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Un colpo d’ala di memoria Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Non so perché rivedo ora la terza settimana di gennaio che si concluse con l’articolo, 2010: un anno diverso. Forse perché è impossibile fare un’immagine dal ricordo del suono delle voci che udii sempre diverso, dal lunedì all’ultimo minuto della seduta di psicoterapia di gruppo di giovedì. Oltre nascosto nella composizione delle lettere che facevano parole diverse, c’era un ritmo che, nel primo pomeriggio salendo da largo Argentina, mi tormenta le orecchie come se la pelle del tamburo percossa fosse le mie membrane del timpano. Ma, forse, c’è l’immagine invisibile che canta la stessa musica di una canzone dalle parole diverse. “Sto bene”, ripetuto più volte, raggiunse l’acuto più alto quando sentii la frase “mi è passata la depressione”. Lo avevo già sentito uguale, dalla voce di una ragazza il 14 aprile 2008, dopo il crollo elettorale dell’ “Arcobaleno”. Ed il ricordo divenne memoria e pensiero. Era la fine di novembre 2007 ed il lunedì successivo all’articolo Composizione udii la frase: “Non ho capito, ma sto bene”. E subito ci fu la mia reazione che disse: “Vediamo il perché!”. Ma, presto, la vecchia ragione sparì per ritornare nella tomba dove era stata seppellita dalla scoperta che l’ “inconscio” non era un animale pazzo. E la parola dell’antica medicina del corpo, etiopatogenesi, si frammentò in mille ricerche, ricordi, piccole e grandi logiche. Ma come le cicogne nere del Portogallo, girarono in tondo ritornando al lunedì precedente con i ricordi coscienti che diventarono colombe imbalsamate. Forse tristi per non essere riusciti a vedere l’etiopatogenesi della frase “stare bene”, lasciammo fluttuare l’altra memoria che dipinse qualcosa in un sogno raccontato nel settembre precedente, “Facevo, in piscina, una capriola”.
Pensai ai mesi e settimane precedenti, ricordai l’Auditorium e le migliaia di persone, e marzo quando comparve quello che ha il soprannome di “quarto libro”, con una edizione e copertina nuova. Ed il pensiero andò un po’ nel tempo precedente e, forse perché sorto dalla realtà biologica, si mise a contare i nove mesi, e la fantasia vide una gravidanza di quaranta settimane a partire da gennaio 2007. Pensai alle parole anno nuovo e ricordai che dissi che avrei pubblicato i libri con una copertina nuova. Ma poi pensai anche al gennaio 1976 quando la ragazza raccontò, per la prima volta, il sogno nell’Università pubblica ed iniziarono le interpretazioni e la ricerca e svelamento del pensiero latente, che non era “ricordo cosciente rimosso”. Fu una separazione totale da un pensiero che aveva visto soltanto coscienza e ragione. E la parola separazione mi presentò anche il figlio che, nel gennaio 1980, disse il suo nome: Bambino, donna e trasformazione dell’uomo. Era il nominato quarto libro che avevo scritto, dopo quattro anni, da quando avevo accettato la sfida di una donna che mi chiedeva di non fuggire ma di rispondere e cercare insieme il pensiero da sempre sconosciuto. Anche se la parola “insieme” trasformò spesso le sue lettere in frecce avvelenate, non ero più solo.

Vennero in tanti forse curiosi, forse con una speranza. C’era stato il ’68 il cui entusiasmo si era dissolto un anno dopo, perché non era nato il legame con la massa operaia. C’era stata la festa e la liberazione di Woodstock; sembrava la farina di un pensiero fatto da una mente nuova ma non si fuse all’acqua; sparì nel terreno perché veniva dal cielo ed era neve. Ma sono certo che io avevo, nel fondo del pensiero senza coscienza, le parole di Marx che, trasformate nella fantasia che aveva fatto dell’immagine un’identità, fecero un comportamento di studio e di ricerca sulla realtà umana codificata sempre inconoscibile perché spirituale. “Chi è dolorante per l’oppressione e lo sfruttamento e soffre la fame ed il freddo, non ha bisogno della libertà”. Ma un pensiero che aveva un rapporto con la realtà umana senza fatuità, generò un figlio nuovo che diceva: “Oltre l’amore cristiano che allevia la sofferenza del corpo, è necessario un interesse per l’altro essere umano che lo spinga a realizzare la sua identità, oltre la soddisfazione dei bisogni”. Sapevo, da tempo, che le realtà umane da relegare all’accessorio ed al secondario erano le identità di una umanità non vera, ovvero quelle religiose e razionali che avevano rapporto soltanto con la veglia e la coscienza. Avevo visto che era possibile una identità umana senza scissione tra veglia e sonno, perché avevo letto dentro l’anima della parola trasformazione che, con voce lamentosa diceva “non è vero che l’essere umano può tornare ad essere bestia. È la malattia della mente che gli fa perdere l’identità della sua nascita che lo fa umano. Non è vero che si può trasformare il corpo, soltanto la mente diventa diversa per sparizione della proprie realtà interiori di rapporto con gli esseri umani. Allora il pensiero diventa diverso e nuovo, quando ricrea senza rendersi conto, la capacità di immaginare della nascita fisiologica e vede le cose invisibili della mente, che prima non sapeva esistessero”.

A quel tempo i mille e più mille, che vennero nel luogo dove si interpretavano i sogni, stavano molto male. Non era la scuola di Pitagora, non era il tempio di Eleusi. C’era un medico, specialista in neuropsichiatria, che lo Stato moderno aveva autorizzato a fare psicoterapia. Ed anche se alcuni giornalisti e uomini di cultura lo nominarono, stupidamente in modo monotono e noioso guru, come se fossi un fachiro indiano; anche se si può pensare, ridendo, che mi ero messo su un tappeto di chiodi, in verità egli faceva clinica psichiatrica, intuendo e scoprendo la dissociazione nascosta nel pensiero e nel comportamento cosciente. Avevo cercato l’etiopatogenesi della scoperta di Bleuler della schizofrenia che aveva cancellato la demenza precoce di Kraepelin che significava incurabilità, e distinsi la parola di uso comune indifferenza, dalla anaffettività. E sapevo che il virus invisibile che determinava la perdita della realtà cui la parola affettività alludeva, era la pulsione di annullamento. Ed era l’opposto della realtà della nascita umana. Come, alla nascita, la pulsione di annullamento, nella misura in cui la realtà biologica è vitalità, fa la capacità di immaginare che è pensiero, così tristemente al contrario, la perdita della vitalità fa la pulsione di annullamento che, a sua volta, annulla la vitalità. Narciso non fa più l’immagine interiore di se stesso e non si riconosce allo specchio, come gli animali che hanno percezione e rapporto soltanto con la realtà materiale. E, nel settembre 2007, vidi che la capriola parlava della ricreazione della nascita.

A quel tempo, con il ’68, il crollo delle identità religiose e razionali fece la depressione e la dissociazione, perché gli esseri umani non trovarono la capacità di immaginare un nuovo che sarebbe stato la ricreazione della propria nascita. Vennero e stavano male perché la libertà del comportamento non fu libertà del pensiero. Molti che provarono a realizzarla espressero dissociazione mentale e di comportamento. Dichiararono la libertà della sessualità e del desiderio e… il desiderio e la sessualità umana non c’erano. Liberarono l’anaffettività dei rapporti interumani che regnò sovrana. Pensiero religioso e razionale dominò incontrastato. Scrissi subito la teoria della nascita umana che non era soltanto biologia verificabile con i sensi e la ragione. Dissi che esisteva un invisibile che era la nascita del pensiero dalla realtà biologica che diceva che la sostanza cerebrale umana era diversa da quella animale.
E precisai poi che era, dei primi tre foglietti, l’ectoderma che poi faceva pelle e cervello diversi da quelli animali. E la sostanza cerebrale umana non “dormiva” mai perché il pensiero, nel sonno, diventava diverso da quello della veglia in cui si percepiscono le cose.

E là, a quei tempi, nell’Università pubblica, due ore di setting vennero create da persone che non dichiaravano il proprio nome. Ma, stranamente, la dissociazione e l’anaffettività prodotte dalla libertà senza un pensiero nuovo e nascoste nel comportamento cosciente, fu come se venissero fermate e controllate da una camicia di forza fatta da un tessuto invisibile, ma palpabile dalla pelle, che aveva i nomi delle parole “stare insieme, nella seduta, per un lavoro comune”. E, dopo tanti anni, posso dire che non ci furono mai disordini e non ci furono mai leggi, né regole e controlli. Ognuno veniva, restava, andava via. Il breve rapporto di ogni settimana era basato e strutturato soltanto sul rapporto che avevano stabilito con lo psichiatra, che era riuscito a realizzare un pensiero libero dai condizionamenti della religione e della ragione.
Furono sempre maniche della camicia di forza che hanno impedito quel pensiero che, muovendosi perché intriso dalla fantasia originaria dell’essere umano, vede una realtà umana oltre il ricordo cosciente ed il linguaggio articolato che dà un nome soltanto alle cose percepite nella veglia. Poi, è noto, usciamo. Le immagini della notte volano via; vedo farfalle e sono certo che sono Cupidi, perché non c’è più Dracula.

 
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