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Ne Il pesce rosso non abita qui la scrittrice Maria Gabriella Genisi ha anticipato una stagione di escort e politici borderline
A volte la letteratura scopre la propria vocazione profetica, sia rispetto a grandi eventi traumatici, sia riguardo alla semplice cronaca. Questo accade con il romanzo della barese Maria Gabriella Genisi Il pesce rosso non abita qui (La Fenice), pubblicato nel giugno dell’anno scorso e nel quale trovate un anticipo del tutto involontario di alcuni fatti avvenuti nei mesi successivi (simil escort nelle liste elettorali, giochini bisex, anche un dirigente politico che risponde in mutande a domande imbarazzanti). Il romanzo già diventò un caso sulla prima pagina de La Stampa quest’estate, specialmente per le impressionanti analogie, anzitutto sul piano fisico, tra il protagonista, un sottosegretario (poi ministro) e un ministro del governo in carica (anche se, ovviamente, qualsiasi sovrapposizione diretta sarebbe abusiva). Ma il suo interesse, e direi anche la sua originalità, consiste in altro. Ripassiamo la trama: Cleo, cassiera con 800 euro lordi al mese e figlio a carico, incontra d’estate in uno spaventoso ingorgo sul raccordo anulare Salvo Toscani, sottosegretario alla Sanità con scorta, cinquantenne, genovese, imponente e con aria da bambolotto, con fama di adulatore del capo, amante della poesia. Gli offre un’insalata di riso e della preziosa acqua gelata. Da lì nasce una rapinosa love story che dura due anni e mezzo, fatta di migliaia di sms trepidanti, email tre metri sopra al cielo, di incontri clandestini a casa di lui, a piazza di Spagna (quasi una citazione dal Piacere dannunziano) o a Genova, etc. Ora, la Genisi ha reinventato il genere rosa, immettendo in esso un elemento decisamente “perverso”, legato a una figura di potere. Non parlo solo della banale perversione sessuale (il ministro ha un’inclinazione voyeuristica e ha l’orgasmo se una donna gli succhia i «seni pieni, quasi femminei») ma di una logica, forse non del tutto estranea alla sfera della passione amorosa, che si traduce in codici e linguaggi propri del potere ed è impastata di un elemento funereo. Lui alterna dolcezza e brutalità, attenzione e sbrigatività. Ma soprattutto quando appare nudo a lei per la prima volta, glabro e sudato, «era gonfio e bianchissimo e sembrava un cadavere» Bisognerebbe rileggersi le pagine illuminanti di Canetti sull’uomo di potere, che ha un’unica segreta fantasia: sopravvivere a tutti gli altri e restare solo! Il ritratto del ministro è inciso con cura e resta impresso ancor più della protagonista: un lombrico incline al calcolo ma con momenti di imprevedibile candore, un politico che sa essere perfido (uno squalo travestito da pesciolino) e che usa volentieri un linguaggio goffamente poetico, infarcito di citazioni. Un lacchè che però ripudia il capo quando lo scarica. Forse a un certo punto il romanzo vuole raccontarci troppe cose e aspira a essere il ritratto dell’intera società italiana di questi anni (ci vorrebbe probabilmente il talento di un Tom Wolfe) ma in una narrativa minimalista come la nostra, ben vengano le ambizioni. E poi quel Salvo Toscani resta per noi figura indelebile dell’immaginario. di Filippo La Porta 8 gennaio 2010
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