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di Massimo Fagioli Avevo salutato il sole quando sembrava dovesse morire, scomparendo all’orizzonte perché dicembre era freddo. Qualche uomo antico lo adorò perché pensò che era, con la luce ed il calore, il creatore della vita. Forse l’aveva reso animato perché si muoveva vagando nell’azzurro del cielo, scomparendo dietro le nuvole grigio scuro e bianche e nascondendosi la sera per molte ore per ricomparire nell’aria limpida dall’altra parte del mondo. La linea dell’orizzonte segnava la fine della realtà della terra e l’uomo antico fantasticava, al di là del confine, un abisso infinito: forse un altro mondo da cui il sole ritornava, forse il nulla. Ma il nulla era soltanto degli esseri viventi, perché dal nulla non si ritorna. E il ricordo della prima adolescenza in cui la distruzione di esseri umani e cose fu massima, si compose con la memoria-fantasia dell’epidemia della peste del ’300 e del ’600, in cui la morte regnava sovrana. Ed allora, certamente, il ritorno del sole non si trasformò nella parola resurrezione. Detta duemila anni fa, era stata legata indissolubilmente al non umano che sta nella favola di Dioniso, fatto a pezzi dai giganti e poi ricomposta, ma assunse la massima autorità nel cristianesimo. E così fu detto che non era cosa per l’essere umano. Soltanto ciò che non era realtà materiale poteva vivere un’altra vita, nell’“altro mondo”. La favola di Lazzaro, resuscitato dopo tre giorni dalla morte fu opera di un dio; anche se avrebbe potuto essere una morte apparente. Poi, avviatomi sulla strada della medicina del corpo, vidi chiaramente che la resurrezione dalla morte del corpo non esisteva. Pensai che duemila anni fa, non si poteva legare la morte dell’essere umano alla scomparsa del sole ed alla sua ricomparsa. Avrebbero potuto pensare alla parola resurrezione soltanto se il sole era dio. Lo fece Akhenaton quando rifiutò le favole dei tanti dei egiziani che erano deformazioni di figure animali, perché, forse, erano immagini oniriche. Erano un rapporto con la natura senza fantasia; era un pensiero simile a quello della mitologia greca che attribuiva i fenomeni naturali all’azione di figure antropomorfe senza corpo. Akhenaton trovò in sé il rapporto con la natura, senza le fantasticherie che la deformavano senza trasformarla. Poi, nella metà del 1500, dopo la scoperta del nuovo continente detto America, pensarono e scoprirono che il sole stava fermo ed era la terra, sferica come una palla, che girava intorno ad esso. L’astro che credevano creatore della vita era un oggetto immobile e non credettero più che fosse un dio che, intenzionalmente per amore, muovesse e trasformasse le cose della terra. Ed ormai da tanti secoli dicevano che il creatore era uno spirito senza tracce di realtà materiale, non più lontanissimo dall’essere umano come il sole, ma “altro” perché infinito ed eterno: senza spazio e senza tempo. Ed il credere in ciò che si potrebbe dire con le parole “non è natura, non è umano” segnò il distacco della realtà naturale dall’essere umano che diventa suo nemico, perché anche la natura umana era cattiva.
Le ore trascorsero calme e venne la mezzanotte del trentuno dicembre che si svegliò il primo gennaio di un tempo detto: nuovo anno solare. Gli scienziati ci dissero, pensando senza credere, che la terra, avendo raggiunto il punto più vicino al sole, aveva iniziato ad allontanarsi. Il sole, narcisista impassibile, restava al suo posto; e così tutti gli anni. Gli animali avevano un patto segreto con i cambiamenti del tempo e del clima e si muovevano con un comportamento dettato dall’istinto che li faceva allontanare dal troppo caldo e dal troppo freddo che li avrebbe fatti morire. L’essere umano ebbe fame, sete e freddo ma il rapporto con la realtà naturale, che doveva assicurare la sopravvivenza, fu intriso di odio e amore. Senza la razionalità fantasticò forze invisibili sconosciute e inconoscibili e, irrazionalmente, immaginò figure antropomorfe e animali, inventate come i disegni dei bambini. Una fantasia senza creatività che non condusse mai all’intelligenza verbale che faceva la conoscenza. Poi venne la ragione; il pensiero della veglia e della coscienza condannò l’irrazionale a non essere pensiero, perché non avrebbe avuto nessun rapporto con la realtà materiale; la fantasia fu relegata nel buio dall’impossibilità della conoscenza ed esclusa da ogni ricerca per raggiungere la verità delle cose. E nei tempi lontani di Sofocle, Platone e Aristotele la non coscienza era soltanto animalità, un “qualcosa” della mente che non era riuscito a diventare identità umana, ovvero ragione e linguaggio articolato. Poi, per i racconti della Bibbia e dei Vangeli, diventò cattiveria umana che voleva sempre il male e la distruzione dell’essere umano. Ed il pensiero della coscienza, privo delle fantasticherie che avevano parlato della natura, studiò la realtà materiale non umana e il corpo degli esseri umani. Vide il movimento delle cose nello spazio e scoprì che i cambiamenti erano dovuti a forze fisiche pensabili e percepibili.
Ma non si seppe mai, perché non si pensò, quale fu il prezzo pagato per ottenere la conoscenza delle realtà più invisibili del mondo naturale. Non so quando lo pensai, forse nelle ore tranquille di un 31 dicembre quando vidi che il sole si stava, di nuovo, risollevando all’orizzonte e, con la nascita del nuovo anno, il vecchio diventava ricordo, storia. Quando non rimasi immobile guardando il calendario che segnava le settimane e i giorni, ma pensai che lo spostamento dei corpi nello spazio, nell’uomo nascondeva un altro movimento invisibile che stava nella mente umana. Ma subito o, forse, dopo il tempo di un attimo, vidi la violenza invisibile della razionalità del logos occidentale che aveva mentito sulla realtà della mente umana. Non era la verità dire che il pensiero senza coscienza era animalità, ovvero non era umano. Pensai il contrario: negli animali c’è soltanto il pensiero che riconosce, alla percezione, le cose e la qualità di esse ed è la coscienza che ha la razionalità che permette di sopravvivere. Il pensiero che non è coscienza o ragione, è soltanto nella mente umana. E la violenza della ragione passò attraverso la parola menzogna per diventare negazione. Compresi che non era bugia che era caratteristica della coscienza; era una deformazione della realtà altrui che accadeva nel pensiero del sonno, quello senza parola che si realizza con le immagini silenziose. E lo psichiatra pensò che non era sufficiente scoprire l’esistenza e la realtà della non coscienza come pensiero, ma anche che esisteva una patologia del pensiero senza coscienza.
Poi non so quante volte il sole era sparito all’orizzonte o per andare a dormire, o per andare in un altro mondo, quando la parola negazione, liberata dallo stupro continuo che la diceva bugia o, mostruosamente, rivolta, divenne la candela, “la bugia” che portò Pinocchio fuori dal ventre della balena. Mi ero ribellato alla violenza della dizione “desiderio di morte” ed andando sempre più in fondo nel pensiero sconosciuto e definito inconoscibile giunsi a vedere che oltre la deformazione delle immagini oniriche che diceva la non verità, c’era altro ovvero la sparizione di esse. Come se non esistessero e non fossero mai esistite. E la parola annullamento, da tutti usata per indicare la esistenza di una cosa che non esisteva più, divenne verità quando si legò all’eliminazione di una realtà della mente umana senza coscienza. Il pensiero che non era coscienza, non fu più animalità, ma non esisteva nessun pensiero. Il pensiero razionale, nei riguardi della realtà della mente umana fu, stupidamente, “nel sonno non c’è la ragione pertanto è pazzia”; e non è più neppure un pensiero morto ma inesistente e mai esistito. La ragione riportò la realtà mentale all’anima scissa dalla biologia umana.
Vidi la morte del corpo in un bambino di 7-8 anni, pochi mesi prima di sentire, alla radio, Mussolini che dichiarava che l’Italia era entrata in guerra; ed una donna pianse. Vidi un volto bianco in un piccolo corpo immobile. La memoria senza coscienza non mi dice cosa provai, ma ora l’angoscia fa comparire la voce del duce che si fonde con l’immagine del volto senza vita del ragazzino. Dopo anni, un bambino cattivo ferì il mio corpo sempre sano e, senza ricordo, so che il cielo diventò grigio scuro per altri due-tre anni. So, senza ricordo, che nel cielo sempre plumbeo, il sole era bianco come il volto del ragazzino morto quando ancora ero bambino. Ma, penso, qualche raggio luminoso e caldo passò perché, mentre passeggiavo con una ragazza, anche la parola morte lasciò il corpo che era vivo e si accompagnò alla parola mente. Tornarono le forze che mi avevano fatto correre per i campi ed i fossati per urlare ai ribelli che le squadracce fasciste erano le parole di Mussolini che uccidevano la vita. Poi scoprii che la morte della mente era la perdita della vitalità che faceva funzionare il pensiero nato come capacità di immaginare. Ma ormai il mio corpo di medico veniva scaldato dalla mente che aveva pensato alla pulsione di annullamento: la morte della mente divenne malattia che amò subito la parola cura. |