A Parma aprono al pubblico le collezioni Csac con 12 milioni di opere archiviate
di Simona Maggiorelli È uno straordinario viaggio attraverso il XX secolo visto attraverso l’arte italiana (e non solo) quello offerto dall’archivio Csac (Centro studi e archivio della comunicazione dell’università di Parma) per la prima volta organicamente presentato al pubblico con la mostra Novecento (aperta fino al 25 aprile) nel restaurato palazzo del Governatore e in altri spazi della città di Parma: stiamo parlando di 12 milioni di opere archiviate, di fatto il maggiore fondo sul Novecento esistente in Italia. Ma il centro di documentazione creato da Gloria Bianchino e da Arturo Carlo Quintavalle (che ha curato personalmente la mostra e i due cataloghi Skira) ha dalla sua anche il fatto di essere in gran parte composto da opere che, con fiducia, artisti, fotografi, stilisti e architetti hanno donato personalmente a questa istituzione. E parliamo di artisti come Fontana e Burri, di maestri dell’arte povera come Fabro ma anche di testimoni della via italiana alla pop art come Schifano e Boetti oppure, tornando indietro nel tempo, di protagonisti del futurismo e di testimoni (come Sironi) del pervicace conservatorismo dell’arte italiana, che la rese sorda e cieca alle invenzioni delle avanguardie storiche. Lungo il triplice percorso espositivo che si snoda fra gli immensi spazi di palazzo del Governatore, della Galleria San Ludovico e delle Scuderie della Pilotta, emerge netta la sensazione dell’ isolamento dal contesto europeo che l’arte italiana visse nel secolo scorso. Come se dalla poetica agreste dei macchiaioli ai metafisici scenari di provincia di De Chirico non ci fosse mai stata soluzione di continuità. Mercé la retorica fascista. E mentre testimonianze di artisti francesi, russi e tedeschi raccontavano fin dagli inizi del Novecento l’esplosione delle nuove metropoli e della modernità ma anche di nuovi modi di rappresentare la realtà liberi dalla mimesi, in Italia si continuava a dettagliare scenari bucolici e fissamente atemporali. 22 gennaio 2010
|