena si presenta ricca di immagini teatrali. Per esempio, la splendida idea del fazzoletto, che qui sono tanti e appaiono uno dietro l’altro sempre più grandi fino alla dimensione di tovaglia, a mostrare l’inalterabilità dell’ossessione del Moro. E i bicchieri dai quali senza sosta i commensali bevono, come bloccati in un unico gesto; gli sposi che si presentano in una fissità da pupazzetti sulla torta nuziale; i girotondi attorno alla tavola del banchetto (perché chiusi in un solo destino sono i personaggi). Bei momenti di teatro sono i pugni a Otello con i quali Jago accompagna la sua parola calunniosa nei confronti della sposa; e la morte per impiccagione a dei palloncini che s’involano tirando leggermente la corda al collo di Desdemona.
Scelta giustamente Irene Serini per la sfortunata, dal volto moderno e dal recitare leggermente lezioso a dare spessore al candore sprovveduto del personaggio. Francesco Villano è l’Otello imperioso ma istupidito dall’ossessione frenetica, e ben fatto lo Jago di Lino Musella, intrigante e mellifluo, nonché l’Emilia di una Matilde Facheris capace di dare grandezza drammatica a un carattere meschino. Di fronte a tutto ciò, certa citazione al Carmelo Bene che usava il microfono è inutile e controproducente. di Marcantonio Lucidi 5 febbraio 2010
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