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di Massimo Fagioli Domani dovrò parlare di poesia. Domani, non so. Forse la naturale sicurezza del pensiero fondata sulla certezza nell’uso delle parole che hanno dato nome e fisionomia alle cose non percepibili dai sensi della veglia, non ci sarà più. Il tempo indeterminato, quasi fosse una linea che, invisibile, ha guidato la mente quando usciva dalle tenebre del sonno condannato ad essere senza pensiero, ora appare come assenza di una coscienza sparita quando, ad occhi chiusi e muscoli rilassati, i suoni e rumori giungono alla pelle ed alle orecchie, prima che i raggi del sole entrino nelle pupille come un innamorato focoso. Lo so. So pensare all’origine della vita quando, neonati sentiamo, al contatto, la presenza degli altri, ma non vediamo. So che accade il fatto strano che la vita della rétina degli occhi che, stimolata dalla luce, dà il movimento nel tempo alla mente umana, in verità non vede la “cosa” che la fa vivere. E non vede neppure la mano che accarezza il corpo e la voce che accarezza la mente. Percepisce perché il bambino è nato ed ha il pensiero, ma non sa perché non ha coscienza e pensiero verbale. Non “vede” perché la vita inizia senza conoscenza del mondo. La reazione “istintiva” al freddo ed al vento è pulsione di annullamento che non gli fa sapere della non esistenza della natura fuori di sé. Sa, senza la conoscenza del pensiero verbale, che non è solo e non sa che cosa o chi altro sia. Realizza, sente, ha il vissuto di una non solitudine perché il suo corpo, che ora respira, ha una mente umana e la fantasia, che non ha parola, gli dice di un altro. E cerca, ruotando il collo e aprendo la bocca, il rapporto che fa sparire la sua possibilità di vivere da solo, che non c’è mai stata e non ci sarà mai. Lo chiamano riflesso alla suzione ed, invece, è capacità di immaginare; non è più feto perché la realtà biologica è andata incontro ad una trasformazione. Ha la vita che prima non c’era. La luce che non si ode, non si sente per l’eccitazione delle papille tattili, non si assapora perché non è stimolo per la mucosa della bocca, fa reagire la pelle che produce melanina che rende il corpo del colore del bronzo che, talvolta, diventa nero. Ed io guardo e penso ciò che non posso osservare perché non stimola i cinque sensi che danno, alla coscienza, la conoscenza del mondo. Ma la pelle reagisce ed io, se mi guardo, mi vedo di colore diverso, e mi viene l’idea “strana” che il corpo sia diventato diverso. Ora penso che così osservando, con una mente diversa le cose del mondo, si può sapere la verità delle cose invisibili della realtà umana. Si può umiliare la ragione che ha fatto la conoscenza della materia, pensando che il vagito del neonato non è soltanto segno del respirare; è la nascita della voce umana che è diversa dal belato dell’agnello perché, è certezza… scientifica, diventerà linguaggio articolato. Lo splendido canto dell’usignolo sarà sempre lo stesso, come il musicista di largo Argentina che suona, con il suo violino, la stessa melodia, sempre.
Ed ora, forse con un po’ di rimpianto del tempo lontano trascorso, torna la memoria vaga di quando, all’università, la scienza mi insegnò che il più esterno dei tre foglietti dell’embrione, l’ectoderma, evolvendo darà origine sia alla pelle, sia alla sostanza cerebrale. E non so, il passato che ritorna non riesce a fare immagini definite di ciò che sarebbe potuto accadere, o è accaduto, nella mente non cosciente, quando sentii quella voce che, senza rendersi conto, seminava in una sostanza cerebrale viva e reattiva, parole che dicevano di un legame originario tra cellule uguali che si sarebbero differenziate in modo talmente profondo da non essere più riconoscibili come origine unica. Soltanto un pensiero non razionale, che cioè non credeva di derivare se stesso dalla percezione dei sensi della coscienza, poteva pensare e scoprire il nesso che stava nelle parole «reazione alla luce». Soltanto un pensiero che aveva avuto la sua origine dall’organismo in cui era sorto, poteva pensare a se stesso, e conoscere se stesso. Nella storia gli esseri umani credettero agli spiriti; poi non credettero più alle favole fatte da forme antropomorfe che erano figure piatte senza spessore che non erano mai esistite, e chiamarono ragione il pensiero che prese rapporto con la realtà materiale, “come se si svegliassero”, che fu percezione delle cose e idee su di essa. Non distinguevano il rifiuto dalla negazione e non furono capaci di rifiutare la credenza in dei che erano, insieme, uomini e animali ed annullarono la fantasia e la mente che non era ragione. Non compresero il termine immagine come pensiero che, alterando e trasformando il pensiero cosciente e la percezione delle cose, parlava di realtà invisibili della mente umana che non avevano parola per raccontare agli altri la verità dell’essere umano. Ottennero il pensiero chiaro e definito della razionalità basandosi sull’anaffettività, conseguenza dell’annullamento delle immagini sfuggenti che, non piatte come le figure delle favole, avevano un pensiero. Ma, forse, penso e scopro, nella mente antica, un pensiero deduttivo che fa una logica rappresentato, grossolanamente, dalla sequenza delle tre frasi: gli uomini sono mortali, Socrate è uomo, Socrate è mortale. Ed anche: se a è uguale a b, e b è uguale a c, a è uguale a c. Così mi insegnarono nei tempi lontani, e le parole udite rimasero sospese nella mente come foglie che sembravano verdi, ferme nell’aria come può accadere nella magia del sogno. Ed un giorno, nel tardo mattino, caddero a terra frantumandosi in pezzetti sparsi, rivelando la realtà di foglie secche come parole morte. La voce che raccontò il primo sogno a tutti coloro che, in piedi e seduti l’ascoltavano, chiese l’interpretazione immediata come se chiedesse una reazione del corpo e non della mente. Non potevo pensare e fare logiche, lontano dal rapporto con una donna che è un essere umano diverso da me. La logica antica cadde sui corpi di tutti e rivelò una razionalità sciancata che franava per aver perduto le stampelle della negazione del pensiero che era immagine sfuggente. Risposi perché erano sorti nella mente, simultaneamente al suono della voce che giungeva alle orecchie, ricordi che non erano figure della coscienza che riproduceva l’oggetto percepito, ma immagini. Il nome detto, Olimpia, che faceva ricordare la favola del mago Sabbiolino, divenne pensiero verbale, e le parole dissero che una donna parlava della tragedia millenaria della ragione scientifica che aveva reso la donna anaffettiva. Era bella, buona e brava, ma era un automa fatto, “creato” dal prof. Spallanzani.
Avevo visto “cose” non percepibili; avevo, dalla percezione del suono della voce, creato immagini che non erano riproduzione di cose percepite ed il linguaggio aveva la memoria del vagito della nascita che nasce da noi stessi. L’avevo chiamata pensiero come fantasia-memoria della sensazione del contatto del liquido amniotico con la pelle, che ha origine uguale alla sostanza cerebrale. L’avevo chiamata capacità di immaginare. Avevo visto che, alla nascita, non c’era scissione tra corpo e mente. La vita, ovvero il movimento, compare simultaneamente nella realtà biologica e nel pensiero che è immaginare. Poi pensai e dissi che, per interpretare le immagini dei sogni raccontati ovvero descritte, è necessario “regredire” alla realtà mentale della nascita ed, ovviamente, la ricreazione ha la parola e non soltanto il vagito. Ed allora ciò che potrebbe far pensare ad una logica razionale come deduzione di realtà non percepite, si rivela diverso perché la mente non è scissa dal corpo. Le parole, normalmente usate per indicare gli oggetti percepiti, danno un nome a realtà mentali che non sono state mai conosciute, perché l’identità razionale ha annullato la esistenza del pensiero del sonno.
Domani dovrò parlare di poesia. Non mi daranno il suono della voce che gettava nell’aria il pensiero ed io taglierò la lastra di piombo della coscienza che rende silenziose le parole. Gli occhi aperti hanno visto i segni silenziosi fatti sulla carta, ma erano privati del suono e le belle forme della linea sempre varia, ora più spessa ora più sottile ma sempre ondulata e contorta, non c’erano. Le parole, tradotte nei caratteri fenici, non erano, alla vista, più le stesse; la stampa fredda, che non sente, aveva tolto loro il movimento. Ed ora la memoria vaga, confusa come se fosse calata nella mente una coltre di nebbia, dà vita ai tre ossicini, staffa, martello, incudine che fanno muovere la membrana del timpano che trema come la pelle di una donna innamorata. Ed io sento il suono della voce quando, all’inizio di primavera, sono andato alla libreria che ha la grazia potente delle linee forti. Ora vedo che, purtroppo, il pensiero verbale mi costringeva a dire le parole: è lingua araba. Anche se so che canta l’immagine di una donna mai esistita, non penso alle parole. Esistono le idee e i sentimenti di una donna, perduta per la violenza dell’uomo razionale. Io, per non sognare, prego un dio inventato che, domani, non mi faccia chiudere gli occhi. |