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Anche le memorie più amare hanno un residuo di dolcezza. È la morale di La prima cosa bella
«Forse per via di questo periodaccio, stavolta sono corso volentieri a rifugiarmi nel tepore del racconto di personaggi a cui voler tanto bene: il ciclo della vita col suo mistero struggente ma anche gioioso...». Chi vede La prima cosa bella stenterà a ritrovarvi il Virzì di Ferie d’agosto e Caterina va in città. Semmai la vicenda, per certi versi, ricorda quella di Messaggero d’amore, che Joseph Losey aveva tratto dal romanzo L’età incerta di L.P. Hartley; sennonché quel film, Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1970, portava a mo’ di didascalia iniziale la frase «Il passato è una terra straniera», mentre, qui, nonostante i drammi, nonostante la vicenda sia scandita dagli ultimi giorni di una malata terminale, il passato diviene “terra ritrovata”. A chi dobbiamo questa metamorfosi? Naturalmente a Livorno, città natale di Virzì: «Un po’ il mio teatrino personale, come Newark per Philip Roth, Boulder per John Fante, o il Rione Sanità per Mario Merola; brulica di storie eccezionali di gente comune, che mi fa venir voglia di raccontare e di filmare». Gli era già capitato un’altra volta; con Ovosodo, la sua opera terza, Gran premio della giuria a Venezia 1997, opera di formazione, in cui però non si ricorreva mai al ricordo. Virzì nelle sue dichiarazioni insiste col sottolineare il carattere consolatorio, se non proprio gioioso, delle traversie in cui si imbattono i personaggi. Clima trasmesso loro proprio dalla malata terminale, impersonata da una straordinaria Stefania Sandrelli, che appare il più delle volte con la bombola d’ossigeno applicata alla faccia e a cui fa da controcanto il personaggio del figlio Bruno (l’ottimo Valerio Mastrandrea), che sin da piccolo (quando aveva l’espressione intensa, eternamente corrucciata, di Giacomo Bibbiani) veniva ferito dallo spettacolo troppo disinvolto di sua madre, partecipante a frivoli concorsi di bellezza. Mai come in questo film la nostra commedia di costume assume un carattere ambiguo, permettendo agli spettatori di giudicarla secondo i propri umori, fors’anche la propria età. di Callisto Cosulich 22 gennaio 2010
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