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La decapitazione del Gotha Stampa E-mail
A Palermo il processo di appello contro 41 imputati di mafia ha raccontato l’evoluzione delle cosche siciliane nel campo della droga e delle estorsioni e ha ricostruito i rapporti con la politica. Distribuiti cinquecento anni di carcere
di Aaron Pettinari, AntimafiaDuemila

Dodici ore di camera di consiglio, tanto c’è voluto al collegio, presieduto da Rosario Luzio, per emettere la sentenza di condanna nei confronti di 41 imputati al processo “Gotha”. A giudizio vi erano boss del calibro di Nino Rotolo, Franco Bonura, Gerlando Alberti senior, Giuseppe Savoca e Gianni Nicchi (arrestato lo scorso 5 dicembre), uomini d’onore che hanno fatto la storia di Cosa nostra nei primi anni del nuovo millennio e non solo.
Rispetto al primo grado, la sentenza è stata in parte riformata caratterizzandosi per condanne nel complesso più severe (quasi mezzo secolo di carcere complessivi), su cui influiscono però i meccanismi tecnici della “continuazione” con altre pene inflitte in precedenza per fatti simili.
Così sono stati inflitti 29 anni al boss di Pagliarelli Nino Rotolo, protagonista assoluto del procedimento, 23 a Franco Bonura, membro della triade mafiosa con lo stesso Rotolo, e Nino Cinà (imputato che ha scelto il processo in rito ordinario e condannato a 16 anni).
La Corte d’appello di Palermo ha quindi condannato il vecchio boss Gerlando Alberti, ‘u Paccarè, storico capomafia di Porta Nuova (8 anni, 5 mesi e 10 giorni) e Filippo Annatelli, indicato come il capo della famiglia di Calatafimi (8 anni). Entrambi nel primo giudizio erano stati assolti. A Gianni Nicchi, a sorpresa, gli anni sono stati ridotti da 15 a 12, mentre Nicolò Milano, che in primo grado era stato condannato a 7 anni, è stato assolto. I giudici hanno anche confermato la confisca di beni da 50 milioni, patrimonio del boss Nino Rotolo.

L’inchiesta che svelò il dopo Provenzano
Con l’operazione del 20 giugno 2006 vennero decapitati i vertici delle famiglie mafiose di Pagliarelli, Uditore e San Lorenzo. Decisive, per le indagini, le microspie piazzate dalla Squadra mobile di Palermo in un capanno di lamiera dello stabile in cui il boss Nino Rotolo viveva agli arresti domiciliari. È da queste intercettazioni che si sono rivelate, nei primi anni del millennio, profonde spaccature in seno a Cosa nostra. A fomentare la divisione erano boss d’alto rango come Antonino Rotolo, Antonino Cinà (medico e capomafia di San Lorenzo) e Francesco Bonura (imprenditore edile e sottocapo della famiglia di Uditore). I tre formavano il triumvirato volto a osteggiare l’ascesa di Salvatore Lo Piccolo e suo figlio Sandro (Tommaso Natale). In palio tra i due schieramenti vi era anche la successione nella leadership mafiosa dopo l’arresto dell’ultimo padrino, Bernardo Provenzano (26 aprile 2006). In quel box di lamiera i boss discutevano di affari, pianificavano le strategie criminali e sviluppavano i progetti per eliminare (anche fisicamente) il rivale emergente. A Rotolo, che mirava al controllo di Palermo grazie all’alleanza con i Savoca di Brancaccio, non piaceva l’aumento di potere dei boss di Tommaso Natale, i quali si stavano allargando anche verso San Lorenzo, così aveva sviluppato una serie di “trame” per convincere quanti più possibile (Provenzano compreso), della necessità di sbarazzarsi dei Lo Piccolo.
Il pretesto venne “servito” quando “Totuccio” decise di farsi promotore del ritorno in Sicilia degli Inzerillo.

Querelle dal sapore antico

Con la conclusione della seconda guerra di mafia, dopo aver ucciso l’allora capo di Cosa nostra Stefano Bontade e il suo braccio destro Totuccio Inzerillo, e tutti quelli che a loro erano fedeli,  i corleonesi si insediarono definitivamente al vertice della mafia siciliana. Riina, in primis, e Provenzano imposero nuove regole, riordinarono le famiglie e sconvolsero anche le alleanze politiche. Sopravvissero in pochi a quella mattanza. Per aver salva la vita o si saliva sul carro dei vincitori, come i Lo Piccolo, o si fuggiva negli Stati Uniti.
In nome degli affari la commissione di Cosa nostra siciliana e le famiglie americane arrivarono a un compromesso: agli “scappati”, come i membri della famiglia Inzerillo, sarebbe stata risparmiata la vita, a patto che, a prescindere dall’età e dal sesso, non “rimettessero più piede” a Palermo e in provincia. A sigillare il patto era quindi stato nominato come garante Rosario Naimo, uomo d’onore  di Tommaso Natale, molto vicino al boss d’oltreoceano “Pippo” Gambino. Alcune vicissitudini giudiziarie, come l’espulsione dagli Usa di Rosario Inzerillo (dicembre 2004), fratello di Salvatore, Santo e Pietro Inzerillo, tutti uccisi dai corleonesi, resero necessario qualche cambio di regole. Gli scappati potevano così rientrare in Italia a patto che informassero Naimo di ogni spostamento nel Belpaese. Oltre a Rosario Inzerillo erano già rientrati in Sicilia Giuseppe Inzerillo, figlio di Santo, e Francesco “u tratturi”, figlio di Pietro, e si stavano creando i presupposti per far tornare Giovanni Inzerillo, figlio di Salvatore.

L’incertezza di Provenzano
Sulla questione era inevitabile avere un parere dal boss supremo, Bernardo Provenzano. Numerosi i pizzini, pieni di interrogativi su come sciogliere il “nodo”, pervenuti all’allora capomafia. La “sentenza” degli anni Ottanta era ancora valida? Il padrino dava il proprio benestare al progetto dei Lo Piccolo? Non vi è reale chiarezza sulla risposta del boss. Il capo di Cosa nostra da una parte richiamava al rispetto degli impegni del passato, dall’altra, nel tentativo di non far degenerare la situazione, nascondeva di sapere qualcosa in merito. Addirittura si disse favorevole, rispondendo a una missiva di Nicola Mandalà che spiegava i motivi contingenti del ritorno in Sicilia degli Inzerillo, rimpatriati in Italia dalle autorità statunitensi. Provenzano, fino all’ultimo, aveva provato a placare gli umori tra le due correnti ma invano. Così disse a Rotolo: «Ormai di quelli che hanno deciso queste cose non c’è più nessuno... a decidere siamo rimasti io, tu e Lo Piccolo».
Il boss di Pagliarelli, grande tragediatore, era riuscito a portare dalla sua parte anche Bonura e Gaetano Sansone, inizialmente intenzionati a conoscere il parere di Provenzano. Vi era riuscito sostenendo di aver saputo che gli Inzerillo, riunitisi in aeroporto, «si stavano facendo la conta» dei loro oppositori e che erano «quattro gatti» da eliminare.

“Gotha”, spartiacque nella storia mafiosa
L’operazione “Gotha” non si è rivelata inchiesta chiave solo per capire la composizione dei mandamenti e le rivoluzioni interne della Cosa nostra di quegli anni. “Gotha” ha raccontato della nuova evoluzione negli affari della mafia siciliana nel campo della droga e delle estorsioni. Ha messo in evidenza l’evoluzione dei rapporti con la politica, approfittando della presenza di “figure amiche” come Giovanni Mercadante, medico ed ex deputato regionale di Forza Italia condannato in primo grado a 10 anni e 8 mesi per associazione mafiosa. Soprattutto, ha messo a fuoco i rapporti tra le famiglie siciliane e quelle statunitensi, confermati successivamente con l’operazione “Old Bridge”. Rapporti, da una parte e l’altra dell’oceano, mai interrotti e che ancora oggi appaiono forti, nonostante gli arresti eccellenti del 2009 (Raccuglia, Nicchi) che hanno scosso, ma non abbattuto, la mafia siciliana.

22 gennaio 2010

 
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