Libertario e democratico, l’autore de Lo straniero rifiutò ogni religione. Jean Daniel lo ricorda
Non so voi ma io che pure mi dichiaro rigorosamente laico ho qualche resistenza a sentirmi culturalmente rappresentato, che so, da Odifreddi e Hack (peraltro illustri scienziati). Nel ’900 il pensiero laico ha espresso invece figure altissime, che accanto all’intransigenza intellettuale ci mostrano un’ampiezza di visione che oggi può farci da guida (né hanno smarrito il senso del sacro e del mistero). Prendiamo Albert Camus, di cui ora Jean Daniel, amico e sodale, direttore del “Nouvel observateur” dal 1964 al 2008, ci offre un ritratto denso e bellissimo (Resistere all’aria del tempo, Mesogea). Camus rifiutava ogni trascendenza, sia di tipo religioso sia secolare (l’idolatria della Storia) e per lui sarà sempre “difficile riconciliarsi con Dio” ma evitò l’anticlericalismo e si interrogò frontalmente e in modo radicale sulla questione della vita, sul suo lato oscuro e su quello solare. Anche se per un momento i giovani del Maggio sembrarono preferirgli il più “spettacolare” Sartre, Daniel nota che non si sarebbe mai potuto prevedere che “la posterità gli avrebbe riconosciuto un tale consenso”. In particolare divenne un punto di riferimento per il dissenso nell’Est e lo stesso Solgenytsin, ricevendo il Nobel, citò ammirato il discorso tenuto da Camus nelle stesse circostanze. Daniel ricorda come conobbe lo scrittore francese negli anni Quaranta, scrivendo sulle stesse riviste, e aggiunge che la passione di Camus per il giornalismo significava attrazione per il tempo presente e tumultuoso, fiducia in un mezzo democratico che potenzialmente arriva a chiunque. Poi ruppe con lui, dolorosamente, all’epoca dell’Algeria quando l’autore de Lo straniero pur solidarizzando con le ragioni del Fronte di liberazione condannò recisamente la violenza e il terrorismo. Camus mostrava un’assoluta indipendenza di pensiero e perciò era poco affidabile per i politici. La sua morale si riassume nel non mentire e nel rifiutare di dominare. Nel resistere all’aria del tempo (le idee dominanti, e anche la cerchia conformista degli amici). Il vantaggio su Sartre dipendeva dal non dover andare - lui - verso il popolo ma di appartenere da sempre al popolo, di essere stato poverissimo, figlio di una domestica. Eppure la denuncia del gulag non comportò mai l’adesione al liberalismo, specie economico. Di animo libertario, simpatizzava per le socialdemocrazie scandinave e per la loro concretezza. Odiava soprattutto la borghesia, con la sua smania di denaro e l’illusione di poter possedere tutto. La sua opera, scritta in uno stile semplice e lirico sentimentale, ci appare come un viaggio al termine della notte del nichilismo, per poi trovare dall’altra parte una luce misteriosa, il sentimento fisico della bellezza straziante del cosmo e una “compassione attiva”. A vent’anni ha scritto che tutti i mali nascono dalla speranza, che equivale alla rassegnazione (oltre a rinviare sempre al futuro), e esistere non è rassegnarsi. Certo, la cultura laica sa che la vita in sé non ha senso. Devono darglielo gli esseri umani. E per Camus possono farlo soltanto in due circostanze privilegiate: quando amano e quando creano. Quando, insomma, “sono abbastanza felici da avere il desiderio di proteggere gli istanti di felicità degli altri”. di Filippo La Porta 29 gennaio 2010
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