|
La settimana dell'8 gennaio |
|
|
Egitto Impiegati gentili cercasi «All’America non serve al Qaeda per far esplodere le proprie ambasciate, basta l’arroganza dei suoi impiegati locali». Parole del quotidiano Asharq Alawsat, che analizza il comportamento nelle sedi diplomatiche Usa all’estero. «Chiunque guardi gli States dall’interno, e conosca la sua gente, li ama. Ma chiunque incontri i suoi rappresentanti all’estero, non può che odiarli», scrive il giornalista Mamoun Fandy. «È stato all’ambasciata del Cairo che ho capito che dietro gli attacchi alle rappresentanze Usa in Africa non c’è al Qaeda ma magari un cittadino degli Stati Uniti o di un altro Paese che ha avuto la necessità di rivolgersi all’ambasciata, e dopo una lunga serie di tentativi di essere ascoltato, ha semplicemente deciso di farla saltare in aria». Sotto accusa i limitati orari di apertura, le eccessive misure di sicurezza, l’arroganza degli impiegati e la sensazione che sia «un corpo estraneo nella città».
Palestina Prove di dialogo interno Per Khaled Meshal, capo di Hamas, «la riconciliazione tra i movimenti palestinesi è vicina». Ma per gli uomini di al Fatah «se le sue parole sono vere, le pronunci davanti ai negoziatori egiziani». Lo racconta il quotidiano israeliano Haaretz, che ricostruisce le vicende che hanno portato alla separazione dei due più importanti movimenti palestinesi. «Sono mesi che si va alla ricerca di una pacificazione, soprattutto per indire le prossime elezioni a marzo. Finora non c’era nessuno spiraglio, e anzi l’avvicinamento dell’Iran ad Hamas ha fatto temere che la riunificazione fosse impossibile», scrive il giornale. «Ma forse ora qualcosa sta cambiando», conclude ottimisticamente. |