La guerra alla droga va avanti ai ritmi vertiginosi di 70 morti al giorno. Gli agenti delle forze dell’ordine mettono a segno arresti eccellenti ma sono loro i principali indiziati di corruzione di Gloria Ravidà
Poco dopo le 16 del 12 gennaio, il mondo si è fermato ad Haiti. Da quel momento le luci dei riflettori si sono accese su Port-au-Prince, nella frenetica rincorsa di un’ immagine in grado di raccontare l’inimmaginabile. E la comunità internazionale si è ricordata di quel lontano scoglio d’oceano che annaspa da anni nella povertà e nella corruzione. Qualche ora prima, però, un’altra notizia, sulle cui dimensioni relative sarebbe cinico e patetico ragionare, ha ricordato alla stampa europea un’altra tragedia, in un altro Stato dell’America centrale, il Messico, in cui da anni la violenza sta uccidendo migliaia di innocenti. Teodoro García Simental, detto El Teo, uno dei più sanguinari capi messicani del narcotraffico, è stato catturato dalla polizia federale al confine con gli Stati Uniti, nello Stato della Bassa California del Sud, vicino San Diego. Su di lui pesavano, secondo le autorità, accuse pesantissime, un curriculum decisamente movimentato e una taglia di 2,3 milioni di dollari. Boss dal 2006 al 2008 del cartello diretto dai fratelli Arellano Félix, nell’aprile del 2008 El Teo ha rotto con il suo leader, Luis Fernando Sánchez Arellano, detto El ingeniero, per stabilire un’alleanza con il potentissimo cartello di Sinaloa, guidato da Joaquin El Chapo Guzmán e con gli uomini de La Familia.
Il suo nome figurava nella lista dei 24 narcotrafficanti più ricercati del Paese, insieme a un lungo e raccapricciante elenco di reati, tra cui il massacro di Tijuana del 2008, le cui immagini hanno scosso l’opinione pubblica mondiale. Secondo la polizia federale, infatti, El Teo avrebbe ordinato di dissolvere nell’acido 300 nemici dei cartelli rivali. «Nel 2008 gli sono stati attribuite centinaia di esecuzioni come risultato della guerra contro il cartello dei fratelli Arellano: utilizzava metodi come la decapitazione, la mutilazione, e l’incenerimento», ha dichiarato Ramón Pequeño, della divisione antidroga della polizia federale. Sempre secondo quanto affermato dal funzionario ai media locali, il detenuto era in possesso di tre aerei con i quali organizzava lo smistamento della droga negli Stati Uniti, finanziando la sua attività anche attraverso il sequestro di imprenditori e commercianti. La cattura dell’assassino mette a segno un colpo contro i cartelli della droga ma, nell’oceano di morti che attraversa questo Paese, la pace è ancora lontana. «I cartelli hanno la capacità di riempire i vuoti che lasciano i leader che vengono assassinati o catturati. Presto vedremo un nuovo capo: la violenza continuerà perché è la loro strategia». Parola di Victor Clark Alfaro, del Centro binazionale dei diritti umani a Tijuana, convinto che la cattura di Teodoro Simental non fermerà la scia di sangue. L’anno che si è appena concluso è stato il più violento dell’ultima decade, con 7.724 vittime della guerra tra governo e crimine organizzato, 824 solo nel mese di dicembre, secondo i dati pubblicati recentemente dal quotidiano messicano El Universal che riferisce anche le statistiche riguardanti i sequestri di persona: in media 111 al mese. E il 2010 non sembra promettere bene: nella sola giornata del 9 gennaio sono state 69 le persone uccise in diversi Stati del Paese.
Dai membri delle forze armate, a quelli della polizia, dai narcotrafficanti ai piccoli criminali: nessuno può scagliare la prima pietra. Giornalisti, attivisti, cittadini, indigeni, donne. Basta leggere i rapporti delle organizzazioni internazionali per rendersi conto del valore che ha la vita in Messico. Una delle ultime denunce della sezione messicana di Amnesty international è del 3 gennaio e riguarda l’assassinio da parte di «uomini armati non identificati» di Josefina Reyes, militante per la difesa dei diritti umani che aveva denunciato «decine di abusi perpetrati dalle forze armate dispiegate nella zona di Ciudad Juárez per combattere il crimine organizzato».
Eppure la strategia del governo non cambia: «Continueremo a lottare contro tutti i gruppi criminali del Paese, senza fare distinzioni. E la lotta alla povertà insieme alla creazione di posti di lavoro è una delle priorità di questa amministrazione: il 2010 sarà l’anno della ripresa economica», ha dichiarato il presidente Felipe Calderón. Che sa quanto sia importante parlare di ripresa in un Paese come il suo, dove vivono oltre 100 milioni di persone e la povertà estrema, secondo un rapporto del governo pubblicato a luglio, sarebbe passata dai 13,8 milioni del 2006 ai 19,5 del 2008. Ma non solo: Calderón sa perfettamente che dopo anni di promesse devono arrivare i fatti e che molti messicani pensano che gran parte del marcio provenga proprio dalla polizia e dalle forze armate. Per ridurre la diffusione della violenza non basta inviare 50mila militari e 20mila poliziotti federali nelle zone più colpite dalla guerra dei cartelli, come l’ormai tristemente nota Ciudad Juárez. Militari e agenti non hanno impedito l’escalation di violenza che, dal 2006, anno della vittoria elettorale di Calderón, ha mietuto oltre 16mila vittime. Della collusione tra polizia locale, politica e narcotrafficanti, in Messico si è sempre sentito parlare. E anche del giro d’affari di milioni di dollari che si muove intorno alle attività illegali. Dal traffico di cocaina alla marijuana, dalle alle armi ai furti: nonostante l’offensiva del governo, il business non accenna a fermarsi.
La Commissione nazionale per i diritti umani, riferisce Amnesty, sostiene che le denunce contro gli abusi commessi dalle forze armate sono vertiginosamente aumentate, e riguardano casi di «omicidi illegittimi, tortura, detenzioni arbitrarie, registri domiciliari illegali». «In generale questi casi sono di pertinenza della giustizia militare, che non garantisce indagini imparziali e indipendenti, determinando dunque l’impunità della maggior parte degli autori e negando alle vittime e alle loro famiglie la possibilità di ricorrere alla giustizia. E i militari sono coscienti del fatto che è molto improbabile che qualcuno li obblighi a rendere conto delle loro azioni», continua l’organizzazione. Lo scorso aprile, nella sua prima visita ufficiale in Messico, Barak Obama ha promesso che, oltre a continuare a versare milioni di dollari nelle casse dello Stato messicano, inserirà tra i primi punti della sua agenda la guerra al narcotraffico. Insieme a una riforma sull’immigrazione che però, per adesso, resta solo un miraggio per tutti quei messicani “irregolari” che vivono negli Stati Uniti, e che sognano di ottenere la cittadinanza, e per tutti quelli che perdono la vita attraversando il famigerato Muro della vergogna che separa i due Paesi. Una frontiera armata che pure, per molti, è diventata il pericolo minore. 22 gennaio 2010
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