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Roma rende omaggio fino al 2 febbraio al grande musicista estone Arvo Paart che a settembre compirà 75 anni
Per celebrare i suoi settantacinque anni, che ricorreranno il prossimo 11 settembre, Arvo Paart sceglierà senz’altro la forma che più gli si addice: il silenzio. Ma intanto il musicista estone, tra le figure più influenti del Novecento, ha presenziato all’omaggio che Roma ha voluto offrirgli in questi giorni di fine gennaio, a conferma del legame sempre intenso con il nostro Paese. Un omaggio in tanti episodi: una mostra fotografica a lui dedicata di Roberto Masotti, ideatore della Ecm, e una lunga scia di concerti dal titolo evocativo, Diario dell’anima, eseguiti grazie alla sensibilità della Fondazione musica per Roma e Accademia nazionale di santa Cecilia, Istituzione universitaria dei concerti e Accademia filarmonica romana. L’Italia saluta così la prima visita del genio estone. Fu Luigi Nono, poi diventato suo grande amico, il primo a intuirne le potenzialità. Il compositore veneziano, che era membro del Partito comunista e per questo sovente in Unione Sovietica, lo conobbe entrando in contatto con la scuola di Darmstadt; lì studiava, approfondendo il suo interesse per le tecniche della dodecafonia, il trentenne Paart, già allievo di Heino Eller al conservatorio di Tallin. Nono rimase colpito dai suoi lavori e prese lui stesso la briga di farli conoscere in Germania: a causa del regime sovietico, sia Paart sia i colleghi della generazione del post Shostakovich avevano pochi contatti con le avanguardie europee e americane. Paart ottenne dunque i primi lusinghieri riconoscimenti, ma da lì a poco la sua introversione lo spinse a una svolta nell’espressione musicale e nella filosofia. Lasciò l’atonalità che ne aveva caratterizzato l’adolescenza per dedicarsi, è il caso di dire, anima e corpo agli studi sul barocco e la musica sacra. Anni di silenzio, per alcuni di crisi creativa. Ma ecco infine maturare il suo stile, detto del tintinnabuli, una definizione scelta per riprendere il suonare semplice e chiaro di una campana: un elemento a condurre la melodia, un altro ad accompagnarla. E basta, nessuna esagerazione armonica, niente note superflue. Il resto è silenzio.
Alla rivoluzione di metodo si accompgnò l’evoluzione del pensiero. Riflettè sul concetto di sofferenza e sui grandi temi della spiritualità, l’esistenza e la morte di un dio, il sacrificio, il nichilismo della modernità. Di tali pensieri si trova eco nella successiva e assai feconda produzione, ripresa a partire dagli anni Settanta: le quattro sinfonie, Fratres, Cantus in memoriam Benjamin Britten (ossequio al compositore britannico scomparso nel 1976), Spiegel im spiegel, Stabat mater, Tabula rasa. In quest’ultima, pubblicata da Ecm nel 1984, figurano nomi illustri: Alfred Schnittke, Keith Jarret, Gidon Kremer. E alla sua produzione è legato un aneddoto narrato dallo stesso Paart in uno dei rari incontri pubblici, e che aiuta a capire perché l’intimità delle sue note goda di così ampi favori anche tra coloro che non seguono gli autori della musica cosiddetta colta. L’opera riprende un tema contemporaneo di Schnittke per due violini, piano e archi, che Paart compose avvalendosi dei consigli di Gidon, scegliendo come da tradizione una linea facile al punto che i musicisti, perplessi, gli domandarono dove in realtà fossero le note da suonare. Anni dopo, quella medesima musica fu selezionata dal documentario War photographer di Christian Frei, nominato in diciassette premi internazionali tra cui l’Oscar, l’Emmy e il Peabody.
Mozart, all’imperatore Giuseppe che gli rimproverò bonariamente la presenza di troppe note sullo spartito, rispose sdegnato che erano tutte quelle che occorrevano. Due secoli dopo Arvo Paart fece una confessione simile: «Ho scoperto che è abbastanza quando anche una sola nota è magnificamente suonata». Il conforto del silenzio. di Alessio Nannini 29 gennaio 2010
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