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Diario intimo dal cuore di New York. Devor De Pascalis firma una guida inedita
State per partire per New York? Lasciate perdere tutte le guide e mappe che trovate nelle librerie di viaggi e affrettatevi a leggere Spigoli di Devor De Pascalis edito da Caravan: diario intimo, miniromanzo di formazione, resoconto puntuale di escursioni metropolitane, reportage visionario, cartografia accurata. Nell’introduzione Francesco Bruni parla di sguardo sulla New York minore, degli underdogs e degli sconfitti. Spingerei all’estremo la sua osservazione: qui si tratta di sguardo “minore” su una umanità “minore”. Deleuze parlava di letteratura minore in quanto deterritorializzata. Il punto di vista di Devor è de localizzato (è un italiano in America, appassionato di baseball e con madre polacca lì immigrata): si sente accolto ma anche respinto. L’America è ospitale e spigolosa. Nell’arco di un anno viene arrestato tre volte (e per futili motivi) mentre passerà da un lavoro umile di cameriere in un fetido ristorante italo-americano a insegnante di lingua alla New York university… Ma soprattutto: qui si parla di una “minorità” che appartiene a ciascuno di noi. Non a caso, il nome Devor “non vuol dire un bel nulla”: lui è un nulla immerso in una moltitudine di altri nulla, uno zero assoluto fra i tanti. Ed è la parte - ineliminabile - del fallimento, dell’inadeguatezza, dell’inettitudine, che in certi temperamenti narrativi genera il comico, come è il caso di questo libretto. Alcuni capitoli sono delle gag irresistibili, come il “primo appuntamento” con una donna bellissima (che è anche il suo capo), nel quale forerà la macchina e trascorrerà l’intera serata a cercare di ripararla! Umorismo immediato, legato al corpo, tra Woody Allen e la commedia all’italiana, direi in puro stile slapstick, per citare una espressione cara a un grande scrittore di cui qui si legge un commosso ritratto: Vonnegut. Lo stile è segmentato e percussivo: «La neve è bella. La neve è evidente. La neve è indiscutibile. La neve è democratica perché scende su tutto…». Ma la paratassi non ha niente di esibizionistico, come in tanta narrativa italiana postcalviniana: nasce direttamente e spontaneamente dalle cose che racconta. La narrazione è insolitamente in seconda persona con una resa virtuosistica. Forse la seconda persona, più usata da scrittori americani, è imparentata con l’esame di coscienza, entra nell’intimo di se stessi, e in modo critico, un tantino giudicante. In una delle pagine finali, l’autore ci annuncia un’esplosione. Ed è lui a deflagrare, in un pub di Brooklyn, alla soglia dei trent’anni. Un’esplosione che ha sapore liberatorio e che coincide con una possibile maturità. Tutto il diario si distende, forse, tra le due accezioni del termine “solitudine”: loneliness e solitude (entrambe presenti nei quadri di Hopper). la solitudine subita, sofferta della folla solitaria e la solitudine scelta, che è ebbrezza di non avere legami. Tutta le miracolosa levità di queste pagine è poi come immalinconita, sfiorata da un soffio luttuoso. Il loro humour è autunnale e attraversato dal senso di una perdita. Perciò diventa spesso irresistibile. Infine: il libro è anche dichiarazione d’amore per la madre: inesauribile affabulatrice, misteriosamente saggia, spaesata, un po’ impacciata, protettiva e da proteggere, con le sue rughe da bambina. di Filippo La Porta 22 gennaio 2010
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