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Il nuovo film di James Cameron è un evento epocale, con rari riscontri nella storia del cinema
Si chiama Pandora la luna che orbita intorno a Polyphemus, pianeta gassoso dalle dimensioni gigantesche appartenente al sistema stellare Alpha Centauri, distante da noi 4,4 anni luce e tuttavia il più vicino a quello del nostro Sole. Un satellite dall’atmosfera per noi irrespirabile ma ricco nelle sue viscere di Unobtainium, minerale inesistente o, perlomeno, non in quantità tali da essere utilizzato, ma fondamentale per la sopravvivenza sul nostro pianeta, che nel 2154, si sta dibattendo in una profonda crisi energetica. Per sopravvivere, quando entrerà in contatto con quell’atmosfera e con i Na’vi, la popolazione che la abita e già ha avuto dei conflitti con i precedenti esploratori, l’equipaggio s’avvarrà del “Programma Avatar”, ossia di un’invenzione che consente alla nostra coscienza di entrare in un corpo biologico, chiamato per l’appunto Avatar, guidato a distanza, in cui il Dna umano è stato collegato con quello dei Na’vi, per assumere le loro sembianze ed essere così meglio accolti. Sono le note iniziali di Avatar, il nuovo film di James Cameron, costato quasi mezzo miliardo di dollari; impresa pazzesca, ad altissimo rischio, che solo il cinema statunitense di quando in quando si permette di intraprendere. Sull’operazione si sono già versati fiumi d’inchiostro, dai quali traspare spesso il timore che le avanzatissime tecniche utilizzate possano mortificare il “fattore umano”, l’arma vincente del classico linguaggio filmico. Si tratta di paure che in teoria hanno una base, stando a certi precedenti, ma che nella fattispecie non reggono. Chi andrà a vedere Avatar si accorgerà che Cameron riesce miracolosamente a fondere tecnica e contenuto, in modo da esaltare i pregi della vicenda, rendendo più che umani i personaggi, se non nelle fattezze, di certo nei sentimenti. Più che a un film 3d, siamo davanti a un filone “nd”, con un numero n di dimensioni aggiunte. Avatar verrà ricordato nella storia del cinema come un evento epocale, come Nascita di una nazione di Griffith, come i “classici” del cinema sovietico che hanno applicato per la prima volta l’“asincronismo”, cioè l’uso contrappuntistico del suono rispetto all’immagine. di Callisto Cosulich 15 gennaio 2010
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