Nel 2001 gli Usa inaugurano la guerra al terrorismo colpendo l’Afghanistan. Forze speciali preferite agli agenti di sicurezza, proclami contro al Qaeda per nascondere una giustizia iniqua, invio di militari al posto di operazioni di indagine. Va risolto lo squilibrio tra polizia, intelligence e politica di Fabio Mini, Gen. ex comandante Kfor
Barack Obama ha ammesso la gravità della situazione. Lo ha fatto proprio a chiusura di questo decennio armato, a West Point, nel suo discorso del primo dicembre sulla strategia da adottare in Afghanistan. E ha riferito che anche il nuovo comandante, il generale McChrystal, la trova peggiore di quanto inizialmente credesse. È una grande novità rispetto ai predecessori di entrambi - che hanno sempre negato l’evidenza - e rispetto alla pletora di lacchè politici e militari che in America, nella Nato e nel nostro Paese, oltre a negare i problemi, hanno enfatizzato i successi conseguiti in qualche microcosmo, ignorando i segnali di peggioramento complessivo. Un’operazione di mistificazione che ha elevato i rischi per il personale e avvelenato l’atmosfera politico strategica, attribuendo le cattive notizie alla voglia di denigrare i militari, all’antiamericanismo di certa stampa o addirittura alla scarsa collaborazione degli alleati. La valutazione di Obama, invece, suona finalmente come un richiamo alla realtà. Eppure in un punto fondamentale anche il nuovo presidente ripete un ritornello irrealistico. Individuando l’origine della minaccia in Afghanistan nella recrudescenza di al Qaeda e nel suo sodalizio con i Talebani, e giustificando l’invio di nuove truppe con l’esigenza di eliminare il pericolo che tale terrorismo raggiunga l’America e i suoi alleati. È evidente che anche lui ha bisogno di un nemico che fornisca il motivo per la continuazione della guerra. E pensa di ottenere consenso e di neutralizzare l’opposizione sfruttando la paura alimentata dal suo predecessore. In realtà la tesi è debole e sottrae credibilità alla stessa strategia militare. Al Qaeda è un argomento logoro. È ormai chiaro che il terrorismo non va combattuto con le truppe in Afghanistan o invadendo qualche altro Paese con grandi effetti speciali, ma usando discrezione, eliminandone le cause e controllando le persone che possono fomentarlo, organizzarlo ed esportarlo, a cominciare da quelle che risiedono in casa propria. Un lavoro che richiede un equilibrio da raggiungere nell’ambito del trinomio “politica, intelligence e polizia” in modo da prevenire e combattere le minacce realistiche senza gonfiare quelle artefatte, create soltanto per alimentare la paura o la xenofobia. Purtroppo, in tutto il mondo, il trinomio è stato sempre fortemente squilibrato o addirittura disatteso, come nel caso della guerra al terrorismo, che si è basata sull’uso esclusivo della forza militare.
Lo squilibrio più evidente si è realizzato nel mancato ricorso agli strumenti socio politici e nell’abuso di quelli rivolti alla soppressione fisica dei terroristi - veri o presunti. In Afghanistan e nel mondo intero questo compito è affidato a strutture come quella della Divisione attività speciali (Sad) della Cia, che può agire sia in aree dove sono presenti truppe convenzionali sia in aree in cui i soldati e le forze speciali a status militare non possono agire. Gli operativi sono tratti dai gruppi di élite di tutte le forze armate e da esperti reclutati appositamente. La Sad, in particolare, si avvale anche dei servizi di forze paramilitari, di compagnie di sicurezza private e delle analoghe forze dei servizi esteri collegati. Nella cosiddetta guerra globale al terrore, la Sad statunitense guida l’attività coperta contro al Qaeda. Nel 2002 l’amministrazione Bush ha redatto la lista di “capi terroristi” che la Cia è autorizzata ad assassinare «se la cattura non è possibile e le vittime civili possono essere contenute entro un limite accettabile», una lista che comprende Osama bin Laden e il suo vice al Zawahiri. In questi casi, il presidente non è legalmente tenuto ad approvare ogni attacco specifico, anche se è sempre informato sulle operazioni. Da allora, i nuclei Sad sono stati impiegati in varie parti del mondo. In Georgia, dove ufficialmente erano alla ricerca di elementi di al Qaeda fuggiti dall’Afghanistan o di collaboratori dei separatisti ceceni rifugiatisi nella Gola di Pankisi, hanno catturato 15 arabi collegati ad al Qaeda. Nelle Filippine, dove sono stati impiegati contro il gruppo di fondamentalisti Abu Sayyaf. E in molti altri luoghi, in decine di operazioni che hanno portato alla cattura di quasi tutto il gotha di al Qaeda. Tra questi, personaggi come Abu Zubaydah, capo delle operazioni, Ramzi Binalshibh, il cosiddetto “ventesimo dirottatore” dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, l’ideatore dell’attacco, Abd al-Rahim al-Nashiri, organizzatore dell’assalto alla nave da guerra Uss Cole nel 2000, Abu Faraj al-Libi, numero 3 di al Qaeda. Il 14 luglio 2009 il direttore della Cia Leon Panetta ha svelato l’esistenza di un programma segreto di omicidi contro sospetti appartenenti ad al Qaeda in ogni Paese del mondo. Su direttiva del vice presidente Cheney, il programma era stato nascosto perfino alla commissione ad hoc del Congresso incaricata di controllare le operazioni speciali e oggi è stato sospeso, su ordine di Obama, che evidentemente è rimasto colpito dalla crudezza dei metodi e dalla sua dubbia legalità. I team di esecutori, infatti, non partecipavano all’acquisizione delle prove sui sospetti e ricevevano soltanto l’ordine di assassinio, cattura o rapimento. Una struttura che lascia il sistema aperto a impunità nel caso di errori di persona, mancanza di riscontri sulle responsabilità, assassinio d’innocenti o eliminazioni sulla base di delazioni tese a vendette incrociate. E Panetta non ha escluso che il programma possa essere riattivato.
Le azioni Sad in Afghanistan risalgono agli anni Ottanta, quando Washington sosteneva la resistenza contro i sovietici. I mujaheddin ricevettero aiuti in denaro, equipaggiamenti, addestramento e, soprattutto, armamenti idonei a tenere in scacco le truppe russe, come i lanciarazzi da spalla Stinger. L’operazione americana si chiamava Ciclone. Negli anni Novanta, dopo il primo attacco di al Qaeda alle torri gemelle di New York (1993) e quello alle ambasciate americane di Dar el Salam e Nairobi, la Sad fu sguinzagliata dietro Osama bin Laden e per catturarlo attivò le prime operazioni clandestine in Afghanistan. Ma il presidente Clinton, che riteneva troppo elevati i rischi per gli operativi, non dette mai l’ordine esecutivo. I contatti stabiliti in quel periodo con i signorotti locali sono stati sfruttati però per l’invasione del 2001. Le unità Sad sono state le prime a entrare in Afghanistan e a organizzare le forze dell’Alleanza del Nord con le quali è stato rovesciato il regime dei Talebani. Secondo ciò che ha scritto sull’invasione Doug Stanton (Horse soldiers, 2008), 350 soldati delle Forze speciali, 100 operativi della Cia e 15mila combattenti dell’Alleanza del Nord sono riusciti a sconfiggere un esercito forte di 50mila uomini. Oggi che le truppe regolari talebane non esistono più e i guerriglieri insorti sono qualche migliaio, gli oltre 250mila soldati e poliziotti presenti sul terreno non riescono a controllare il Paese e la caccia ai terroristi è ancora affidata agli oltre mille operativi della Cia. Una stranezza che fa riflettere. E infatti il generale McChrystal, che proviene dalle forze speciali, intende rafforzare la capacità di queste operazioni assieme all’Agenzia centrale di intelligence. La Cia, dal canto suo, intende anche aumentare gli attacchi con velivoli senza pilota. Droni (in particolare Predator) che quest’anno hanno già condotto ben 37 attacchi su obiettivi in territorio pakistano e che il presidente Obama vorrebbe vedere impiegati ancor più intensivamente. Secondo fonti pakistane, negli ultimi due anni gli attacchi con velivoli senza pilota sono stati 80, con l’eliminazione di circa 400 combattenti ribelli. I voli autorizzati da Bush hanno ucciso otto dirigenti di al Qaeda, mentre quelli autorizzati da Obama hanno già eliminato centinaia di presunti terroristi e obiettivi di alto valore decimando ulteriormente la dirigenza dell’organizzazione terrorista. Leon Panetta ha già dichiarato che le operazioni Sad in Pakistan sono l’arma più efficace contro la dirigenza di al Qaeda. Sarebbero stati uccisi quest’anno anche uno dei figli di Osama bin Laden, Baitullah Mehsud (ritenuto il protettore di bin Laden in Pakistan) e, di recente, i leader militari di al Qaeda Mustafa al-Jaziri e Ilyas Kashmiri.
Successi ottenuti grazie agli attacchi sferrati dai droni - che presentano forti rischi di “danni collaterali” - a rapimenti e “extraordinary rendition”, a omicidi autorizzati e non, a delazioni pagate profumatamente e informazioni estorte con la tortura. Tutti strumenti che niente hanno a che fare con l’aumento dei contingenti militari, il potenziamento dell’esercito afgano e l’espansione della Nato. Se, quindi, l’obiettivo della strategia americana è quello di eliminare al Qaeda e se si continuano a privilegiare le attività speciali, l’aumento di truppe è solo un pretesto. Inoltre, le operazioni covert possono rivelarsi inefficaci (oltre a essere moralmente e giuridicamente discutibili) o controproducenti se continuano a creare squilibrio nel trinomio. La caccia all’uomo in Afghanistan sta assorbendo molte risorse e nel frattempo, anche grazie a questi metodi sbrigativi (legali e illegali), al Qaeda è scomparsa, o meglio, non esiste più come organizzazione unitaria gerarchicamente dipendente da una qualche cupola. Essa ha preso l’unica direzione che non avrebbe dovuto prendere: è diventata un simbolo, un paradigma, un’idea portante, un motivo di rivalsa e un’affermazione di potenza. Non ha più bisogno di capi e di strutture. I militanti in giro per il mondo si autogestiscono a livello microscopico e si autoalimentano traendo dalla fede e dal mito una forza diffusa che non necessariamente deve esprimersi con il terrorismo o con il ricorso ai proclami dei suoi vecchi capi. Nessun islamico aspetta gli ordini radiofonici di Osama e dei suoi seguaci ma l’idea di combattere e di resistere alla massificazione occidentale è ormai universale. Così come universale è l’obiettivo di quei gruppi che si rivolge contro i regimi islamici piuttosto che quelli occidentali. Della vecchia rete terroristica non è rimasto alcun elemento operativamente significativo ma dall’anabasi dei qaedisti e dei Talebani attaccati dagli americani in Afghanistan, e sfuggiti proprio nei primi giorni di combattimento, sono nati in tutto il mondo i nuovi punti di riferimento per chi voglia condurre una lotta. In Afghanistan non c’è più bisogno né del tritolo né della presenza fisica per alimentare l’avversione delle nuove generazioni contro gli occidentali e innescare nuovi focolai: di quei personaggi mitici che hanno dato vita alla rivolta basta la memoria, che sfortunatamente si è espansa prima ancora che se ne percepisse l’importanza. Una memoria che è stata alimentata man mano che l’azione militare a Kabul o lo stesso antiterrorismo nel resto del mondo diventavano inconcludenti e tragicamente nefandi. Dall’Afghanistan è partita l’ondata di torture e omicidi di prigionieri nei centri di detenzione americani dell’aeroporto di Bagram. Dall’Afghanistan sono stati trasferiti in Iraq individui coinvolti nelle violenze gratuite che hanno visto ripetersi - amplificata - la prassi della tortura e della privazione della dignità personale esplosa con il caso di Abu Ghraib. Dall’Afghanistan sono stati tratti i detenuti di Guantanamo, tra cui decine d’innocenti, sottoposti a trattamenti indegni. E questa memoria di disumanità si è trasferita al mondo.
Non si sa se Osama bin Laden sia veramente vivo e ormai poco importa. Il suo mito supera la persona e il personaggio. Per contribuire a smantellarlo non servirà più nemmeno catturarlo. Molti non crederebbero che si tratti del vero Osama e molti lo farebbero anche martire, oltre che eroe e santo. Paradossalmente il mito viene alimentato proprio dai discorsi sulla sua cattura, che lo pongono al primo posto nella lista dei criminali più ricercati. Lo ha fatto il presidente Bush e lo sta già facendo il nuovo presidente. Catturarlo e ucciderlo - con tanto di festeggiamenti e servizi speciali alla televisione - gli darebbe nuova vita e forse anche un nuovo corpo, preso a caso fra i milioni di ragazzi che vorrebbero essere lui. Tutto sommato, sarebbe più rassicurante saperlo in qualche sede diplomatica a ingozzarsi di tartine imburrate e circondato dalle concubine. Oppure in mezzo alle sue montagne, con le capre, a meditare. La vera soluzione contro il terrorismo è meglio cercarla nel ripristino del trinomio composto dalle forze tese a ripristinare la legalità e dall’equilibrio tra i suoi parametri. 23 dicembre 2009
|