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L’immagine inventata Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Era lunedì e suonavano la sinfonia numero sette di Sibelius. Erano scomparse ventiquattro ore da quando ero stato accompagnato a casa in automobile come fossi un invalido. Forse era vero perché ora il ricordo dell’autoritratto di Michelangelo mi fa vedere l’immagine di un sacco svuotato, immagine che l’uomo dotato di genio voleva far parlare. Diceva, certamente, che era riuscito ad essere artista e, sotto il potere del papa cattolico, la vitalità si esauriva. Poi, al mattino, stavo bene ed i ricordi ed i pensieri si univano e si fondevano ed io non distinguevo più la veglia dal sonno. Rivedevo, la sera di domenica, l’uscita dal teatro Eliseo a via Nazionale che, impassibile, faceva passare su di sé grossi autobus che andavano a vedere la bestia e la bella della fontana di piazza Esedra; automobili che, scivolando in discesa, fuggivano spaventate in senso contrario, furtivamente in silenzio come se si nascondessero. Anch’io mi vergognavo quando mi portavano verso casa per l’odio profondo per l’amico e collega che, gentiluomo cortese, aveva accompagnato una donna poetessa che, recitando le sue poesie, aveva fatto uno spettacolo al teatro. Era vestita di bianco. Avevo visto, su un telone come al cinema, le immagini del dibattito alla fiera del libro che si era svolto il giorno prima. Uscendo ero turbato e perplesso perché avevo visto due persone diverse da quelle che, il giorno dopo, erano lontane l’uno dall’altra. Era, vestita di bianco, regina del palcoscenico ed io, in platea, non esistevo perché perduto tra mille spettatori innamorati. Il giorno prima avevo parlato con lei che non era vestita di bianco. Forse ero un messaggero di uomini e donne che, per tanti anni, avevano cercato di estirpare dall’essere umano l’odio dell’uomo per la donna, l’odio della donna per l’uomo. Diversi l’uno dall’altro avevano cercato un linguaggio uguale che diceva le cose mai viste, ma nel parlare la voce aveva un suono e un senso originale non imitabile da nessun altro. Allora, senza ragione, gli uomini di un tempo lontano vissero una conoscenza che faceva un pensiero che, senza parola, diceva: “Non è come me, la voce è diversa sottile e debole, non può spaventare gli animali ed i nemici”. E quando giunse il pensiero verbale non comparvero, per definire la specie, i due termini «essere umano», ma dissero una sola parola «uomo». E, forse, la donna terrorizzata dall’urlo del maschio che spaventava i bambini fermò, per lungo tempo, la trasformazione che faceva del vagito, il linguaggio articolato. Forse la capacità di immaginare divenne, con il mugolio simile a quello degli animali o nel silenzio, soltanto linea. E vedo che il maschio come Polifemo, incidendo nel terreno brevi linee rette, conta il numero delle pecore che escono dalla caverna; la donna rimasta sola, con la punta delle corna di un toro segna sulle pareti di roccia bianca le linee curve che fanno la figura di un cervo mangiato. Ma là, a Latmos, le figurette nere dalle natiche quadrate sono scolpite dalle donne e non sono ricordo cosciente ma immagini sorte da loro stesse... «la creò dall’illusione di se stessa».

Ora rivedo l’abitacolo dell’automobile pieno di cose e persone e, nell’angolo opposto diagonalmente a quello dove sedevo io, una macchia bianca tentava di ricordare una splendida immagine di donna che, regina della notte come la luna, aveva esaltato la mia solitudine di agosto. Senza vederla, avevo visto le sue parole su Liberazione il 13 settembre 2008. Sono certo che quel nome Lilith fece, certamente, un’immagine di donna che sorse dal dentro di me e non era ricordo di una percezione; era la capacità di immaginare che aveva trasformato le piccole linee geometriche che segnavano sulla carta bianca le sue parole che avevano perso il suono. Poi scrissi “mi sono innamorato di Joumana Haddad”. Poi la vidi alla libreria Amore e Psiche e parlammo; era l’incontro tra sconosciuti ma sono certo che, nel pensiero senza coscienza, si incontravano l’immagine creata a settembre, quando erano riprese le sedute di psicoterapia di gruppo, e la figura della percezione della realtà materiale di un corpo umano che non era ricordo di una persona uscita dal campo visivo. Scrissi L’araba ribelle e le lettere mute provocarono parole che dalla stessa carta bianca traevano la voce che diceva nella lingua araba incomprensibile: “Io sono. Tu maschio occidentale dovrai stare a distanza per onorare una donna nuova, non sottomessa perché è figlia di Lilith”. Udivo le voci che venivano dall’Oriente ed era lingua sumera, assira, babilonese incomprensibili come le immagini dei sogni, ma ho visto il nome e «quando ho scoperto la storia di Lilith sono tornati tutti i canti della mia vita». Aveva dato un’immagine ai movimenti del corpo del tempo della sua vita. Ed io vedo le due parole: rivolta, rifiuto. E l’immagine di donna vestita di bianco che, parlando, canta poesie aveva sotto i piedi nudi i frammenti dei nomi Eva, Adamo e Madonna cristiana.

Ed ora rivedo l’abitacolo dell’automobile e la macchia bianca dell’angolo che scivola via, sprofondando nella strada rumorosa. Anche se alla sua voce risposi urlando con il saluto di mille baci era, in verità, sparita. Poi lunedì mattina stavo bene e mi resi conto soltanto nel tardo pomeriggio, quando ero tornato ad interpretare i sogni, di aver ricreato il narcisismo neonatale. Ed ora non so se il risveglio sereno fu perché avevo fatto un bel sogno, oppure avevo visto e vissuto immagini che vivevano fuori dal mio corpo. Mi ripeto, come una filastrocca, le parole che dicono una verità ovvia “il sogno sono immagini che restano nella mente al risveglio; le percezioni della realtà nella veglia diventano figure che sono i ricordi del passato non più percepito... e so, con certezza che, vagando come un naufrago su una tavola, ero sempre sveglio ed i sensi percepivano la realtà esterna a me. Non era una immagine “illusione di me stesso”; e le figure viste ed udite non erano ricordo di quando, ad aprile, avevo visto l’aspetto di una donna e sentito la sua voce. Ma io la conoscevo anche se la sua figura non era mai comparsa nella mente sveglia, anche se il pensiero della notte era stato, nel silenzio delle immagini, sempre muto. Allora ricordo che, nel tempo passato, pensai che nella mente che non ha coscienza c’è una immagine altra che esce da se stessi; e non è ricordo e non è immagine del sogno. è l’immagine che gli artisti riescono a scolpire e dipingere ed è un se stesso e non è un autoritratto che fa riconoscere la persona che lo ha creato.

“... Sono la diretta discendente di Lilith... cioè ho raccontato la mia storia”. Ma, le dissi, “Lilith non è mai esistita!”. E gli occhi neri mi hanno guardato ed io ho continuato a dire “è un’immagine inventata, è qualcosa che nasce da te stessa. Hai trovato, nelle parole di quel racconto, una luce che ti faceva vedere, senza gli occhi, una immagine misteriosa nascosta che non si vede né nella veglia e, nel sonno, balbetta e cerca di dipingere non riuscendo a fare forme definite. Se, dalla mente sconosciuta riesce a fondersi con la mano, parla di sé dipingendo e scolpendo”. Facendo poesia le immagini perdono la forma e la linea nera ha in sé il suono del vagito della vita, ed il profumo ci fa seguire la strada bella del rapporto interumano senza ragione. E scrivere poesia è trasformazione della voce in parole silenziose. Ma, poi, dico il contrario “è il silenzio della linea ondulata della poesia araba che diventa voce”. E subito torna il professore che dice “all’inizio della vita c’è prima il silenzio della capacità di immaginare; poi compare il suono del vagito che si trasformerà in voce. Ma poi, hai letto, la membrana del timpano trema come la pelle di una donna innamorata”.

Novella Lilith, le piaceva la parola irrazionale; sembrava ne fosse innamorata. Ed io penso alla folla di esseri umani che le stava intorno e l’amava applaudendo, e vedo un cartello grande quanto quello di Fellini che fa impazzire il povero uomo normale ed ordinato, perché una bella donna lo invita a bere più latte. Ora c’è scritto, con caratteri d’oro rosso: irrazionale. Poi mi vedo seduto nella mia poltroncina, come un invalido, a verbalizzare le immagini oniriche. Si è formata, o abbiamo creato, un’immagine impossibile, non pensabile esistente nelle molte teste e nei molti corpi seduti uno accanto all’altro. e le parole gruppo, collettività, invece di suggerirmi un’immagine, quasi mi spaventano perché mi fanno pensare ad un’immagine femminile mai esistita... come Lilith. Si chiama Analisi collettiva e non c’è mai stata neppure ai tempi lontani quando il dio creatore dell’essere umano non c’era. Quando, ancora esseri naturali senza ragione e parola, soltanto le immagini muovevano il corpo e, pelosi e barbuti, cercavano insieme il cibo per vivere. Ma, ogni volta, lascio la donna immagine, diversa da me, a casa o lungo la strada come quando discese dall’automobile, e divento solo perché l’immagine del gruppo informe perché multiforme è soltanto quella senza ragione.

 
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