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Magnifica prova di Dominique Blanc su La douleur di Duras, regia di Patrice Chéreau
Laddove si dimostra che la recitazione è una scienza esatta, anzi un’arte della precisione: Dominique Blanc, una delle migliori artiste della scena di Francia, ha interpretato al Palladium di Roma un testo bellissimo, difficilissimo, d’un genio della letteratura, Marguerite Duras. Da sublime attrice matematica - evidentissima in lei la frequentazione del verso alessandrino e quindi già qualche anno fa acclamata interprete della Fedra di Racine - Blanc ha dato prova da sublime attrice matematica di cosa si può fare con La douleur, prosa fra le più forti e polemiche della Duras. Anche per chi non conosceva le specifiche sonorità e accentazioni della lingua francese e doveva aiutarsi con i sovratitoli in italiano, chiara era la trasformazione in suono della parola, comunque sempre precisa e significante. Un percorso sillaba dopo sillaba nel dramma assoluto, nel dolore del titolo, tracciato con mano lieve dalla regia di Patrice Chéreau e del danzatore e coreografo Thierry Thieû Niang. Non un testo sui deportati nei campi di concentramento ma sugli altri, su quelli che aspettano, su chi resta. La douleur è la storia della Duras che dopo la liberazione di Parigi aspetta il ritorno di suo marito Robert da Dachau. Le parole cadono su un amore tagliato dalla Storia come foglie d’autunno su un morto per strada, le cataste di frasi pesano sulla vita come le collinette di cadaveri ebrei sulle coscienze. Non un istante l’attrice ha bisogno di riposarsi retoricamente sulla recitazione, sa che la precisione sta nella leggerezza, che l’urlo del dolore si nasconde nel sussurro, che il troppo può descriversi solo con il poco. C’è in Blanc un rigore perfetto; non ordinaria tecnica, seppur magnifica, e invece contenimento, esercizio spirituale: l’arte è ciò che soffia con forza, verso lo spettatore, quando ogni movimento, ogni gesto e suono è stato compresso, concentrato. È quanto resta della sottrazione del tutto. «Tutto quel che si può sapere quando non si sa niente, io lo so», scrive Marguerite Duras. Tutto quel che si può fare quando non si può fare niente, Dominique Blanc lo fa. Perché artisti simili in Italia praticamente non si vedono? Perché in Francia esistono le condizioni culturali e materiali. Perché in Italia un’attrice di tale valore, che ha vinto quattro César e un Molière, i massimi premi del cinema e del teatro, otterrebbe scarsa stima dalla maggior parte dei nostri registi, i quali sono spesso degli incompetenti accecati da un neorealismo straccione, o dei piccoli dittatori egocentrici che mai possederebbero la mano lieve d’un grande metteur en scène come Chéreau e di un artista multidisciplinare quale Thierry Thieû Niang. Quanto alle condizioni materiali, certi livelli sono più facilmente raggiungibili se l’artista abita in un Paese che lo riconosce come tale, gli permette di sopravvivere anche quando non lavora e di dedicarsi con calma al proprio perfezionamento, magari grazie a un sistema di sussidi di disoccupazione. Da noi invece, tutto è lasciato alla buona sorte individuale in un mare di menefreghismo generale generato anche dai nostri intellettuali, troppo spesso concentrati sul loro interesse personale e sufficientemente screditati presso l’opinione pubblica da non potersi nemmeno permettere, nel caso ne fossero capaci, di avviare delle campagne di sensibilizzazione. E siccome la fortuna aiuterà forse gli audaci ma non per forza i migliori, molto probabilmente artisti come la Blanc nascosti da qualche parte in Italia ne esistono. Ma nessuno sa dove e in ogni caso, anche quando fortuitamente ottengono la possibilità di esprimersi, non hanno a causa del sistema produttivo il tempo di rimettere venti volte l’opera sul telaio, come esortava Boileau con un suo verso in perfetto alessandrino. di Marcantonio Lucidi 22 gennaio 2010
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