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Non si vive di solo Ronconi Stampa E-mail
Il fenomeno dei narratori ha dilagato fino all’eccesso. Sul fronte della regia, purtroppo poco o nulla di nuovo

Si potrebbe affermare che il XXI secolo della scena di prosa comincia nel 1997 con il Nobel a Dario Fo - la seconda volta che il riconoscimento va a un uomo di teatro italiano dopo Pirandello - e si chiude il 24 dicembre 2008 con la morte di un altro premio Nobel, Harold Pinter, uno dei più importanti drammaturghi della contemporaneità.

Nella differenza fra i due illustri drammaturghi si può rintracciare ciò che separa la scena nazionale da quella estera. Dario Fo è e resta, secondo la sua stessa definizione, un giullare, nel senso migliore della parola. Pinter invece resta prima di tutto uno scrittore di teatro e la sua attività di regista e attore è esperienza indispensabile per la costruzione dei suoi drammi. L’onorificenza a Fo (a suo tempo assai stupidamente contestata da commentatori italiani quasi tutti accomunati dall’ignoranza per il fatto teatrale) ha accelerato uno dei fenomeni più evidenti degli ultimi dieci anni: il teatro di narrazione, in cui il demiurgo non è il regista con le sue immagini ma, nuovamente, nel solco della tradizione italiana, l’attore con il suo corpo e la sua parola. Marco Paolini e Ascanio Celestini, Marco Baliani, Davide Enia, Ulderico Pesce, Mario Perrotta, per non citarne che alcuni, diventano i portatori di un teatro civile che cerca un rapporto diretto con il pubblico e che deve molto all’engagement di Dario Fo e alla sua lezione sul lavoro dell’attore. È in effetti la vera novità del decennio. Anche se il movimento artistico ormai trasformatosi in moda sta causando un’invasione di “narrattori” che sinceramente incomincia a venire a noia.

Dal lato invece della regia, di quel modo di fare teatro che Silvio D’Amico aveva vigorosamente propugnato ai suoi tempi nell’intento di sprovincializzare la scena italiana, le cose non vanno altrettanto bene. Nessuno dei vari metteur en scène giovani venuti alla ribalta negli ultimi anni, non Pippo Delbono per fare un esempio, né tantomeno Antonio Latella, una delle più tristi delusioni della nuova generazione, neppure Emma Dante, recentemente fischiata alla Scala per la sua regia della Carmen di Bizet (va detto però che i loggionisti scaligeri contestarono persino La traviata di Visconti con la Callas, quindi i loro giudizi sul fatto teatrale vanno presi con il beneficio d’inventario), sono riusciti a offrire molto di più oltre a se stessi. Nessuno insomma ha per ora realizzato un avanzamento della regia, una sintassi innovativa dell’arte di mettere in scena. Non si vede insomma un Giorgio Strehler né un Luca Ronconi. Quindi, scomparso il primo nel ’97, Ronconi resta l’unico grande regista nazionale, il solo attualmente in grado di offrire una modalità originale del fare teatro che vada oltre la semplice esibizione del proprio stile. Quindi una personalità autenticamente europea laddove gli altri quando esportano i loro spettacoli vengono percepiti all’estero come dei registi “italiani”, inesorabilmente etichettabili, magari anche bravi ma la cui provenienza è immediatamente riconoscibile quanto l’accento esotico nella parlata di uno straniero.

Centrale nella spiegazione di una qualità generalmente modesta dei nostri spettacoli è il deficit di formazione dei giovani artisti di teatro. L’Accademia nazionale d’arte drammatica è ormai ridotta a una vecchia signora un po’ ridicola nella sua ostinazione di ritenersi la detentrice della tradizione e del “bon ton” teatrali. Purtroppo da quell’istituzione statale rari come i pinguini a Tangeri sono gli artisti interessanti usciti negli ultimi anni. Tuttavia responsabilità gravi vanno ascritte anche agli stabili pubblici, i quali accuratamente hanno evitato di fare il loro mestiere di promozione della drammaturgia italiana e di cooptazione dei migliori talenti giovani. Una mancanza grave, ovviamente dovuta a una piccola casta di direttori e consiglieri di amministrazione ottusamente costruita e foraggiata per decenni dal gauchismo clientelare. Un’altra piccola grande colpa della sinistra italiana. 

di Marcantonio Lucidi

23 dicembre 2009

 
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