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C’era una volta Wall street Stampa E-mail
Quello passato è stato un decennio di eccessi che lascia i bilanci pubblici e privati devastati. Quello che viene passerà, in buona parte, a smaltire la sbornia

di Luca Bonaccorsi e Carlo Freboudze

Il decennio che fu è nato parlando di new economy e nasdaq, e muore maledicendo i derivati. È nato nel lusso dei maxi uffici delle investment bank. E muore senza di loro. Perché le mitiche Goldman Sachs, Merrill lynch, Salomon brothers, Lehman brothers sono tutte fallite.

Foto ricordo
I mercati, si sa, sono fatti di numeri. E allora eccoli due numeri che parlano del decennio passato: 4.662 e 6,5 per cento. Il primo è il livello del Nasdaq, l’indice Usa dei titoli tecnologici. Il secondo è il livello dei tassi d’interesse americani, i Fed funds. Sono due dimensioni, l’altezza e la larghezza, di un’era: la primavera del 2000. Oggi il Nasdaq è a 1.044, e i tassi d’interesse Usa, per la prima volta nella storia, allo zero per cento.
Ma riavvolgiamo un attimo il nastro. è la primavera del 2000. è passata la grande paura del Y2K, il baco elettronico che doveva distruggere i sistemi informatici del pianeta e causare la più disastrosa delle recessioni (a ripensarci oggi viene da ridere). Il Nasdaq è a 4.662. Ci sono aziende dot.com, con quattro scemi in un ufficio, che in Borsa valgono quanto gruppi industriali da decine di migliaia di dipendenti, impianti e terreni. I “multipli”, cioè il rapporto tra utili prodotti e prezzo in Borsa utilizzato per valutare le azioni, non reggono più. Siamo all’apice, e all’epilogo insieme, della retorica della new economy. Che effettivamente nuova lo è davvero. La Rete, le telecomunicazioni, lo sviluppo tecnologico spingono. Ma la misura va completamente persa negli uffici degli arranger di Wall street che passano il tempo a fare offerte pubbliche di azioni di società che non esistono. Per ogni Amazon, Google, Yahoo ci saranno cento e mille bufale. Eppure già due anni prima il povero Alan Greenspan, ex governatore della Fed, aveva fatto il discorso sulla “esuberanza irrazionale” dei mercati. In tutta risposta il mercato gli era cresciuto sotto il naso facendolo sembrare un vecchio rimbambito. Il Nasdaq raddoppia in pochi anni. Raddoppia. È la classica profezia che si autoavvera. I profeti della nuova era teorizzano tassi di crescita non inflazionistica senza precedenti. E gli Usa, tale è la mole di capitali che arriva ogni giorno a Wall street, sorprendono ogni anno. Ogni anno dal 1996 al 1999 le previsioni della crescita sono al 2 per cento. E gli Stati Uniti, ogni anno, crescono al 4 per cento. Il nuovo secolo apre così. Alle spalle i travagliatissimi anni Novanta. Con il crollo del comunismo, si è schiantata l’economia dell’ex Unione Sovietica e dei Paesi a questa legati. Gli anni Novanta si erano chiusi con una serie di crisi finanziarie di dimensioni medie. Il Sudest asiatico, la Thailandia in particolare, raccontava già del dilagare della produzione cinese, che conquistava un numero crescente di mercati facendo schricchiolare l’intero parco produttivo del retrobottega degli Usa e del mondo per la produzione di beni manifatturieri a basso prezzo. E poi il crack russo e quello argentino. Ma il secolo, nonostante tutto, inizia all’insegna dell’ottimismo visionario.

Da allora il crollo è pressoché verticale.

L’esplosione della bolla delle dot.com tocca rapidamente il fondo. Nell’ottobre del 2002 il Nasdaq stampa un numero sul tabellone che in tanti non scorderanno mai: 812. Meno di un quinto di ciò che era. Tra società che falliscono e altre che reggono a prezzi più “terrestri”, i risparmi del mondo, investiti nelle meravigliose sorti e progressive di internet, svaniscono. Il colpo è tale che Greenspan è costretto ad abbassare i tassi rapidamente dal 6,5 all’1 per cento. Un livello bassissimo e inedito per un periodo di pace. Negli Usa e in Giappone i tassi sono praticamente a zero. Il mondo è inondato di liquidità. Parte la caccia ai rendimenti.

Arriva il cartolarizzatore
Negli anni Ottanta la finanza, attraverso la figura del banchiere d’affari, aveva un’immagine. C’era stato Richard Gere in Pretty woman a spiegare il business delle fusioni e acquisizioni. Ma, più importante e artisticamente significativo, c’era stato Wall street, il capolavoro di Oliver Stone con Micheal Douglas. Gordon Gekko era la perfetta rappresentazione dello spirito di un’era che macinava utili al grido di “greed is good” (l’avidità è buona). Negli anni Novanta gli eroi della finanza erano i grandi speculatori, i George Soros del mondo, che sfidavano le vecchie e pompose banche centrali umiliandole nel mercato dei cambi. Da allora però la rappresentazione del “banchiere” è divenuta impossibile. Per un motivo semplice: che il protagonista vero del decennio divenne un personaggio irrapresentabile: il cartolarizzatore. In realtà, il business delle cartolarizzazioni (o delle securitisation) nasce molto prima, negli States. È un processo geniale che punta a rendere liquida e smobilizzabile qualunque attività economica. Essenzialmente permette di aumentare il credito, e lo rende più accessibile, anche agli operatori meno affidabili. La materia grezza di una cartolarizzazione è qualunque attività economica, reale o finanziaria, che produca dei flussi di cassa. Facciamo l’esempio di un Comune che incassa ogni anno una piccola tassa per la licenza dei taxi. Mettiamo 100 euro l’anno, per mille taxi circolanti in media. Il Comune però ha bisogno di soldi per costruire un nuovo asilo e un parcheggio. Qui arriva la cartolarizzazione: il Comune crea una società X, detta società veicolo. E a questa cede i diritti di incassare la tassa dei taxi per i prossimi 10 anni. La società X emette un’obbligazione sul mercato di (mettiamo) un milione di euro. Agli investitori vengono venduti dei bond, garantiti dalle tasse dei taxi. Con i soldi incassati dalla vendita delle obbligazioni la società X paga il Comune, detratte le spese per l’operazione, per l’acquisto del diritto a incassare i versamenti dei taxi. A operazione conclusa, il Comune si trova in cassa il milione di euro di cui aveva bisogno, la società X vive fino alla scadenza dell’obbligazione con il solo obiettivo di ricevere le tasse e pagare le cedole delle obbligazioni. E l’investitore ha un titolo negoziabile, di cui può liberarsi all’occasione. Tutti felici. Questa tecnica ha rivoluzionato il mondo del credito. Le banche hanno scoperto che non c’era più bisogno di tenersi sui bilanci mutui e prestiti. Si potevano cedere a una società veicolo, e incassare subito. In un contesto di tassi bassi con i fondi d’investimento in cerca di extra rendimenti, dei prodotti ben impacchettati che offrono un piccolo premio trovano mercati sconfinati pronti ad accoglierli. Ma che vuol dire ben impacchettati? Qual è il meccanismo che permette di rivendere a fondi pensione e assicurazioni qualunque tipo di rischio? Si chiama rating. La foglia di fico che copre l’intera operazione di cartolarizzazione la forniscono proprio loro: le severissime agenzie di rating. Questo meccanismo, apparentemente tecnico, ha due importanti effetti che sono comprimari della grande crisi di fine decennio. Il primo è l’incredibile aumento del credito. Una vasta platea di persone, e imprese e Stati persino, che non potevano accedere al vasto mercato dei capitali ora possono farlo. Aumentano i debiti complessivi del mondo. A parte ciò, tutto ok? Non proprio. Nel processo di “impacchettamento” c’è una parte che resta fuori. È la parte rischiosa, quella probabilisticamente in perdita. Quella parte non se la compra nessuno e spesso rimane nella pancia della banca. Fino al 2007 le banche macinano utili da sogno e il mondo si gonfia di debiti. Poi, il crack. Due variabili, quattro numeri. Gli estremi di un decennio iniziato e finito negli eccessi.

Il prossimo decennio
parte male, quindi. Non bisogna essere pessimisti per immaginare che potrebbe servire l’intera  prima metà per smaltire le perdite accumulate. Nei bilanci delle banche ci sono titoli registrati a valori molto superiori di quelli effettivi. Man mano che questi scadono le perdite emergono. Il processo attualmente in corso funziona così: le istituzioni monetarie regalano fondi gratis alle banche. Queste li prestano al sistema, lucrandoci. I profitti vanno, tolti i ricchi bonus, a ricapitalizzare le banche stesse che sono in larga parte fallite. Sostanzialmente, se non formalmente. Quanto durerà questo processo è difficile dirlo. Il decennio che viene sarà il tempo della difficile gestione degli enormi debiti pubblici dei Paesi occidentali. Ciò avverrà in un contesto di bassi tassi di crescita e alta disoccupazione. Un mix davvero pericoloso. Stati come la Spagna, l’Irlanda e la Grecia faranno fatica a competere con aziende come Toyota sui mercati. Con il trasferimento della manifattura in Asia, l’Europa e gli Usa dovranno decidere quale ruolo avere nella catena mondiale della produzione del valore. In Italia al momento non vi è traccia di una simile riflessione negli ambienti governativi.

I Paesi emergenti emergeranno. Soprattutto quelli che hanno i forzieri pieni di denaro da investire nel loro futuro, vedi la Cina. La nuova finanza nascerà in Asia e in Sudamerica. Ma, almeno a giudicare dagli ultimi sviluppi, non sarà molto diversa dalla vecchia. Dopo la paura, la storia insegna, torna sempre l’avidità.

23 dicembre 2009

 
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