Quello che la “civile” Francia riserva a un giovane curdo in fuga dall’inferno iracheno
C'è un tema che percorre il cinema di tutto il mondo, quello che sta divenendo il motivo caratteristico della sua attuale drammatica. È il dramma dell’emigrazione, un fenomeno che un tempo riguardava qualche singolo Paese, ma che oggi coinvolge continenti interi. Il film Welcome racconta l’odissea sofferta da Bilal, giovane curdo fuggito dall’inferno iracheno che ha attraversato da clandestino mezza Europa per ritrovare Mina, la sua ragazza, emigrata da tempo con i suoi in Inghilterra, e, giunto a Calais, gli rimane da compiere l’ultima tappa: l’attraversamento della Manica. La tappa più difficile, perché Calais è una bolgia, in confronto alla quale la nostra Lampedusa sembra Capri, una giungla che i francesi chiamano “la frontiera messicana”, dove i rifugiati sono alla mercé di contrabbandieri dediti alle estorsioni, di una polizia che usa le maniere forti. D’altra parte, Bilal ha fretta di raggiungere Mina, tenuto anche conto che il padre della ragazza le sta combinando un matrimonio in loco con un anziano correligionario che lei neppure conosce. Quindi è probabile che, giunto in Inghilterra, dovrà combinare una “fuitina” alla siciliana e andare incontro a un’altra odissea. Di conseguenza, non gli resta che tentare di attraversare a nuoto il Canale. Il film è diretto e cosceneggiato da Philippe Loiret, che potremmo definire una “riserva” dei titolari che formano la squadra dei registi francesi. Ha iniziato la carriera come fonico, mentre si allenava a scrivere “soggetti” per il cinema. Ha realizzato sinora cinque film, di cui, prima di Welcome, solo uno era giunto sui nostro schermi: Mademoiselle, con Sandrine Bonnaire, che aveva avuto una buona accoglienza da parte della critica. Loiret, al suo quinto film, non intende fare salti al buio, inventando un linguaggio originale. Ha realizzato un film solido e insieme commovente, ma mai ruffiano. Mai la denuncia mortifica la vicenda, la rende falsa e schematica, per raggiungere il suo fine. Tanto più che nessuno, oltre a Bilal e a Mina, esce indenne dalla vicenda: né la Francia che da la caccia ai clandestini, né gli stessi musulmani con le loro dispotiche, odiose tradizioni familiari. di Callisto Cosulich 11 dicembre 2009
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