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I furbetti della crisi Stampa E-mail
Gli errori del governo sull’industria, le contraddizioni delle imprese e della Cisl. Il congresso e la successione a Epifani. Il rapporto col Pd. Parla la segretaria della Cgil Susanna Camusso 
di Manuele Bonaccorsi

Alcoa minaccia la chiusura non per la crisi economica, bensì per il costo energia elettrica; Fiat vuole chiudere Termini ma ha una trimestrale in attivo e annuncia nuovi modelli in America, Serbia e Polonia; Eutelia ha commesse pubbliche ma licenzia i lavoratori; salgono sul tetto i ricercatori dell’Ispra perché il ministero dell’Ambiente vuole privatizzare il loro ente di ricerca. Ancora, la chiusura della Alcatel di Battipaglia ha molto a che fare coi mancati investimenti pubblici sulla banda larga. Sono casi che hanno un comune denominatore: la crisi economica non c’entra nulla. Che ne pensa?
Le aziende che ha nominato, e se ne potrebbero aggiungere molte altre, non vengono colpite direttamente dalla recessione. Si tratta di crisi aziendali figlie dell’assenza di scelte da parte del governo nella politica industriale, figlie di una logica secondo cui il mercato fa tutto da solo. Mentre la politica, gli Stati, la stessa Comunità europea non hanno alcun ruolo. 

L’Alcoa, ad esempio. La multinazionale americana minaccia la chiusura a causa dell’eccessivo costo dell’energia, che in Italia è il 30 per cento più alto rispetto al resto d’Europa.
La questione dei costi dell’elettricità è un problema per tutte le aziende energivore. Ed è il frutto di scelte sbagliate, come il ritardo nello sviluppo di energie alternative cui fa da contraltare la corsa del governo verso il nucleare, tra l’altro di vecchia generazione. Manca ogni investimento in innovazione, sul campo dell’energia l’Italia si è limitata a liberalizzare e privatizzare l’esistente, creando monopoli privati, senza guardare al futuro.

Il riferimento è a Eni ed Enel, che contano non poco dentro Confindustria.

Confindustria su questo tema ha una contraddizione in casa ma la responsabilità in primis è del governo.

Parliamo di Fiat. Incentivi in cambio di occupazione?

Guardiamo a Francia e Germania: insieme agli incentivi per il mercato dell’auto, hanno costruito piani di investimento in ricerca, con un uso delle risorse pubbliche finalizzate a un progetto di innovazione che riguarda lo sviluppo di tutto il Paese. Noi facciamo fatica anche ad affermare solo la difesa dell’occupazione.

Insomma, qualcuno nelle imprese fa il furbo?
Ci sono grandi gruppi, Dalmine e Tenaris ad esempio, che anticipano la ristrutturazione per dimensionarsi sui livelli produttivi che la crisi ha determinato. Qui c’è l’idea di un sistema industriale che si rassegna a ridimensionarsi. Poi, però, c’è la crisi vera.

Che è anche quella meno visibile, almeno sulla stampa.

Esatto, perché colpisce prevalentemente le piccole imprese, le catene dell’indotto, le filiere, vittime di tre contraddizioni. Uno, il ritardo nei pagamenti della Pubblica amministrazione; due, l’abitudine delle grandi imprese di pagare con tempi lunghi i propri fornitori, spesso con un atteggiamento del genere: “O fai così o cambio fornitore”, più o meno lo stesso ricatto che viene esercitato sui lavoratori. Terzo, non c’è alcun intervento per favorire i processi di innovazione e crescita dimensionale della piccola impresa. Così le Pmi non potranno reggere la partita della ricollocazione nel mercato internazionale.

Al governo, però, si può dire di tutto, fuorché di non aver finanziato gli ammortizzatori.
Il governo continua a negare la crisi. Non per errore o per mancanza di idee ma per una lucida e cinica decisione politica: se la crisi la pagano lavoratori e pensionati non è un problema per l’esecutivo, perché il suo blocco elettorale è l’altra parte del Paese. Al crescere della crisi, poi, l’esecutivo ha avuto una reazione in parte giusta, anche se non spontanea, ma suscitata dalle nostre mobilitazioni: gli 8 miliardi destinati agli ammortizzatori sociali, utili ad attendere la fine della crisi limitando i danni. Ora il problema è: come si esce dalla crisi senza disperdere il nostro patrimonio produttivo. L’errore è pensare che basti la cassa integrazione, perché dentro la crisi il ritardo economico del nostro Paese diventa più grave, mentre altri Stati mettono in campo strumenti incisivi di politica industriale. In assenza di risorse è chiaro che il governo non sarà più in grado di indirizzare verso una soluzione le crisi industriali. Servono politiche per l’innovazione, non i tagli a università e centri di ricerca pubblici.

Confindustria sembra essersene resa conto. Ha riempito di critiche la Finanziaria. Ma non nega il suo appoggio all’esecutivo.
Confindustria ha un atteggiamento ondivago: dice di sì a tutto, salvo poi presentare all’esecutivo il proprio elenco di doglianze. L’associazione degli imprenditori è vittima di una separazione tra la sua politica e la rappresentanza delle aziende. Stupisce la loro paralisi. Si limitano a chiedere finanziamenti a pioggia, senza rendersi conto che serve qualcosa di più, che questa non è una crisi che riguarda le quantità della produzione ma la qualità. Né si rendono conto che una crescita dei salari sarebbe utile a far ripartire il mercato, più degli incentivi al consumo, che drogano il mercato.

Tutto molto chiaro, la Cgil nell’anno e mezzo di crisi non è stata avara di analisi e proposte. Per sostenerle avete dichiarato uno sciopero generale, avete organizzato una manifestazione con tre milioni di persone, e non si contano le iniziative di proteste più piccole, della confederazione come delle categorie. Ma non siete riusciti a strappare nulla al governo, avete subito un accordo separato sulle regole. E alla vostra richiesta di un tavolo il governo ha risposto prima minacciando di darvelo in testa, poi ha invitato Cisl e Uil a cena. Sulla Finanziaria l’esecutivo ha continuato a non ascoltarvi. L’impressione è che siate in un angolo. Come se ne esce?
Non condivido la premessa di questa domanda. Non credo si debba svilire ciò che finora ha fatto la Cgil. Certo, se mi si chiede se va tutto bene, rispondo: no, per niente. Ma nessuno ci ha regalato gli 8 miliardi per gli ammortizzatori sociali, anche se il governo si guarda bene dal riconoscercene la paternità. Le mille vertenze nei territori hanno permesso di proteggere di più le persone, siamo riusciti a strappare integrazioni al reddito dei cassintegrati e di chi ha perso il lavoro. Certo, avremmo voluto molto di più, il blocco dei licenziamenti, ad esempio. Ma non si può dire che tutto quello che abbiamo fatto è stato inutile. Siamo in una fase difficile, nella quale alla crisi si aggiunge il tentativo di governo e Confindsutria di isolare la Cgil. Ma la Cgil non è isolata perché a dirlo sono Brunetta o Bonanni. La nostra tenuta si misura nel rapporto coi lavoratori. E le mobilitazioni di questi mesi dimostrano una grande partecipazione.

Eppure mai sindacato è stato meno ascoltato.
La vera rottura è l’accordo separato di Cisl e Uil sul modello contrattuale. Il se il governo sceglie quello come asse della propria politica, alle nostre richieste di confronto risponde con un “già fatto”. Credo che sia più utile valutare se quella strategia, condivisa da Cisl e Uil, abbia prodotto risultati per le lavoratrici e i lavoratori. Francamente, non ne ha dato alcuno. Dunque non è la Cgil a trovarsi isolata ma sono gli altri che devono dimostrare i propri risultati.

Quale strategia mette in campo la Cgil?

Da un lato serve un’idea sul Paese, in una fase nella quale a un centrodestra solido si contrappone un’opposizione che fatica a fare il suo mestiere. Dall’altro bisogna rompere l’accerchiamento che il modello contrattuale potrebbe determinare.

Sul modello contrattuale, dunque. La Fiom ha subito il primo accordo separato, nelle altre categorie le piattaforme sono separate. Quale strategia seguirà la Cgil nei tavoli ancora aperti?

Il direttivo della Cgil ha assunto una posizione chiara sui rinnovi. Andiamo al confronto con l’obiettivo di firmare i contratti e di resistere al nuovo modello. Dunque, aumenti superiori all’Ipca, nessuna deroga, nessun ente bilaterale sostitutivo della contrattazione. Vogliamo destrutturare l’accordo del 22 gennaio. È l’unico modo per conquistare un nuovo modello contrattuale.

La Cgil va a congresso, a mozioni contrapposte. Lei è la terza firmataria del documento di maggioranza, quello di Epifani, a cui si oppone la mozione presentata da Podda e Rinaldini, i segretari di due tra le più grandi categorie, Funzione pubblica e Fiom. Temiamo che per molti lavoratori non siano chiare le ragioni della divisione. Dal suo punto di vista, cosa vi distingue?
Secondo me, in una stagione così difficile, è necessaria una discussione approfondita ma questo non è sinonimo di contrapposizione. Le differenze più rilevanti sono tre. La prima riguarda la prospettiva: la mozione Epifani volge lo sguardo in avanti, l’altra si chiude in se stessa, pone molta enfasi sull’organizzazione, spesso con proposte confuse, come le primarie per eleggere i dirigenti. Due, la seconda mozione avanza l’ipotesi di un sindacato nel quale hanno un ruolo centrale le singole categorie e non la confederazione. è un’idea verticalizzata della Cgil, il contrario di quanto avevamo proposto lo scorso anno, con la conferenza di organizzazione, cioè dare più spazio al territorio. Inoltre questa ipotesi potrebbe ampliare la forbice tra la categorie più forti e più deboli. Il terzo tema è la natura contrattuale dell’organizzazione. Nel nostro documento abbiamo articolato un ragionamento complesso, che contiene anche qualche autocritica, ma prova a spostare in avanti il livello della discussione. Durante le grandi crisi è necessario ripensare la contrattazione, come la Cgil ha già fatto nel passato.

La seconda mozione si presenta come quella della discontinuità e vi accusa di «tatticismi e improvvisi ripensamenti e ammiccamenti». Voi come rispondete?
Non capisco dove sia l’elemento del contendere: tutti in Cgil siamo d’accordo sulla strategia per incrinare il nuovo modello contrattuale. A meno che non si pensi che lasciando fare come meglio credono a Cisl e Uil saremo più forti. Forse c’è chi interpreta il contratto separato dei metalmeccanici come l’inizio di una nuova fase, invece che la fine della fase precedente.

Proverete a ricucire con Cisl e Uil?

Considero la rottura con Cisl e Uil non ordinaria, perché riguarda la costituzione materiale del sindacato. A questo bisognerebbe aggiungere l’idea di democrazia che ha la Cisl, per cui se il risultato è scontato si può votare ma se c’è rischio di un dissenso, meglio farne a meno. Ma la democrazia non si riduce al consenso ma comprende il coraggio di misurare opzioni diverse. Senza un chiarimento su questo è impossibile recuperare il dialogo. Tra mille contraddizioni, perché nei territori le vertenze sono spesso unitarie, dobbiamo essere molto chiari sui nostri giudizi. Ma non perdere la prospettiva dell’unità.

Rinaldini ha chiesto uno sciopero generale ma la sua proposta non è stata nemmeno discussa dal direttivo.
Credo che non si debbano piegare le scelte di mobilitazione alle dinamiche congressuali. Lo sciopero generale va costruito, su questo nessuno di non ha mai avuto dubbi. Ma per farlo serve tenere alta la mobilitazione, misurarsi nel rapporto con persone. Un primo passaggio sarà lo sciopero dell’11 dicembre, della conoscenza e dei dipendenti pubblici.

Quando si aprirà la discussione sulla successione a Guglielmo Epifani?
Quando scadrà il mandato di Epifani.

Delle candidature si parla già da qualche mese.
Non ha senso né serve aprire questa discussione prima.

Come cambiano rapporti tra Cgil e Pd con Bersani?
Noi abbiamo sofferto dell’assenza di una opposizione politica capace di assumere il lavoro come punto di riferimento. Se il governo finora non ha dato risposte a lavoratori e pensionati, d’altronde, questa è anche la conseguenza dell’assenza di una soggettività politica del lavoro. Oggi, io e molti altri nella Cgil vediamo riaffacciarsi il progetto di un grande partito con al centro il lavoro. Questo produce una riapertura del dialogo col Pd. D’altronde la mozione Bersani ha molti punti di vicinanza con quanto sostiene la Cgil: propone un più stretto rapporto col territorio, vuole un partito, non un semplice network. Credo che, nella reciproca autonomia, si intreccerà un nuovo dialogo: la Cgil non è indifferente alla politica.

Una domanda secca: in piazza per il NoB day, sì o no?

Sono perplessa. Non mi convince la centralità data al tema della giustizia, né certi toni populisti che appartengono alla destra. Detto questo, ben venga una mobilitazione della politica, è segno di una ripresa di vitalità. Finora il dibattito, nei partiti di sinistra, si limitava al balletto: “Andiamo o non andiamo alla manifestazione della Cgil?”. Ma noi non vogliamo occupare il posto della politica.

4 dicembre 2009

 
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