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La scandalosa semplicità Stampa E-mail
Un diario quotidiano decantato da ogni prosaicità. Esce il quarto volume di versi di Marina Mariani

Cos’è la poesia? Una domanda antica, e probabilmente senza risposta, ma che ogni volta vale la pena ripetersi.
C’è una poetessa, Marina Mariani, che ha pubblicato ora il suo quarto volume di versi (Poesie migranti, a passi di lumaca, Quasar) e che proprio alla poesia si rivolge direttamente : «(…)Tu nella vita ci stai, / e insieme non ci stai; / non dici le bugie, / ma nemmeno la pura verità. / Non si sa bene se sei suono/ o senso (…)».

Già, ogni volta la poesia allude a una dimensione “altra”, insieme familiare e misteriosa, presente e assente (più vicina al sogno, all’inconscio), a un ordine ben percepibile ma diverso da quello della quotidianità. Nella vita ci sta e non ci sta. E poi: non dice le bugie, dato che può rivelare d’un tratto l’essenza meno visibile delle cose, però non dice neanche la pura verità poiché è creazione artificiale. Infine è un “senso” che si fa prendere - umilmente - per mano e guidare dal suono.
I versi di Marina Mariani, debitori nei confronti della “scandalosa” semplicità di Umberto Saba (ma non immemori di Eugenio Montale) assomigliano a frammenti di un diario quotidiano, in cui si intrecciano spontaneamente pubblico e privato, la Storia, gli affetti, ritratti di amici, le idee filosofiche, le canzonette, brani di conversazione, citazioni di film, eccetera, e sono caratterizzati soprattutto da uno stile fondato sulla discrezione.
In che senso? Lei confessa a un certo punto che non cammina «dentro la vita» ma «al suo fianco». Il che non si traduce in un atteggiamento passivo o quietamente voyeuristico. Il punto è che, a ben vedere, nessuno cammina dentro la vita, come nessuno può veramente possederla.

Si tratta, dunque, di una scelta saggiamente realistica. Solo così, infatti, possiamo rispettare il nucleo sacro e più riposto dell’esistenza, possiamo cioè contemplarlo senza la pulsione ad appropriarcene e distruggerlo. Il mondo sta lì, ci include ma va anche per conto suo: «Vedere dalla stanza fredda il sole / che non riscalda te». Capire la sua alterità, e non violarla, può perfino consolarci! Per Dante il peccato nasce sempre dall’indiscrezione, dal non sapersi fermare e dallo scompaginare la struttura delle cose intorno a noi…

Le Poesie migranti raccolgono tutti i versi tenuti nel cassetto, scartati in un primo momento.
Rispetto ai volumi precedenti esprimono non tanto l’altra faccia della luna, come dice in un’introduzione pur eccellente Gabriella Caramore, ma l’unica faccia che ci è dato vedere della luna. Soltanto, in un modo ancora più “naturale”, a volte quasi distratto o disarmato. Sapendo che tutto ciò che possiamo fare è: «Sostituire / una nuvola con una nuvola, /un sogno con un sogno, / una solitudine con una solitudine».
Certo non possiamo spazzarle via, nuvole e solitudini. è vero, siamo come bambini abbandonati nel labirinto del parco giochi dagli adulti («Ci hanno traditi»). Il che, però, non vieta di donarci, con leggerezza, a «Quello / che qui non c’è».

di Filippo La Porta

11 dicembre 2009

 
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