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L’aquila, il far west dei subappalti Stampa E-mail
Left n.49 dell'11 dicembre 2009Un’ordinanza ferma i controlli sui lavori del piano C.a.s.e. Il governo non applica gli strumenti di contrasto alle infiltrazioni mafiose previsti dal decreto Abruzzo. Ecco come il cratere del sisma è divenuto una zona franca
di Angelo Venti

Un’ordinanza per coprire le irregolarità nei subappalti all’interno dei cantieri del piano C.a.s.e. è l’ultimo caso scandaloso di esercizio di potere perpetrato dalla Protezione civile. Il 12 novembre scorso il dipartimento diretto da Guido Bertolaso emana l’ennesima ordinanza sull’emergenza terremoto in Abruzzo, la n. 3820. Tra le pieghe del provvedimento si nasconde il comma 1 dell’art. 2 con cui di fatto si elimina retroattivamente il reato di «subappalto non autorizzato», un colpo di spugna che rende inutilizzabili le prove già raccolte dalle forze dell’ordine su almeno 132 subappalti sospetti.

Ma vediamo cosa sta succedendo nel cratere del sisma del 6 aprile con la gestione Bertolaso degli appalti aquilani. Con il decreto legge n 39 del 28 aprile, noto come decreto Abruzzo, si fissano numerose deroghe alla legge nazionale degli appalti, tra cui l’aumento dal 30 al 50 per cento delle opere che le imprese capofila potranno subappaltare. Su questa base il dipartimento indice la gara per realizzare i 4.700 alloggi del Progetto C.a.s.e. Appalti che vengono assegnati a un numero ristretto di ditte. Queste, a loro volta, subappaltano a quasi 700 altre imprese fino alla metà dei lavori, con affidamento diretto. Ma nonostante le numerose deroghe, restano alcuni obblighi: le ditte aggiudicatarie devono comunicare alla Stazione appaltante - cioè la Protezione civile  - nomi e documentazione delle ditte a cui intendono assegnare i lavori. A sua volta la Protezione civile ha 30 giorni di tempo per autorizzare l’inizio dei lavori. Quest’ultimo passaggio non sempre è avvenuto. Può sembrare solo una violazione formale ma non è così. Perché dietro si nascondono commesse per circa un miliardo di euro assegnate nel ristretto lasso di tempo di pochi mesi.

Come tutte le storie che si rispettino, anche questa inizia per caso. A luglio, le forze di polizia arrestano un latitante all’interno di uno stabilimento di una grande azienda locale, la Edimal, aggiudicataria di un cospicuo appalto all’interno del piano C.a.s.e. Si accerta che il latitante lavora per un’altra impresa impegnata nei cantieri ma non in possesso dell’autorizzazione. Sorge il dubbio che il fenomeno sia molto più esteso, così da settembre le forze dell’ordine dispongono accessi in due dei 19 cantieri del Progetto C.a.s.e., quelli di Preturo e di Bazzano. Decine di carabinieri, poliziotti, finanzieri e forestali identificano oltre 1.500 persone, controllano centinaia di mezzi e individuano 132 ditte non in regola su cui dispongono accertamenti per il reato di subappalto non autorizzato. Sei imprese vengono deferite direttamente all’autorità giudiziaria e segnalate alla Protezione civile. Che, in quanto stazione appaltante, ha l’obbligo di controllare la catena di subappalti. Bertolaso, però, revoca il subappalto solo a una di esse: è la Icg di Gela, impegnata nella «realizzazione di muri di sostegno» nel cantiere di Bazzano, per 159mila euro. Gli investigatori della Dia scoprono che 13 dei 26 dipendenti dell’azienda e due dei tre amministratori avevano precedenti penali, tra cui un collaboratore di giustizia e un ex componente della “stidda”m la mafia gelese. Sul caso Igc l’ex vicepresidente della commissione Antimafia, on. Lumia, presenta anche un’interrogazione parlamentare.

La previsione di accessi di questo tipo anche negli altri 17 cantieri del progetto C.a.s.e., nei 31 dei Map (Moduli abitativi provvisori) e nei 53 dei Musp (edilizia scolastica), rischia di far crollare tutto il castello di appalti e subappalti. Così, a metà novembre il dipartimento corre ai ripari e inserisce nell’ordinanza 3820 un semplice comma: «Le autorizzazioni rilasciate dal dipartimento della Protezione civile per il subappalto dei lavori relativi alle strutture abitative e scolastiche realizzate o in corso di realizzazione, hanno efficacia dalla data di presentazione delle relative domande». Insomma, con una semplice ordinanza la Protezione civile cancella uno dei capisaldi della normativa che regola la concessione di subappalti, dove spesso si annidano imprese dalla dubbia origine. Gli inquirenti vedono così sottrarsi le prove da sotto il naso.

Quello che sorprende è che nemmeno il prefetto Franco Gabrielli - che ha il compito di vigilare sugli appalti nonché il coordinamento delle forze dell’ordine per le indagini sui cantieri - intervenga a difesa del lavoro svolto in questi mesi dai suoi uomini. Anzi. Il 4 dicembre il prefetto, nominato il 6 aprile nello stesso Consiglio dei Ministri nel quale Bertolaso viene nominato commissario straordinario per il sisma, emette un comunicato stampa. Dove attacca duramente un articolo, pubblicato sul quotidiano Terra, in cui si riporta proprio questa notizia e si evidenziano i ritardi nella attivazione degli strumenti di contrasto della criminalità organizzata, già previsti nel decreto Abruzzo. Nel comunicato prefettizio si accusa di diffondere notizie false e «quindi destabilizzanti per l’informazione corretta dell’opinione pubblica». Ma in realtà non si smentisce nulla.

Si apre così un altro capitolo di questa storia, quello sulla effettiva operatività degli strumenti di contrasto alla criminalità.
Ad aprile il decreto Abruzzo dispone, al fine di prevenire le infiltrazioni della criminalità organizzata negli interventi per l’emergenza e la ricostruzione, «permeanti controlli antimafia sui contratti pubblici e sui successivi subappalti e subcontratti aventi a oggetto lavori, servizi e forniture» (art. 16, comma 4). Il testo di legge indica anche che tali controlli dovranno effettuarsi a partire dalle «Linee guida» indicate dal «Comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere» e che per garantire l’efficacia dei controlli antimafia nei contratti pubblici e nei successivi subappalti e subcontratti è prevista la «Tracciabilità dei relativi flussi finanziari» (art. 16, co. 5). Il decreto prevede pure l’obbligo di istituire la «White list», una lista delle imprese “oneste” cui rivolgersi per il conferimento di subappalti: un indubbio elemento di garanzia e trasparenza. Infine, tra gli strumenti di controllo, sempre lo stesso decreto prevede la costituzione di una «Sezione specializzata» del «Comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere». Si tratta di un organismo istituito dal ministero degli Interni, quello delle Infrastrutture e dalla Direzione investigativa antimafia che opera a diretto supporto del prefetto de L’Aquila (art. 16, co. 2) «per la prevenzione e la repressione dei tentativi di infiltrazione mafiosa», a partire dall’«analisi integrata dei dati e delle informazioni» sugli appalti. Il decreto Abruzzo, infine, istituisce il «Gruppo interforze centrale per l’emergenza e ricostruzione» (cosiddetto Gicer, art. 16. co. 3). Per la definizione di composizione e compiti di questi due organismi la norma prevede l’emanazione di un decreto del ministro dell’Interno, di concerto con i ministri di Giustizia e Infrastrutture, «entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto».

Questo ad aprile. Otto mesi dopo proviamo a tirare le somme. Del decreto sulla «tracciabilità dei flussi finanziari» non vi è ancora traccia mentre per il decreto che stabilisce composizioni e compiti della “Sezione specializzata” e del “Gicer” questa è la situazione: come afferma lo stesso prefetto nel suo “comunicato di precisazioni”, il decreto è stato emanato solo il 3 settembre scorso, quando la gran parte delle imprese impegnate nei subappalti avevano già iniziato da tempo i lavori. Vanno però aggiunti altri due particolari: almeno fino a metà ottobre il provvedimento risulta ancora giacente presso la Corte dei conti e a oggi non risulta pubblicato sulla Gazzetta ufficiale.

A tal proposito è di nuovo il prefetto
a fornire un’altra data certa, quella dell’11 novembre. È il giorno della prima riunione della «Sezione specializzata». Il prefetto ammette così che l’intera fase del soccorso e della ricostruzione leggera nel corso della quale si è proceduto in deroga a ogni norma gestendo oltre un miliardo di euro di fondi pubblici, è stata condotta senza attivare uno strumento essenziale previsto dallo scorso aprile.

Non è un caso che ad oggi le imprese escluse da appalti e subappalti siano pochissime, complice la mancanza di chiarezza della gestione di Bertolaso e i continui ostacoli posti alla diffusione di dati, atti e informazioni. Eppure non sono mancati casi sospetti. Quello dell’Impresa Di Marco, impegnata nel movimento terra nel cantiere di Bazzano, è forse il più indicativo. Il titolare risultava socio anche nella Marsica plastica srl insieme a elementi riconducibili alla criminalità organizzata siciliana e a uno degli arrestati a Tagliacozzo nella operazione “Alba d’oro”, definita dagli stessi inquirenti «il primo caso conclamato di presenza mafiosa in Abruzzo». Appresa dai giornali la notizia, il prefetto convocò una irrituale conferenza stampa in cui difese la ditta, salvo poi vedersi costretto, a settembre, a ritirare il certificato antimafia.

Per capire i pericoli di quanto succede tra le montagne dell’Abruzzo interno, basta mettere insieme i singoli casi come tessere di un unico puzzle: lo scandalo del mega appalto per i bagni chimici (ne sarebbero stati affittati, al costo di 80 euro al giorno, 1.600 più di quanto necessario), il subappalto senza gara a una ditta del senatore nonché coordinatore del Pdl in Abruzzo Filippo Piccone, l’inchiesta della magistratura sulla realizzazione degli uffici Asl de L’Aquila oppure quella sulla costruzione della nuova Casa dello studente da parte della Regione Lombardia, il ritiro del certificato antimafia alla già citata Igc di Gela e a un’impresa campana, la Fontana costruzioni. La perspicacia con cui la Protezione civile nega dati e atti sulle modalità di gestione dei fondi pubblici o sulle imprese al lavoro nei cantieri, insomma, non è un caso. 

11 dicembre 2009

 
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