A pochi giorni dalla posa della prima pietra, i movimenti si danno appuntamento a Villa San Giovanni per una manifestazione nazionale. E la giunta Loiero fa ricorso alla Corte costituzionale contro il governo di Rocco Vazzana
«Tanti sì, un solo no». Con questo slogan migliaia di persone arriveranno il 19 dicembre a Villa San Giovanni (Rc) da tutta Italia per manifestare contro la costruzione del ponte sullo Stretto. Alla mobilitazione hanno aderito oltre 150 organizzazioni, circa 50 artisti e alcuni enti locali. Una data scelta non a caso: a quattro giorni dalla messa in posa della prima pietra, prevista il 23 dicembre. L’apertura dei cantieri è stata annunciata in pompa magna dal governo nei mesi scorsi ma, secondo i movimenti che si oppongono alla mega opera, si tratterà solo dell’ennesima azione dimostrativa. Una tesi che potrebbe essere confermata dai fatti, visto che la costruzione del ponte presenta oggettivamente parecchie problematicità. A partire dal progetto della struttura, ancora fermo alla fase preliminare e dunque mai approvato. La posa della prima pietra, dunque, avverrà senza un progetto. Miracolo italiano.
Quello di Messina, infatti, sarebbe il primo ponte al mondo con queste caratteristiche: una sola campata per 3.300 metri di lunghezza e 60,4 di lunghezza. Senza considerare, ovviamente, i problemi legati a un territorio caratterizzato dal forte rischio sismico. Ma - come ha ammesso il ministro dei Trasporti e delle infrastrutture Altero Matteoli - il 23 dicembre non inizierà la costruzione dei piloni. Per quella data, infatti, saranno inaugurati i lavori delle opere collaterali a terra. In particolare, sul versante calabrese, saranno aperti i cantieri per la “variante di Cannitello”: un’operazione di interramento del tracciato ferroviario in prossimità di Villa San Giovanni. Il progetto, inizialmente, aveva poco o nulla a che fare col ponte: il Cipe lo aveva finanziato nel marzo del 2006 con una delibera (la numero 83), nella quale i lavori venivano espressamente distinti dalla grande opera. Sulla carta, dunque, si trattava di un semplice cantiere ferroviario, non collegato ad altri progetti. Ma a tre anni di distanza, il Cipe ha presentato una nuova delibera (la 77/09) per mischiare le carte in tavola, cambiando il soggetto che gestirà il cantiere: alla Rfi (Rete ferroviaria italiana) è subentrata proprio la Stretto di Messina spa (la società concessionaria per la progettazione, la realizzazione e la gestione del ponte). Che si è subito premurata di far rientrare la “variante di Cannitello” tra gli interventi connessi alla faraonica opera pubblica. Una decisione che non è piaciuta affatto alla Regione Calabria. L’istituzione guidata da Ignazio Loriero ha appena deciso di uscire ufficialmente dalla Stretto di Messina spa e di presentare un ricorso al Tar contro la nuova delibera, accusata di ledere il principio della leale collaborazione tra Stato e Regioni.
«Siamo usciti da quella società in continuità con gli impegni che avevamo assunto in precedenza - spiega Michelangelo Tripodi, assessore all’Urbanistica della giunta Loiero -. Già un mese fa avevamo deciso di dare l’adesione ufficiale alla manifestazione, abbandonando definitivamente la Stretto di Messina abbiamo fugato ogni dubbio sulla nostra posizione. In più, contro quella delibera del Cipe abbiamo presentato due ricorsi, al Tar e alla Corte costituzionale per chiedere il rispetto delle regole». La svolta della Regione Calabria ha dato nuove speranze ed entusiasmo ai “nopontisti”, che adesso si sentono appoggiati anche da un’istituzione. «Il re è nudo - dice Nuccio Barillà, del direttivo nazionale di Legambiente e storico leader del movimento ecologista reggino -. Quest’opera non serve agli interessi collettivi. L’attesa messianica del ponte è pura ideologia, impedisce il reale sviluppo della Calabria e della Sicilia. Il governo deve restituire al Sud i soldi che sono stati sottratti e investirli in modo corretto. Queste risorse devono essere impiegate per creare un sistema integrato di trasporti efficiente e per mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico», continua l’ambientalista. «In questo modo cadrebbe anche la chimera occupazionale legata al ponte, visto che nella bonifica troverebbero occupazione i nostri tecnici. E i nostri giovani talenti non sarebbero costretti a emigrare dopo l’università».
Ma il governo non sembra intenzionato, almeno in questa fase, a fare marcia indietro su un’opera che ritiene prioritaria. «Ci opponiamo a una delle tante scelte calate dall’alto - spiega Tiziana Barillà delle Rete no ponte - che ignora i bisogni e i diritti dei territori per privilegiare opere faraoniche e grandi imprese come Impregilo. A Villa San Giovanni il 19 dicembre sarà un giorno di festa». E per l’occasione verrà anche lanciata la campagna “Restituiamo la prima pietra”. «Questa idea - spiega ancora Nuccio Barillà - prende spunto da un episodio avvenuto tanti anni fa. Il 25 aprile del 1975, una delegazione di cittadini si recò a Roma per restituire la prima pietra di un fantomatico polo siderurgico, posta da Giulio Andreotti a Gioia Tauro. In quell’occasione, furono abbattuti circa mille ettari di agrumeti per far spazio a un nuovo polo industriale che avrebbe dovuto occupare migliaia di persone. Andreotti pose la prima pietra a cui però non ne seguirono altre. L’attesa dei lavoratori fu delusa e a essere ingrassata fu solo la ’ndrangheta che si avventò sui fondi governativi. L’unico risultato tangibile fu la devastazione del territorio».
Oggi la storia potrebbe ripetersi. Sulle due sponde dello Stretto tutti sanno che la grande opera rimarrà solo un brutto sogno. Ma quella delle infiltrazioni mafiose nei cantieri potrebbe presto divenire una realtà. «È noto - conclude Tiziana Barillà - che da queste parti, specie nel settore del cemento e del movimento terra, non un appalto sfugge agli appetiti delle organizzazioni mafiose. Questo non può essere considerato sviluppo». 18 dicembre 2009
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