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La festa del sole Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Solstizio d’inverno: il sole passa facendo un arco che ha la linea bassa sull’orizzonte e la notte è la più lunga dell’anno. Dopo la trionfante estate, settimana più settimana si sono poggiate sulle sue spalle ed è come l’immagine dell’uomo che, dopo il vigore della mezza età, curva sempre di più il dorso per il peso del tempo degli anni, ma non cessa di vivere. Forse gli antichi adoratori del sole facevano festa, perché avevano visto che, quando sembrava fosse giunta la fine della luce ed il buio eterno, quel disco ormai rossastro che non aveva più forze, si risollevava ogni settimana di più per tornare nel tetto del cielo. Ma penso che lo abbiano amato perché, oltre la luce per la conoscenza del mondo ritrovava, ogni anno, il calore che dava il piacere di vivere e... la vita stessa. Non so se, centomila anni fa, gli esseri umani osservarono e pensarono che la vecchiaia del sole, che faceva perdere al mondo la luce, faceva anche sentire al corpo tanto freddo fino alla morte. Forse avevano intuito che il verde delle piante era dovuto al suo amore perché, quando la luce non c’era, le piante non facevano le foglie verdi. Non pensavano che era la carenza di calore perché quando mettevano le piante sul fuoco le piante bruciavano e diventavano carboni ardenti, rossi, poi neri come la notte; non diventavano verdi. Così la passione amorosa ci fa perdere la luce degli occhi e ci acceca, rendendoci impotenti a vedere la verità dell’altro essere umano diverso da se stessi. La forza del calore che scioglie i metalli, sorge da dentro e ci avvicina fino al fondersi dei corpi. Non riconosciamo più noi stessi quando svegli guardiamo, studiamo, capiamo il mondo naturale non umano. Quasi sorgesse da dentro, ogni volta, un nuovo Narciso che affogò per non aver riconosciuto il proprio volto, la nostra identità cosciente, come sole nell’acqua, si dissolve nel volto altrui che diverso, infinitamente diverso, ci fa sembrare di essere noi stessi. Sono sveglio e subito dico in silenzio, “non è identificazione”. Allontano la parola perché la prima parte di essa è come se soffiasse all’orecchio la parola identico; ma identico vuol dire uguale! E non mi consola ricordare che il termine è usato per distinguere una cosa dall’altra. Ma quei lineamenti del volto, quasi invisibili come se volessero nascondere la loro identità, sono diversi dai miei; lo so anche se non ho lo specchio davanti, so che la luce degli occhi non è la mia perché, ed una pesantezza come un macigno si posa sulle mie spalle, non sono riuscito a vedere, dal buio della notte, un’immagine bella. è uscita dalla mente ed è diventata tormento del pensiero vigile, abile a comprendere rocce, alberi ed animali, ma non comprende le parole che cozzano l’una contro l’altra “essere umano uguale a me, diverso e sconosciuto”. Forse perché non si è mai compreso che sueño è simultaneamente perdita di coscienza cioè sonno e pensiero che è sogno.  

Ed ora, come uno schizofrenico cronico che sa tenere insieme il rapporto cosciente con la realtà non umana del mondo sento senza udire, perché senza suono, le voci che sono entrate nella testa da venti secoli, che dicono in continuazione “paganesimo”. Rimango calmo perché abituato alla violenza delle parole che hanno perduto la vitalità che è dentro il corpo, e perché sono innamorato della natura non umana che mi suggerisce sempre la differenza tra i tre mondi: minerale, vegetale e animale, lasciandomi nel silenzio quando compaiono le parole: essere umano. è silenzio perché ho allontanato il linguaggio articolato che diceva sempre che il pensiero dell’uomo è la ragione dello stato di veglia e coscienza e che, nel sonno, non c’è pensiero; il pensiero umano è soltanto verbale. Le immagini oniriche? Forse mandate dal diavolo, forse residuo animale. E quelle parole che si mostrano come elaborazione concettuale che dice “nel sonno c’è la pazzia perché si perde la ragione”, sono piante secche perché sorte dal terreno arido per la sabbia di un cervello deserto che ha un pensiero scisso dal corpo. Allo sguardo acuto come i raggi del sole che cerca le verità nascoste, le piante secche si polverizzano e le particelle invisibili si posano sul volto che, così coperto di polvere, perde la sua originalità dei lineamenti che fanno l’espressione d’amore per l’essere umano diverso. Allora pensai che esisteva una solidità dell’Io oltre la coscienza che non faceva fuggire perché vedeva, nel volto diverso, se stesso... vedeva perché sentiva che, nell’altra (o), c’era un se stesso sconosciuto. Era semplice pensare che non era il se stesso della veglia, della coscienza, della ragione. Meno semplice pensare che, al di là delle differenze anatomiche tra donna e uomo, c’era un’altra diversità. La stazione eretta era uguale, il linguaggio articolato era uguale, ma il cammino era diverso, la voce era diversa. Ancora più difficile era pensare il pensiero umano che, nella coscienza, sembrava uguale in corpi diversi.

Ma quel volto, anatomicamente uguale e infinitamente diverso, diceva sempre con una voce che non aveva suono: “anche il pensiero può essere diverso”. Ed io rispondevo, parlando soltanto verso la terrazza “ma alla nascita è uguale; non c’è femmina e maschio”. Ma nessuno mi rispondeva perché il sole era basso all’orizzonte e non riscaldava la terra. Ma forse le piante erano andate in letargo perché la luce, piano piano, settimana dopo settimana, era diminuita ed il buio della notte giungeva quando le lancette indicavano i numeri bassi del quadrante dell’orologio.
Ed ora, come se mi svegliassi, vedo che non ho detto del linguaggio umano parlato ed udito. Forse è stata la vita fatta nei campi, durante la guerra; è stato il pensiero che è sorto da dentro, osservando la realtà naturale del mondo. E la memoria invisibile mi fa pensare che ho avuto, fortunatamente, l’impossibilità di comprendere coloro che affermavano che l’uomo era stato creato da un dio diverso dalla materia. Era evidente che la scimmia era diversa dall’elefante e la gallina diversa dal serpente, ma l’anatomia diversa del corpo umano non faceva l’essere umano. Non avevano pensato al pensiero ma avevano creduto alla favola dello spirito che scendeva dall’alto come la neve. Perché, pensai, non era materia percepibile con i cinque sensi della veglia; e nessuno aveva pensato e visto la pulsione umana, la fantasia di sparizione alla nascita e tutti, nel profondo della mente che è coscienza, credono che... il mondo non esiste. L’essere umano non ebbe più rapporto vero con la natura non umana.

E lo “spirito”, che aveva inquinato la carne invadendola con l’amore per l’infinito, la tolse dalla percezione dell’altro essere umano che era diverso. Non era diverso come gli animali ma non era, in tutto, uguale a se stessi. Dissero che era per i genitali diversi, faceva i bambini che diventavano esseri umani, ed i figli facevano vivere la tribù. E la donna fu adorata come creatura divina perché creativa che dava l’esistenza e vita a ciò che non esisteva. Poi, non so, si accorsero che la donna aveva una mente diversa. Forse perché aveva scolpito sulla roccia le figure dei cavalli e dei cervi, e perché aveva impastato l’argilla con il rosso trasformando il fango che sporcava, nel colore che dava vitalità alle linee nere che avevano delineato la figura dei tori. Ma deve essere stato mostruoso intuire  che la donna aveva un desiderio per l’essere umano diverso. E si accorsero che il desiderio era diverso. Il maschio della specie aveva dovuto sviluppare la sua violenza per uccidere animali e piante e non c’era più posto per la tenerezza del desiderio. La sessualità era soltanto procreazione, perché il pensiero era rapporto con la materia e distingueva soltanto le cose buone delle cose cattive.

Dapprima credettero che il mondo finito fosse creato dall’infinito senza tempo che l’uomo, diverso dagli animali perché aveva l’anima che non era materia mortale, fosse opera dello spirito assoluto. Poi qualcuno pensò che l’essere umano non fosse molto diverso dall’animale detto scimmia. Così la razionalità pensò di aver abolito l’identità umana basata sulpensiero religioso. Avevano osservato le molteplici modificazioni dell’embrione che diventava feto e conclusero che, alla nascita, il corpo del feto non è differente da quando era nel liquido amniotico. Ma videro soltanto il respiro e conclusero che non era una modificazione essenziale. Quando scoprii la verità del termine pulsione nella mente comparve, come un dittatore che non ammette obiezioni, la parola trasformazione. E, con sé portò il pensiero che le evidenti modificazioni del corpo del feto erano soltanto modificazioni della forma della materia che, in verità, non si modifica nella sostanza. è la luce del sole che stimola la rètina e fa funzionare la sostanza cerebrale. I fisici la chiamano energia perché ha una velocità di spostamento nello spazio che la materia percepibile non ha. La sostanza cerebrale che vive iniziando un movimento invisibile, diventa la sapienza dell’emergenza del pensiero dalla realtà biologica che non è più la stessa da quando il feto non respirava e non vedeva e non pensava.

 
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