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Il capolavoro dei Pink Floyd uscì a dicembre 1979 e conquistò tutti. Roger Waters e gli altri crearono una grande opera attorno al tema della solitudine
Correva il dicembre del 1979, trent’anni fa esatti. I Pink Floyd, dopo la pubblicazione di Animals (1977), tornavano in scena con un lavoro destinato a così grande fortuna tanto da diventare simbolo stesso del gruppo, e sebbene questo avesse già alle spalle una carriera più che decennale e celebrata da successi discografici nell’ordine di un centinaio di milioni di copie vendute. Era il doppio album The wall, il muro. Quasi uno spartiacque prodotto a cavallo di due decenni speculari per il diverso atteggiamento nei confronti della musica. Quando si ragiona sulle opere di genio, ridursi alla banalità dei numeri suona come un ridimensionamento del lavoro stesso; ma, come era stato in passato per The dark side of the moon (1973), questo capolavoro ebbe la concorde simpatia di pubblico e riviste specializzate. Negli Stati Uniti, il mercato di riferimento mondiale, The wall rimase al primo posto per quindici settimane in virtù di quasi dodici milioni di vendite. I concerti che fecero seguito alla pubblicazione registrarono il tutto esaurito per ogni serata, forti di un apparato scenico mai visto prima. Sul palco i quattro componenti della band si esibivano davanti a una gigantesca barriera oltre la quale si alzavano, con perfetta sincronia di movimento, i personaggi presenti nelle canzoni.
Roger Waters, sempre più ideatore delle tematiche della band, aveva elaborato un concept album intorno alla condizioni di incomunicabilità e solitudine dell’uomo, considerato come un prigioniero in uno spazio chiuso da un muro che impedisce anche la vista. Ogni mattone, idealmente cantato in ciascuno dei ventisei brani di cui si compone l’opera, è incastrato negli altri: ci sono le illusioni dell’infanzia, i genitori, l’istruzione scolastica funzionale al sistema sociale, gli amori, la guerra. L’ascoltatore più esperto non potrà non vedere in questi elementi le esperienze personali del medesimo Waters, che non conobbe mai il padre perché morto nello sbarco di Anzio, e il difficile rapporto con un pubblico talvolta così rapito dalla sua musica da perdere il senso del messaggio. Nei testi, sia in The wall che nel resto della produzione, non è mai presente una provocazione, neppure un oltraggio o un invito all’azione.
Le parole sono semplici considerazioni (certamente critiche e velate dal pessimismo) sulla società contemporanea, ed elaborate attraverso allegorie di indubbio impatto: un muro, il lato oscuro della luna, gli animali. Gli scolari, vittime dei maestri compiacenti, indossano maschere identiche che ne deformano i lineamenti e si muovono su un nastro di trasporto finendo, come un qualsiasi ingrediente, in un tritacarne. Non una novità per le fantasie dei Pink Floyd, estranei fin dagli esordi agli argomenti che garantiscono fama e denaro (unico caso nella storia della musica, costruirono la propria fortuna senza mai comporre una canzone d’amore e senza mai scrivere la parola love); ma in The wall si aggiunge una dimensione a tratti operistica, tanto più che dal disco il regista Alan Parker trasse una pellicola aggiungendo ben poco a quanto raccontato dal quartetto londinese.
Se è plausibile che non tutti gli ascoltatori ebbero l’intuizione di capire cosa e chi fossero i personaggi che Pink, l’immaginario protagonista, incontra negli 81 minuti dell’album, è altrettanto vero che chi doveva intendere, intese benissimo. Il governo sudafricano - siamo negli anni dell’apartheid - impedì la circolazione di The wall con apposita legge. A conferma di come la musica leggera, nelle sue più complesse elaborazioni, possa essere portatrice di concetti esistenziali e ben oltre le idee di evasione e intrattenimento. di Alessio Nannini 11 dicembre 2009
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