Fine della luna di miele tra Obama e i suoi elettori: la sconfitta in Massachusetts ne è il simbolo. Un anno dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, il presidente perde colpi. Ma può ancora farcela di Emanuele Bompan
Inizia il secondo anno dell’era Obama. Dodici mesi fa erano la folla oceanica davanti al congresso, il ballo di gala con Michelle, le lacrime sui visi screpolati dal freddo, la speranza per un futuro migliore. Era il momento delle illusioni, dei sogni semplici da raggiungere, degli slogan. Gli americani vedevano con serenità il cambiamento che li avrebbe traghettati lontano dalla crisi, dall’odio globale prodotto dall’imperialismo dei Bush e dagli squali della Corporate America, dall’ignavia nei confronti dell’ambiente. «Sembrava tutto semplice, allora», ricorda con mestizia un’amica di Madison, nel Wisconsin. «Per un secondo ci eravamo dimenticati della complessa politica di uno Stato potente e controverso come gli Usa». Oggi i sondaggi sono spietati: Obama, secondo il sondaggista Rasmussen, è sotto la soglia del 50 per cento del gradimento. Il dato più basso nella storia recente dei presidenti americani alla fine del primo anno, soprattutto dopo essere partito da un solido 70 per cento. L’elemento che pesa più di tutti sull’operato di Obama è ovviamente l’economia. Sebbene i suoi spin doctor abbiano incolpato i repubblicani per l’attuale situazione, a un anno dal suo insediamento gli elettori additano mr. president come l’unico responsabile per un’economia che stagna e che vede la disoccupazione sopra il dieci per cento.
Dal punto di vista dell’operato economico, la Casa Bianca è riuscita a dare il peggio e il meglio di se stessa. Da un lato ha restaurato, grazie al ruolo di economisti come Paul Volker, di ministri come Hilda Solis (Lavoro) o Steven Chu (Energia) e di congressman come Russ Feingold, i controlli sul sistema finanziario e sugli istituti di credito, mentre è stato rinvigorito l’intervento statale, al punto che commentatori di mezzo mondo si sono sbracciati per annunciare il ritorno in America dell’economia keynesiana. Dall’altro, attraverso figure discutibili come Larry Summers e Timoty Geithner, vicini all’entourage di Goldman Sachs e Citibank, ha “salvato” il mondo di Wall street (e l’economia finanziaria globale) iniettando 700 miliardi di dollari nelle banche per evitare il collasso. Quando poi ha provato a regolamentare il settore, questo si è ribellato riversandogli contro tutta la sua potenza di fuoco pur di difendere i propri privilegi e i super bonus. A giudicare dai risultati in Massachusetts, sembra proprio che abbiano colpito il bersaglio. Eppure, anziché apparire come un riformatore, per gli elettori è diventato il «liberal di Wall street», l’uomo forte delle banche. Una fetta consistente di centristi ha tolto il proprio sostegno a Obama per aver fatto più per la finanza che per i lavoratori e i dirigenti delle piccole imprese. Una provvida difesa su questo tema viene però da Richard Trumka, leader dei sindacati Afl-Cio: «Sebbene perduri il primato dell’economia finanziaria e creditizia su quella reale, è errato affermare che la Casa Bianca non abbia fatto nulla per operai, commercianti e piccoli imprenditori.
L’American recovery and reinvestment act (Arra), il fondo di public spending da 800 miliardi di dollari, è un processo complesso che richiede tempo per funzionare veramente. Obama dunque deve cercare il riscatto incassando in economia i successi che gli spettano e continuare quel capolavoro di taglio agli sprechi che sta portando avanti grazie all’uso massiccio dell’e-government, la gestione online di budget e burocrazia. Se il campo di battaglia dunque è la percezione del suo operato - più che i fatti reali- le truppe a disposizione sono formate dalla sua squadra di comunicatori e spin doctor. A questo scopo ha fatto rientrare nel team che lo accompagna lo stratega della sua campagna elettorale David Plouffe mentre, come si è visto nel discorso all’Unione del 26 gennaio, il welfare è tornato a essere la linea principale della sua politica e immagine iconica del suo mandato. Dal punto di vista politico, Obama sta rafforzando l’ala Volker, la corrente degli economisti reali keynesiani, per contrastare Wall street e mostrare agli elettori come la Casa Bianca cerchi di distanziarsi dalle lobby di Washington. Quando nei prossimi mesi si potranno tirare le prima vere somme dell’Arra, i cittadini vedranno gli effetti dei tagli fiscali operati dal Tesoro sui ceti medi. Allora il presidente potrà tirare fuori argomenti di rilievo per riguadagnare consenso. Il lato oscuro di Obama rimane invece la politica estera, dove il vero ruolo decisionale è affidato a falchi come Hillary Clinton e Robert Gates. Uscire dal pantano afgano è difficile ma potrebbe risultare vincente la strategia del generale McCrystal: includere i taliban nel governo di Kabul e lavorare soprattutto sulla ricostruzione. Guantanamo rimane al suo posto e il militarismo Usa rimane fuori discussione, nonostante Obama a parole si prodighi in ogni luogo - memorabile il discorso del Cairo - per cambiare l’immagine dell’America nel mondo. Così però rischia di perdere il supporto del movimento contro la guerra. Acque incerte sulle sponde del Pacifico, vero nuovo asse geopolitico del XXI secolo. La Cina rimane distante anche se, nonostante diverbi su questioni come clima e libertà d’informazione, i G2 hanno capito che il loro futuro economico è inestricabilmente legato.
Il vero nodo per Barack Obama ora sono i cambiamenti strutturali del Paese. Persa maldestramente la maggioranza al Senato, la tanto attesa riforma della salute e quella dell’ambiente verranno inevitabilmente annacquate o addirittura accantonate. A tirare le somme dell’Obamacare potrebbero essere le lobby, siglando un accordo bipartisan con vantaggi di ogni tipo per l’industria della salute. I Democratici salverebbero almeno la faccia. A pagare il prezzo della mancata riforma dell’ambiente invece saremo noi tutti, visto che potrebbe sul lungo termine compromettere i negoziati post Copenhagen sul cambiamento climatico. Chi potrebbe complicare ancora più il cammino di Obama sono le varie confessioni religiose, ultimamente messe in sordina dalla stampa Usa, che potrebbero dare battaglia, visto che sempre più credenti mal tollerano le aperture verso libertà civili come aborto e matrimoni omosessuali. Un dedalo complesso, quanto fragile, quello da attraversare per giungere alla vittoria delle elezioni di medio termine. Giornali come Financial Times e Wall Street Journal vedono già la sconfitta dei Democratici. Ma Obama ha ancora carte da giocare. Deve - e può - far capire che operare nelle maglie della democrazia americana significa accettare la mediazione con l’ala moderata dei Repubblicani, ottenere il supporto delle lobby e non dimenticare i gruppi di pressione della società civile, di cui le confessioni religiose sono una componente di rilievo. Il compromesso è una porcheria ma in un’America che deve ancora capire che è tempo di virare verso un capitalismo di stampo riformatore e keynesiano, verde e non-imperialista, persino “l’inciucio” è un passaggio obbligatorio. Le rivoluzioni da queste parti, del resto, non le vedono più di buon occhio dal 1783. 29 gennaio 2010
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