To be or not to be dal film di Lubitsch, produzione coraggiosa delllo Stabile di Trieste
Se già così non fosse, con questo testo messo in scena da Antonio Calenda all’Argentina di Roma Maria Letizia Compatangelo si pone come uno dei drammaturghi più importanti attualmente in circolazione. In un momento storico che non offre particolare qualità nel campo della scrittura teatrale, appare come vera consolazione, come momento di respirazione mentale, vedere l’allestimento di un copione che possiede le tre caratteristiche principali perché si possa parlare di drammaturgia: una buona storia, dei buoni dialoghi, una buona costruzione dei personaggi. Questo è mestiere, che ha da essere riconosciuto doverosamente; il resto è talento, da applaudire calorosamente. E il pubblico alla fine dello spettacolo ha ottemperato al dovere e soprattutto al calore. To be or not to be, tratto per la scena dal soggetto originale di Melchior Lengyel per il magnifico film del ’42 di Ernst Lubitsch, Vogliamo vivere, è un successo della produzione teatrale italiana. Perché bisogna figurarsi come vanno certe cose all’atto pratico nel mondo della prosa: non è semplice andare da un regista che è anche direttore artistico di uno stabile, quindi può spendere soldi ma ha a che fare con un’organizzazione burocratico amministrativa, e indurlo al rischio e alla fatica di mettere su un grosso allestimento su un testo contemporaneo inedito basato su una pellicola di un sofisticato autore tedesco, girata sei decenni prima e conosciuta da qualche centinaio di cinefili. In genere la risposta è scontata: bellissima idea, veramente splendida, peccato non si possa fare. Non solo Calenda ha mostrato coraggio (di questi tempi un po’ pavidi, un po’ poveri) ma uno sforzo produttivo di simile portata non è cosa di tutti i giorni nemmeno per uno Shakespeare. Quindi bisogna dire che lo Stabile del Friuli Venezia Giulia ha ottemperato al suo compito, ossia di fare lo stabile e di promuovere come si deve il buon teatro italiano. Ha impegnato sedici interpreti, ha chiamato una firma come Nicola Piovani a ideare due canzoni, ha offerto mezzi e possibilità non enormi ma adeguati allo scenografo Pier Paolo Bisleri e al costumista Stefano Nicolao. Protagonisti Giuseppe Pambieri e Daniela Mazzucato, To be or non to be (peraltro titolo originale del film) è una tragedia travestita in commedia che si svolge a Varsavia durante l’occupazione tedesca. Una compagnia teatrale sta per mettere in scena uno spettacolo dal sapore antinazista ma la censura costringe gli artisti a ripiegare su un Amleto. Il nuovo allestimento diventa una copertura per un’operazione contro gli invasori. La raffinata idea è che il gioco del teatro, i principi stessi e le tecniche dell’illusione scenica, diventano gli strumenti della lotta per la libertà. Come omaggio, come riconoscimento all’arte scenica, intesa quale arte riservata agli uomini liberi, non si potrebbe ideare di meglio. Ottimi tutti gli interpreti dello stabile triestino e regia molto abile a lavorare in equilibrio fra satira e surreale. di Marcantonio Lucidi 15 gennaio 2010
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