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Guai al poeta fingitore Stampa E-mail
Fra tanta lirica di maniera, i versi ispirati  del giovane Matteo Marchesini

Raramente mi capita di recensire libri di poesia. Confesso un pregiudizio. In molta produzione lirica contemporanea la vuotezza di idee e l’assenza d’ispirazione sono mascherate da un suggestivo alone “poetico”. Se non si hanno cose da dire è più facile ingannare, rispetto alla prosa. Perciò parlo invece volentieri del felice esordio del trentenne Matteo Marchesini, Marcia nuziale. Poesie (1999-2007) - Scheiwiller - in cui una sapienza metrica, formale, si sposa a un’articolata costruzione sintattica e a una notevole densità di pensiero. Mi soffermo sull’ultima sezione, quella dei sonetti, dove l’autore, dopo che in poesia l’intero passato è stato quasi azzerato, ci propone il suo dialogo critico con un genere codificato della tradizione. Il massimo della convenzione (la forma-sonetto, con le sue regole ferree) può diventare una “gabbia” utilissima che disciplina la nostra immaginazione. La coppia è al centro di tutto il libro. In un sonetto leggiamo: «È questo, credo, e non altro, quel vero/che resisteva al sonno, che nel sonno/ha lottato per vivere e dal sonno/è riaffiorato come un buco nero». Qui è il nucleo tematico e poetico del libro. L’idea di una verità che trova qualcosa a cui resistere. Ecco, da questa resistenza nasce un attrito prezioso di cui lo stesso Marchesini (in postfazione) denuncia l’assenza nella poesia contemporanea, con la sua “koiné linguistica da pseudo tradizione”. Stesso criterio si potrebbe applicare alla prosa: i romanzi più belli sono quelli in cui percepiamo quell’attrito e quella scintilla. La lotta con il sonno fa pensare poi al Purgatorio dantesco.

Nella seconda cantica il poeta si addormenta varie volte e fa dei sogni decisivi per la sua “conversione”, ma nel canto XVIII qualcosa gli impedisce di dormire. Dopo aver ascoltato con somma attenzione la lezione di Virgilio sull’amore per la donna (che suona anche come palinodia), Dante, esausto, dice che «stava com’uom che sonnolento vana», che vaneggia per il sonno. Eppure, continua, «questa sonnolenza mi fu tolta subitamente». Da chi gli venne tolta? Dalla schiera degli accidiosi  costretti a gridare correndo e piangendo esempi di sollecitudine (per contrappasso). E anche Dante che veglia l’intera notte deve espiare, probabilmente, lo stesso peccato. Il “sonno” che Marchesini evoca ha a che fare con l’accidia, con la pigrizia dello spirito, con la mancanza di slancio, con l’incapacità di un’attenzione autentica all’altro. Il suo “vero” si esprime, però, con ostinazione, come “buco nero”, come percezione di un vuoto e di una mancanza. La poesia di Marchesini è al fondo apprensiva. La donna può sparire, per il sonno, per un dialogo frainteso, per una distanza: «L’idea che a trattenerti/valga solo il pregare, o il possederti». Anche se la preghiera è velleitaria («se prego esce un falsetto») mentre ogni possesso è solo un’illusione. In un’altra poesia, invece, stavolta non un sonetto, “Asilo”, l’autore sembra uscire dallo spazio dorato e claustrofobico della coppia. Guarda il mondo lì fuori, si sofferma su un bambino solitario che gli ricorda la propria (ferina) spontaneità perduta.

di Filippo La Porta

4 dicembre 2009

 
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