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Pippo Di Marca mette in scena L’imperatore della Cina, testo poco frequentato di Ribémont-Dessaignes

Pippo Di Marca è prima di tutto un esteta. Lo si vede benissimo, se ancora fosse necessaria conferma, nella sua ultima messa in scena (all’India di Roma) de L’imperatore della Cina di Georges Ribémont-Dessaignes. Uno spettacolo visuale, più di dipinti in movimento che propriamente teatrale, dove le immagini sceniche fanno premio sull’azione al punto che verrebbe voglia in certi momenti d’arrestare lo spettacolo e costringere gli attori a immobilizzarsi nella posizione assunta. È teatro questo che induce alla tentazione pittorica? Senz’altro, per il solo fatto che gli attori sono molto ben diretti da Di Marca, con mano ferma ed esperta, ché altrimenti non sarebbero possibili proprio le immagini che la regia fa scaturire. Se però si volesse cercare qui un ritmo teatrale, quel gioco scenico che produce uno dei meravigliosi effetti dell’arte di dar spettacolo, ossia far dimenticare al pubblico il tempo che scorre, si avrebbe un desiderio inopportuno rispetto alle circostanze.

Il francese Ribémont-Dessaignes (1884-1974), pittore, romanziere, poeta, drammaturgo, grande amico di Marcel Duchamp fu, secondo André Breton, «l’unico vero Dada insieme a Tristan Tzara e Francis Picabia». Sicuramente al centro della vita culturale del suo Paese almeno fino alla Seconda guerra mondiale, Ribémont-Dessaignes obbiettivamente non è una delle personalità più importanti del Novecento francese, pur rimanendo senz’altro un rappresentante dell’inimitabile milieu culturale parigino, capace di generare e promuovere folle di artisti e intellettuali di notevole spessore.

Ora, di questo testo dadaista assai poco rappresentato in Italia - ne allestì una sua versione Giancarlo Nanni quarant’anni fa, fra gli attori proprio Di Marca - il regista tenta di perlustrare gli aspetti più moderni: la visione del teatro come performance e soprattutto l’idea di una irrappresentabilità del tragico. Su questa seconda questione si gioca naturalmente il malinteso: perché Beckett e Ionesco, che Ribémont-Dessaignes secondo alcuni anticipa, non ritengono il tragico irrappresentabile in quanto non riducibile alla scena. Anzi, il teatro per loro non solo è adeguato alla bisogna ma è addirittura l’unico luogo che permette di definire, mostrare compiutamente, rappresentare l’irrappresentabilità del tragico. È l’aspetto centrale del problema posto dalla messinscena di Pippo Di Marca, su un testo che peraltro si sostanzia come denuncia della guerra (l’evento tragico per eccellenza). Ma se la guerra appare all’autore impossibile da mettere in scena è fors’anche perché non il tema è troppo grande per il teatro ma il drammaturgo limitato. Sicché ci si rifugia nell’artifizio, nel bizzarro, nello stravagante come uniche ipotesi di rappresentazione. Di Marca in questo si lascia quasi trascinare dal testo ma è tentazione in cui cade in quanto affascinato dalle innegabili possibilità che una simile condizione di sterilità drammaturgica - quando capita a un’intelligenza visionaria quale fu quella del francese - offre. Nondimeno si resta in un ambito di pittura in movimento o di teatro statico, ossimori in un caso come nell’altro. Bel lavoro di tutti gli attori della compagnia Meta - teatro: Myriam Abutori, Ciro Carlo Fico, Luigi Lodoli, Adriano Mainolfi, Fabio Pasquini, Vincenzo Schirru, Elisa Turco Liveri, Anna Paola Vellaccio e lo stesso Pippo Di Marca.

di Marcantonio Lucidi

18 dicembre 2009

 
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