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Ne L’uomo che verrà Giorgio Diritti, pur non avendola vissuta, rievoca la strage di Marzabotto

Come è noto, il parto di un film è normalmente molto laborioso: si parte da un’idea, che si trasforma nel soggetto; dal soggetto si passa al cosiddetto trattamento, cioè a una struttura narrativamente più complessa e dettagliata; dal trattamento alla sceneggiatura vera e propria su due colonne (sulla prima la descrizione delle scene; sulla seconda i dialoghi che le accompagnano); dalla sceneggiatura alle riprese; dalle riprese al loro montaggio e al missaggio, dal quale nasce il sonoro dell’opera compiuta. Sarebbe utile insegnare agli allievi di cinema il procedimento inverso: ritornare dall’opera compiuta allo stadio del trattamento. Ci si accorgerebbe che tanto più un film risulta opera autonoma rispetto alla sua origine scritta, quanto più il trattamento di ritorno non coincide col trattamento di andata. Nel caso di L’uomo che verrà, l’opera seconda di Giorgio Diritti, il trattamento di ritorno avrebbe la cadenza e l’ampiezza di un vero e proprio romanzo: molte pagine occorrerebbero per descrivere e raccontare ogni singola inquadratura, cioè l’azione filmica contenuta tra uno stacco e l’altro.

Sarebbe un romanzo che racconta la strage di Marzabotto. Giorgio Diritti, classe ’59, evidentemente non era ancora nato; filma quindi senza avere vissuto di persona quella esperienza, né altre consimili; una condizione che, col passare degli anni, si fa sempre più frequente. Film e romanzi si baseranno sempre più sulla storia consacrata a quella tragedia. L’uomo che verrà è un esempio sintomatico di tale trapasso. Apparentemente sembra posare sulle testimonianze dirette dei sopravvissuti. Ma la struttura narrativa, con quella bimba di otto anni che funge da testimone e offre il suo occhio a guida della cinepresa, è un’evidente trovata narrativa mentre quello che vede è un condensato di situazioni già esposte nei testi di storia, e in testimonianze dirette: lo smarrimento della popolazione contadina; il suo aggrapparsi disperato alla fede, quale unico salvagente allora disponibile Giorgio Diritti, ripetendo la chiave stilistica di Il vento fa il suo giro, ha diretto un film che crea un’enorme tensione, quale nemmeno il titolo, riferito al neonato partorito, riesce ad allentare.

di Callisto Cosulich

29 gennaio 2010

 
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