Pubblichiamo il prologo de Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato, il libro-intervista del superconsulente dell’Autorità giudiziaria di Gioacchino Genchi ed Edoardo Montolli
Roma, Palazzo San Macuto, sede del Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. L’uomo tenta di sbucare dalla ressa di telecamere e taccuini, i microfoni puntati alla gola, le voci e le domande sovrapposte in mezzo ai flash. I giornalisti spingono, schiacciano, chiedono, affermano, gridano per stanare una risposta qualsiasi. Sgomita e raggiunge a fatica l’ingresso. Cinque commessi gli fanno da cordone, uno lo porta all’ascensore. Sale. Sesto piano. Apre. E si chiude la porta alle spalle. Finalmente le urla sembrano bisbigli. Toglie l’impermeabile. Si siede in fondo al tavolo ovale. Abito elegante, occhiali a calamita al collo e gli occhi azzurri che non ti aspetti da un siciliano. Ha di fronte i deputati Carmelo Briguglio, Fabrizio Cicchitto, Emanuele Fiano, Ettore Rosato, e Roberto Cota. E ancora, i senatori Giuseppe Esposito, Achille Passoni, Gaetano Quagliariello e Giuseppe Caforio. Al centro, il presidente del Copasir, Francesco Rutelli. Sono già tutti lì, sprofondati in poltrona. Lo stanno aspettando da un pezzo. Salutano. E mangiano. Chi addenta tramezzini. Chi un dolce, chi è arrivato alla frutta. Masticano e guardano. In silenzio. Troppo silenzio. Uno gli fa segno, la bocca piena: «Vuole?» «No, grazie. Non quando devo parlare». Appoggia la vecchia The Bridge di pelle. Se la porta dietro da quindici anni, in ogni aula di Tribunale, in ogni Procura. La apre. E ne cava un romanzo, La concessione del telefono, di Andrea Camilleri: «Consiglio a tutti di leggerlo». È una storia ambientata più di cent’anni fa, ma dentro c’è tutto: un amante delle tecnologie sospettato e perseguitato, prefetti incapaci che s’inventano congiure affidandosi alla Smorfia, una burocrazia elefantiaca e uno Stato colluso, idiota e grottesco. Ma non è che possa fare riassunti. «Vedremo» gli dice qualcuno. E allora capisce. E attende.
Altro morso. Un sorso d’acqua. «Cominciamo?» Già. Cominciamo. Finalmente può raccontare ciò che prima non poteva. Ciò che era celato dal segreto istruttorio, che al Copasir però non vale più. Ma lo sa che non è facile cominciare. Sono passati appena cinque giorni da quando Silvio Berlusconi, da Olbia, ha lanciato l’allarme: «Sta per uscire uno scandalo che sarà lo scandalo più grande della storia della Repubblica. Un signore ha messo sotto controllo trecentocinquantamila persone». E quel signore è lui: Gioacchino Genchi, quarantotto anni, vicequestore in aspettativa. Considerato da un ventennio il più abile e intelligente perito informatico delle Procure di mezza Italia. Soprattutto, però, non ha messo sotto controllo nessuno. E allora come si può cominciare? Ha fatto da consulente per il pm Luigi de Magistris nell’inchiesta Why Not ed è stato sommerso dagli attacchi più diversi: sinistra, destra, deputati, senatori, giornali, internet, radio, tv. La Procura generale di Catanzaro lo ha accusato di «illegale costituzione e conservazione di una banca dati, telefonica e telematica, per molti aspetti acquisiti in modo illegale e in spregio di guarentigie costituzionali, nei confronti delle massime autorità dello Stato, di parlamentari, appartenenti all’ordine giudiziario, ai servizi informativi e di sicurezza». Senza contare il durissimo rapporto che sul suo lavoro ha stilato il Ros di Roma. E in qualche modo deve pur cominciare. Si guarda intorno, vede Cicchitto con l’aria greve. E forse è solleticato dall’ironia della sorte.
Nel 1987, l’anno in cui la polizia lo trasferiva nella bolgia di Palermo, Cicchitto veniva invece riaccolto da Craxi nel partito socialista, dopo un breve excursus con tessera 2232 nella P2, la loggia massonica che secondo i maligni voleva devastare la Costituzione. E chi l’avrebbe immaginato allora che Cicchitto si sarebbe un giorno seduto sugli scranni del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, con il compito addirittura di difenderla, la Costituzione. All’epoca ci si sarebbe messi a ridere solo all’idea. Invece Cicchitto vigila. E sta attento nientemeno che a lui, che su una nuova P2 stava indagando. E gli tocca schivare sguardi, mentre il suo vola su un’altra faccia scura: il presidente del Copasir, Francesco Rutelli. Sa di non essergli troppo simpatico. In passato si era occupato di certo Mario Fecarotta, ingegnere e imprenditore - un «cognato di mio cugino» sostenne poi Rutelli - arrestato come prestanome della mafia nel 2002, insieme al figlio di Totò Riina, per alcuni appalti al porto di Palermo. E aveva trovato una lettera confidenziale che Fecarotta gli aveva scritto al computer, e che illustrava i gravi disagi dei detenuti dell’Ucciardone e quanto stava facendo per loro. Caro Francesco, apprezzandoti come amico, come cugino e come sindaco di Roma, ti invio queste fotocopie per farti capire quello che ho subito e chi è tuo cugino Mario che ti vuole sempre bene e ti abbraccia con grandissimo affetto insieme a Barbara, la famiglia e tutti. Ma in fondo Rutelli non aveva niente a che vedere con le operazioni di Fecarotta. E poi, sui rapporti tra l’ingegnere e Cosa Nostra, la Cassazione, che lo aveva condannato, aveva comunque scartato l’ipotesi dell’associazione mafiosa. E tutto era finito così.
A far bene mente locale ci fu anche la volta in cui, incaricato dalla Procura di Firenze, insieme al colonnello del Ros di Firenze Domenico Strada, indagò a Campi Bisenzio su una presunta associazione a delinquere finalizzata alla turbativa di aste pubbliche, falso, truffa ai danni dello Stato, corruzione. E che vedeva al centro dell’inchiesta alcuni amministratori della Margherita. Capita. Mica è colpa sua. Ma Rutelli lo fissa. Attende. E lui ancora pensa da dove cominciare. Perché in effetti deve parlare di troppe cose. Dai coinvolgimenti nelle sue indagini dei magistrati della Direzione nazionale antimafia, ai contatti di altissimi esponenti istituzionali con ambienti della criminalità organizzata, dagli appalti di Stato alla vera ragione per cui la Procura generale di Catanzaro ha tirato fuori la storia del suo archivio. E alla ragnatela tessuta dal perno intorno al quale ruotava l’inchiesta Why Not, Antonio Saladino, leader nel Sud Italia della Compagnia delle Opere, amico di molti, troppi magistrati a Catanzaro come a Roma e un po’ ovunque. Intimo di potenti e imprenditori. Ma soprattutto uno che aveva i cellulari personali e il numero di casa di Francesco Rutelli, il presidente del Copasir: quelli, e ben nove riferimenti diretti di vari segretari e capi di gabinetto, oltre alle mail; uno che agli amici, nelle intercettazioni, lo definiva col vezzeggiativo di «Rutellone», al quale «mettersi a disposizione». Ecco perché non è facile cominciare.
Perché deve spifferare ogni dettaglio su Saladino proprio a Rutelli. Ciò che non è stato detto ai giudici per via della revoca dell’incarico, verrà narrato all’uomo che l’indagato definiva un suo amico. Sa che se fosse un romanzo, e lui uno scrittore, con una trama simile, l’editore lo prenderebbe a calci. Eppure è tutto vero. E allora, si va. Domanda. Risposta. Domanda. Risposta. Gli offrono una macedonia. «No, grazie. Non quando parlo». Domanda. Risposta. Fiano gli offre un po’ d’acqua. Domanda. Risposta. Sette ore. Solo alle 20,30 l’uomo esce dalla stanza, la The Bridge in pelle sempre sotto braccio. L’esito si porta dietro un sigillo: «Segreto di Stato». Non sa se li ha convinti davvero. D’altra parte i parlamentari del Copasir non li aveva mai visti. Quelli del Ros che hanno stilato il rapporto da cui si deve difendere, be’, quelli invece li conosce fin troppo bene. Fuori i giornalisti aspettano. Lo assediano. La solita dannata domanda: «Esiste l’archivio segreto di Genchi?» No, non esiste. Sbuffa. L’ha spiegato in tv, ai quotidiani, ai settimanali, alle radio, ai mensili quando è stato costretto a uscire allo scoperto. Per parlare, raccontarsi, far presente le sue indagini vincenti. Falcone. Borsellino. I boss mafiosi fatti condannare. Gli intrighi scoperti. I politici collusi. Le talpe del Ros nella Dda. Decine di assassini. Decine di innocenti salvati. Le deve ricapitolare una per una, perché, nonostante lo abbiano visto tutte come protagonista, quasi nessuno lo conosce. E non è che abbia mai tenuto alla notorietà. Ha rifiutato milioni di euro dagli avvocati per dedicarsi unicamente all’autorità giudiziaria. Gli era sempre bastato. Ma sulle copertine dei newsmagazine sta uscendo di tutto: spione, ambiguo, misterioso, pericoloso per la sicurezza nazionale. E ognuno, dal bar all’ufficio, dalla strada ai giornali, adesso se lo chiede: «Chi è davvero Gioacchino Genchi?» Già. Chi è? Si stringe nelle spalle. 4 dicembre 2009
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