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2010: un anno diverso Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Avevo letto l’intervista ad Emma Bonino; il giorno dopo ho udito tante voci ed ho parlato. Compare il fantasma del 1° gennaio 2010. Invisibile, con tanti pennelli dipinge piazza Esedra bagnata e fa vedere il vento freddo dai baveri dei cappotti alzati intorno al collo e dalle falde dei cappotti che si alzano, tristi, per ricadere senza forze sopra le gambe immobili di alcuni radicali che difendono i diritti degli immigrati. Al di là della fontana, la hall calda di un albergo ci accolse affettuosamente. Ma, come se fossi ubriaco mi vedo aspettare, passeggiando nel cortile, che la fila indiana svolga un cammino ora calmo, talora un po’ affrettato. Poi, con un salto per sfuggire al freddo, entro nello studio, caldo per il calore dei corpi delle persone che chiedono, con gli occhi, quelle parole che portano le immagini vaganti nel sonno al linguaggio verbale che dà luce al pensiero, che svanisce ogni volta che si aprono gli occhi al risveglio. Ed, ogni volta, sento arrivare sul viso quell’angoscia che esce dalle parole per giungere sulla mia pelle. “Ho sognato ma non ricordo”. “Ho fatto un sogno bello ma non mi è rimasto in mente. Non so perché!” Sentivo che era un pianto, come se fosse la tristezza ed il lamento per la perdita di un amore;  o, talora, per la perdita di qualcosa di se stessi che faceva, nel corpo, una sensazione di vuoto. E la mia risposta era sempre banale, fino al sapore inesistente della stupidità. Quasi una consolazione che diceva: “Accade, non ha importanza. Sono tante le cause dell’irrompere nella mente, della veglia e della coscienza; forse violenza, forse angoscia”. Ma, ricordo, avevo il pensiero che non volevo immergermi nell’analisi del conflitto di una sola persona. Vivevo e sapevo che, a destra ed a sinistra, c’erano due grandi ali, su cui erano sedute tante e tante persone, con cui avevo sempre rapporto intenso, senza mai averlo con la realtà cosciente e l’identità sociale di un singolo. Ogni volta, tante volte vedevo un volto o lo scoprivo sotto una massa di capelli che nascondevano una testa china e gli occhi che guardavano in basso o, forse, erano chiusi. Dicevo una parola, come a salutare uno sconosciuto e, dal volto che appariva, usciva la voce che diceva: “Ho fatto un sogno”. Ascoltavo la descrizione delle immagini comparse nel sonno e rimaste nella mente e, andando dal lobo temporale al lobo occipitale, facevo immagini diverse da quelle raccontate e vedevo il pensiero nascosto e lo dicevo in parole. Così giungeva la conoscenza del pensiero ignoto della mente addormentata, si costruiva la sapienza della realtà umana, da sempre sconosciuta. Forse non so, forse è l’ammirazione e l’amore per la libertà altrui, per quel rapporto misterioso che si è creato trentacinque anni fa quando iniziò l’afflusso di persone sconosciute che, dopo l’interpretazione del 4 novembre ’75 del giorno festivo come separazione con fantasia di sparizione, con l’anno nuovo iniziarono a raccontare i sogni e a chiedere l’interpretazione.

Ed ancora, dopo tanti anni, non so. Forse si rivolsero a colui che aveva visto l’invisibile e verbalizzato la distinzione tra fantasia di sparizione e pulsione di annullamento, forse l’immagine della speranza fu la frase, “inconscio mare calmo”. Un ricordo visivo di una cosa vista, il mare, era linguaggio umano per dire della scoperta e conoscenza della creazione del pensiero dalla realtà biologica umana. Speranza di togliersi quella sensazione di vuoto che la “scienza” della rimozione ed oblio non aveva mai risolto. Così nel setting, ovvero nello spazio-tempo della seduta di psicoterapia di gruppo si svolge la cura, si fa la formazione di una identità, si cerca la conoscenza della realtà umana fuori da ogni credenza religiosa, oltre la ragione che conosce soltanto la realtà materiale.
Ed ora, come se mi svegliassi, guardo le righe scritte e mi accorgo che la penna, come se fosse attratta da una musica seducente, è scivolata a parlare delle sedute di psicoterapia di gruppo. E, guardando le pagine successive, leggo che scrissi del ritorno a casa dopo la seduta. Ed ora tornano in mente gli articoli precedenti: Identità e immagine, La festa del sole e La morte della mente. Torna il ricordo del 1° gennaio. Ma ora è come se, di nuovo, mi sdraiassi in poltrona e la chiarezza visiva della coscienza diminuisse gradualmente come la luce del sole al tramonto, ed il ricordo di piazza Esedra diventasse immagine simile a quella di piazza S. Cosimato, ed i sampietrini che calpesto per entrare nello studio caldo fossero gli stessi di quelli che hanno sopportato il mio cammino che voleva fuggire dal vento gelido ed andare nell’albergo vicino. Come se, penso, il ricordo di un comportamento reale fosse diventato sogno in entrambi i casi. Forse immagini invisibili gemelle l’una all’altra si sono sovrapposte o, forse, l’una diventa l’altra e l’altra, l’una. E le parole pubblico e privato tentano di chiarire come si possa entrare nell’uno uscendo dall’altro e viceversa. Ma non è privato, è stato sempre un oscuro ignoto. 

Ma da tempo, il rapporto profondo con la realtà mentale umana ha portato il pensiero ed il linguaggio alle parole coscienza ed assenza della coscienza, perché ha eliminato la parola inconscio che ha l’anima dell’inconoscibile. Ha trovato la parola trasformazione, perché ha scoperto che la veglia e la coscienza che spariscono, non fanno assenza del pensiero ma creazione di un pensiero diverso da quello della ragione. è effimero, è un sogno che svanisce al sorgere del sole, quando la fame ed il freddo costringono al calcolo razionale per procurarsi il cibo e le pelli degli animali che impediscono al freddo di ucciderci. Ma troppo spesso la parola necessità uccide la parola libertà. Ed allora, quando a piazza Esedra pensavo agli immigrati ed alle parole sofferenza del corpo, assenza di identità sociale, il ricordo della massa di persone sedute immobili nello studio privato mi sembravano immagini di un sogno che, aristocraticamente, potevano permettersi soltanto coloro che avevano il corpo sano e che potevano dormire sicuri che, il giorno dopo, avrebbero visto le cose del mondo e respirato. Lo scrissi la settimana scorsa ed ora ritorna il ricordo perché ho il sospetto che le menti siano cambiate. Dopo il primo gennaio l’atmosfera, forse ancora più fredda ha preso un’aria… ovvero un’espressione diversa, come fosse il volto di una donna non più triste. Scrivevo della candidatura di Emma Bonino. Ed il nome passò da un foglio all’altro e fece emergere la figura, che fu un bel volto di donna, comparso sulla copertina di left, la settimana scorsa. Poi venne all’Eliseo.

La aspettai in cima alle scale e mi salutò con un abbraccio. Mi aveva visto e udito a Chianciano sia a giugno, sia ad ottobre, ma gli incontri, forse, furono soltanto cortesi. Sabato scorso era tutto diverso; era emersa un’intesa senza parole, e sembrava ovvia e naturale. Insieme ad Ilaria B. moderatrice, aprì il convegno, e quelle due donne, nel palco da sole, furono un’immagine che fu espressa dalle parole di Emma: “Ora, voi uomini vi dovete mettere un po’ da parte”. Seduto in platea guardai Pannella. Protagonista della storia radicale veniva, dall’emergenza dell’identità di donna, invitato a prendere un po’ di riposo. Sentivo la solita voce che diceva: “Hai dato acqua e cibo ed un tetto alla donna, ora lascia che esca dalla caverna del destino di moglie e madre”. Spero che l’abbia detto a me ma, forse, non è del tutto amore per la donna; è, lo so, realizzazione della identità dell’uomo che «non è» se non si realizza l’identità della donna, uguale nella società, diversa nell’amore per l’uomo cui deve dare quell’umano che l’uomo dà a lei. Ha parlato, poi è andata ad affrontare il lavoro politico per le prossime elezioni regionali. Noi abbiamo parlato, moderati e condotti dalla donna rimasta.

Il freddo della notte stava passando e non dovevo più difendermi, rifuggiandomi sotto il buon piumone imbottito. Da solo, andai in taxi all’Eliseo. A via Nazionale, vidi soltanto qualcuno che mi stava aspettando. Non ebbi paura perché sentivo il movimento di tutti e di nessuno che volevano che mi presentassi da solo. Non volevano fare l’immagine di anni prima quando, a Villa Piccolomini ed all’Auditorium, una folla aspettava Bertinotti. Volevano anche dire: è vero che hai camminato da solo; ma con le tue ripetute separazioni, rimarrai solo.
Il teatro era più che pieno di bellissime persone che guardarono e pensarono. Io tornai a pensare al 1° gennaio ed, a tentoni, come se camminassi in una nebbia fitta o nel buio della notte, cercavo di interpretare i movimenti dell’aria, ora calda ora fredda che, sapevo, avevano fatto sparire ombre che sembravano immagini. Non c’era più l’Auditorium del giugno del 2007, non c’era più la dialettica che, forse era violenta, sull’immagine ed identità femminile. Non c’era più la libertà vuota del ’68 e il fallimento della donna che, dopo una breve storia d’amore, sposa il dirigente d’azienda. Ora la parola libertà ha lasciato il posto all’identità umana, uguale alla nascita, diversa dopo la pubertà. Lo ha detto Emma; dialettica tra culture e individui non violenti.

 
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