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di Massimo Fagioli Ancora una volta mi ero seduto alla scrivania per scrivere l’articolo per left ed, improvvisamente, intorno a me è scomparsa la luce. Non avevo chiuso gli occhi ma la percezione del mondo era limitata alle cose illuminate dalla lampada poggiata sul piano della scrivania. Ha una base di metallo nero, ed una colonnina quadrata di legno tiene alto il braccio che, venendo verso di me, mi fa vedere una figura stilizzata di un piccolo uomo con il capo chino che, nascondendo la forte luce che fa la lampadina alogena, sembra chiedere perdono. Alzo il capo, ma l’aria scura della notte non mi fa vedere né le tegole dei tetti né il gabbiano bianco che sembra inghiottito dal buio. Forse sto dormendo ed è un sogno la mia stessa voce che, a Chianciano disse: “Gli uomini hanno il terrore che emerga e si sviluppi l’intelligenza delle donne. Rischiano la dissociazione della mente e la perdita del pensiero verbale che ha fatto l’identità razionale”. Ma, da tanto tempo, ho scoperto e compreso che, nel sogno, i suoni della voce che giungono all’orecchio vengono trasformati in immagine. Nel pensiero del sonno non c’è ricordo del suono udito perché, nella trasformazione della mente che si ha quando si cade nel sonno, accade un movimento per cui anche la parola udita diventa fenomeno “visivo”, ovvero immagine. Allora penso che non so cos’è la comparsa della voce che diceva “intelligenza della donna”. Forse è soltanto ricordo cosciente che si ha nella veglia, il buio intorno è un fatto esterno a me, ed è perché il sole è tramontato. L’oscurità che copre non è uguale al sonno degli esseri umani perché non c’è trasformazione del pensiero e non ci sono sogni. Nel giro della terra intorno al sole, non c’è pensiero perché non c’è vita. è spostamento di un corpo materiale nello spazio sempre uguale perché non c’è divenire. E penso al diamante che non ha, nel tempo, modificazioni. L’unico cambiamento cui può andare incontro, è la disgregazione. Poi spero che non sia ricordo della percezione uditiva che farebbe soltanto riproduzione di essa con una figura che non “parla”, ma memoria come ricreazione dell’esperienza vissuta con realizzazione di immagini che dicono di una dinamica di rapporto interumano che non si ferma alla percezione dell’altrui, ma “vede” e reagisce all’immagine invisibile che il corpo ha. Allora so che il pensare umano trasforma, in un movimento continuo, le parole in immagini e le immagini in parole e, guardando davanti a me l’oscurità della notte aspetto che sorgano nella mente sveglia immagini che non siano ricordi piatti di percezioni, ma “visione” dell’invisibile che sta nel corpo umano. Ricordo così che, a Chianciano, dissi che raccontare un sogno descrivendo le immagini che rimangono nella mente sveglia, non è arte perché non dice il senso del pensiero senza coscienza. Allora non si possono trasformare in pensiero verbale e parola e, pertanto, non si può comprendere ciò che dicono.
Ne Il posto delle fragole, un film noto di Ingmar Bergman in cui un medico vecchio dice “il medico deve sempre chiedere perdono” rappresenta in modo magistrale, un sogno. In un funerale una bara cade e si apre e fa vedere il suo corpo morto. E l’interpretazione appare semplice: il medico, ormai vecchio, pensa alla propria morte ed immagina il suo funerale. Ma il sogno non è un linguaggio uguale a ciò che pensiamo nella veglia, quando siamo in stato di coscienza. Ed ora mi vedo quando la sera, ormai varcata la mezzanotte, mi alzo dalla poltrona e, un po’ ciondolante a testa china, vado a letto per dormire. Poi più nulla. Ho il ricordo dell’orologio le cui lancette luminose mi indicano due numeri ed io so che, ormai, è mattino perché il sole è sorto e cammina in salita nel cielo. Si potrebbe dire che “interpreto” i numeri che vedo sull’orologio e so che il sole è sorto e la luce ha invaso la terra. E queste parole non indicano ciò che ho percepito nella veglia. Ma non sono immagini oniriche. Tempo fa, sentii che immaginare dei e semidei della mitologia antica erano sogni; mi ribellai dicendo subito: “Sono favole inventate dal pensiero cosciente, non sono sogni”. Ed ora ricordo che, qualche volta, di fronte al racconto di un sogno, dico “non è un sogno, sono descrizioni di ricordi coscienti. è negazione perché toglie il pensiero latente alle immagini del sogno. Le “immagini” dei ricordi non sono immagini, ma registrazione della percezione che fa riconoscere l’oggetto percepito... come se fosse una piatta fotografia”. Cosa accade nel buio della notte e della coscienza? Ci sono nella mente, talvolta, le immagini che, si sa, non sono ricordi perché incomprensibili; sembrano “strane”. Un cavallo non è, veramente, la figura di un cavallo, una donna non è, veramente, fatta da una linea che definisce la sua figura. E le voci dicono “non so chi sia”; sconosciuta come se non avesse la fisionomia del volto che fa riconoscere, ovvero conoscere di nuovo, l’altro essere umano perché è ricordo cosciente di ciò che fu percepito.
Ed ora guardo le parole scritte e mi domando “perché, a Chianciano, ho ricordato il vecchio film?”. E rispondo “perché cercavo il linguaggio delle immagini”. Ma non soltanto; cercavo anche il pensiero che compariva nel sonno: sapevo che le parole inconscio, ES inconoscibile, non erano anima spirituale, i sogni non erano mandati dagli dei inventati dalla coscienza, ma era un pensiero proprio a ciascun essere umano. Forse avevo letto la favola di Tiresia che sapeva le cose nascoste, perché Giunone lo aveva accecato e non aveva più la percezione visiva degli oggetti materiali. Forse ho pensato “come se si fosse addormentato e, nel sonno, vedeva la realtà umana non materiale che non stimola la rètina”. Forse, a quei tempi, le parole “l’identità umana è la ragione” cominciarono ad impallidire come il volto di un uomo ammalatosi di anemia e comparve, forse nel sogno, il volto di una donna che arrossiva per l’afflusso di sangue che invadeva la testa per la timidezza di trovarsi, improvvisamente, nuda. Forse e ancora forse, a quei tempi, la parola diverso si infilava sotto le lenzuola del letto per baciare e amare la bella addormentata che si chiamava immagine onirica. Allontanai, nel futuro di tanti decenni, la parola morte che filosofi e scienziati dicevano, senza pronunciarla, quando pensavano con la ragione ed annullavano l’esistenza del pensiero del sonno. Il sonno senza pensiero è la morte dell’essere umano. Anche la religione condannò sempre le immagini oniriche come realtà umana cattiva che faceva del male e coltivò le figure delle favole di Adamo ed Eva e Noè.
Perché, a Chianciano, come una sorgente che sgorga dalla terra, sono sorte parole che hanno nominato il film? Forse perché lo stesso artista aveva fatto anche Il settimo sigillo in cui si svolge la partita a scacchi con la morte. Ed io ora, con la coscienza vigile ricordo che, nell’adolescenza, giocavo spesso a scacchi come mi aveva insegnato mio padre. Ed ora vedo le corde invisibili che, dopo la navigazione, tirano il peschereccio a riva. Invece che la lotta contro la malattia e la morte del corpo, scelsi la lotta contro la morte della mente. Capii che doveva essere una guerra scientifica e cercai oltre le alterazioni della coscienza e del comportamento il pensiero senza coscienza che era padrone della mente, nel sonno. Forse come Atlante dovetti sorreggere il peso della religione ebraico cristiana che, con la favola del peccato originale, faceva un connubio mostruoso con la razionalità della filosofia greca. Ed era un inganno proporre che l’evoluzione dell’uomo stava nel fatto che il controllo della cattiveria di Caino fosse fatto dai cultori di un dio inesistente, era stato sostituito dal controllo della ragione che spingeva a credere che il pensiero del sonno non esisteva.
Forse, come il fantasma del padre assassinato nell’Amleto, l’immagine sorta dal sapere che gli antichi psichiatri si chiamavano alienisti, mi rivelò il delitto di Freud quando parlò di proiezione. Come disse Ferenczi, il termine era legato al rapporto del bambino al seno che, oltre introdurre il latte nello stomaco, “introietta” il seno. Ovvero divora fantasticamente, l’oggetto che lo nutre. Sono certo che la contrazione delle pareti dello stomaco che avevo, quando mi avvicinavo alla ragazza amata, non era fame, non era voglia di mordere e divorare. E fu un bambino che mi disse, quando giocando diceva “ti mangio”, “ma allora mi devi uccidere”. Vidi la violenza del pensiero che diceva “desiderio di morte”, la violenza della ragione che dice che il sogno è pazzia. Esclusi il legame tra le due parole e desiderio si sposò con il pensiero “essere umano diverso da me... tanto più sconosciuto quanto più... amato”. Ed il rapporto fu sentire senza comprendere. Poi cercai come potevo dire, in una parola, il movimento invisibile che trasformava la capacità di immaginare nel volto e nel corpo di una donna. E l’odore di lei mi soffiò nell’orecchio le parole: alienare da sé, in un altro essere umano diverso, la fantasia che è pensiero del primo anno di vita e non ragione.
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