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Gucci, Vighi, Mascheri e gli altri. Gli scrittori emersi negli ultimi dieci anni scelgono “il vero” ma non la mimesi
Stendere un bilancio in poche righe di un intero decennio è impresa ardua anche per un critico letterario allenato alle “sintesi”. Eppure se dovessi indicare una tendenza - che giudico positiva - nella narrativa degli ultimi anni direi che è quella di un ritorno alla realtà. O meglio: dell’esigenza di riprovare a distinguere, nel mondo divenuto nietzscheanamente «favola» (o meglio fiction e videogioco, simulazione di se stesso, grande lunapark) tra ciò che è “reale” e ciò che non lo è. Realismo non significa naturalismo: i romanzi allegorici di Kafka prefigurano la trista realtà dei campi di sterminio. Lo scrittore realista “inventa” sempre una realtà, che però è un’invenzione in cui altri si riconoscono, in cui riconoscono cioè la logica stessa delle cose, altrimenti opaca o nascosta. Nel Contagio di Walter Siti (Mondadori), si comincia alla Perèc, con la piantina del condominio di Tor Bella Monaca dove si svolge la storia: un pasoliniano Ragazzi di vita al tempo del reality show, in cui i vari personaggi interpretano se stessi nella vita quotidiana. In quel condominio si riflette una verità nichilista dell’esistenza a cui - nonostante certi umori decadenti di Siti - nessun lettore è estraneo. Alla luce di queste parziali considerazioni vorrei ora suggerire un elenco di opere italiane recenti che mi sembrano di qualche rilievo - a parte Siti, già ricordato, e Niccolò Ammaniti, strepitoso affabulatore nell’ultimo Che la festa cominci (Einaudi) - e che non ha nulla a che spartire con il cd New Italian Epic.
La Napoli della Kryptonite nella borsa (Bompiani) di Ivan Cotroneo è più vera, dietro un’apparenza fiabesco-convenzionale, di tanti reportage simil Gomorra. Claudio Menni con Gardo Mengardo (Manni) attraversa i Sud del mondo con una lingua personalissima e una disperazione non finta. Quasi una vita (Feltrinelli) di Chiara Tozzi racconta con tono epico intimistico gli anni Sessanta, attraverso il punto di vista straniato di una governante in una famiglia borghese fiorentina: nell’alterità della donna - figura sfuggente ma indelebile del nostro passato collettivo - ritroviamo come la memoria in lacrime di una promessa non mantenuta. Paolo Mascheri con Il gregario (Minimum Fax) prova a mettere in scena la realtà quotidiana, l’orrore ordinario. Il suo protagonista ventottenne ha una «inadeguatezza connaturata», con la fidanzata parla solo di viaggi, e “fa sesso perché fa «smettere di pensare”. Pochi scrittori - Veronesi, Carraro - ci avevano raccontato l’inettitudine senza desideri, il caos calmo del nostro presente e di un’Italia incarognita, con una prosa così essenziale, e senza la smania di “intrattenerci”. In modi non dissimili, Andrea Piva in Apocalisse da camera ci aveva proposto un assistente universitario barese, cocainomane ed erotomane, con una sua vitalità malata, autodistruttiva, anche un po’ stregante, senza però - fortunatamente - trasformarlo in serial killer (banalizzandosi). La narrativa di genere, e in particolare il noir seriale, è spesso il peggior nemico di un realismo autentico in letteratura! Anche se - bisogna riconoscerlo - Emiliano Gucci in Un’inquilina particolare (Guanda) si confronta proprio con il noir per offrirci un memorabile ritratto di trans gigantesca, tossica ed ex detenuta, e per darci un melò originalissimo ambientato tra Firenze e le Puglie La protagonista di Louise (Bollati Boringhieri) di Eliana Bouchard è una nobile ugonotta, scampata alla Notte di San Bartolomeo, che sposa Guglielmo il Taciturno, e poi dopo l’uccisione di questi, è costretta ancora all’esilio. Attraverso questo personaggio, che contrappone all’orrore della Storia l’inclinazione a prendersi cura di cose e persone, riscopriamo le radici femminili di un’utopia, di un presente che avrebbe potuto essere diverso… Con Luce d’Orione (Mondadori), l’inesauribile Valerio Evangelisti ci riporta ancora una volta al 1300, alle guerre contro gli eretici, e al suo inquisitore fanatico del Bene ma soprattutto ci suggerisce una riflessione attualissima sul Male. Mentre con L’ultima estate (Fazi), Cesarina Vighi ha portato ai suoi estremi il genere della autofiction, fino però a esaurirlo, tanto che dopo di questa probabilmente non se ne scriveranno più. Nel senso che qui l’autrice prima si mette in scena - lei e la sua malattia - in modo diretto, senza veli, e poi arriva a mostrarci la propria morte, firmandosi ironicamente il “narratore onnisciente”. di Filippo La Porta 23 dicembre 2009
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