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Né con lo stato, né con la camorra Stampa E-mail
Dopo quattro anni di silenzio torna il duo di rapper napoletani dei Co’sang con Vita bona, uno spaccato della periferia libero da giudizi politici. Un puro racconto sociale senza moralismi

Uno spaccato di realismo napoletano. I Co’sang, il duo formato da Ntò e O’Luchè, non denunciano, non sollevano bandiere. Raccontano la realtà così com’è, senza fronzoli, senza spiegazioni. Cantano i loro anni “Int’o rione”, dentro al quartiere. E per quartiere qui si intende la periferia napoletana, quella di Marianella, di Scampia, per intenderci. Raccontano storie di camorra e di disperazione con l’occhio di chi è costretto a convivere quotidianamente con questa realtà. E la subisce. A quattro anni dal loro esordio, Chi more pe’me, tornano con Vita bona, che vede la collaborazione di Raiz, Fuossera e Marracash. Una fotografia del presente, un disco crudo in cui la vita è una lotta tra la criminalità organizzata, o’ sistema, e le mancanze dello Stato.

Ntò, perché sono passati quattro anni dall’ultimo lavoro?

Tra le varie vicissitudini, anche discografiche, è questo il tempo che ci abbiamo messo. Fino a sei mesi fa non sapevamo come sarebbe uscito il disco. Abbiamo pagato i costi di produzione e questo, purtroppo, ha rallentato tutto. Noi siamo solo distribuiti dalla major, non abbiamo un contratto artistico. Abbiamo ultimato i lavori in uno studio di registrazione di alcuni amici. Abbiamo avuto questa fortuna, altrimenti il budget per pagare un altro studio non l’avremmo avuto.

Con solo due album avete creato un caso perché raccontate la realtà così com’è, il vostro è una sorta di realismo napoletano. Vi ha mai creato problemi?
Siamo andati incontro a fraintendimenti, hanno cercato di categorizzarci. Purtroppo in Italia il rap fine a se stesso, come racconto sociale, non è concepito. O è politicizzato o niente. Il problema principale l’abbiamo avuto per scrollarci di dosso la definizione di gruppo che canta contro la camorra.

Il vostro è un hip hop in stile statunitense, quello che racconta la vita del ghetto senza dare giudizi morali.
Sì, senza schierarsi politicamente. Che giudizi possiamo dare? Siamo due ragazzi cresciuti nel quartiere. Siamo totalmente parte di questa vita. Non nel senso criminale. Però, quando hai degli amici che hanno vissuto delle storie particolari e tuttora le vivono e conosci anche la sofferenza che ne deriva è difficile puntare il dito. La nostra è stata una scelta iniziale. Purtroppo qui, non essendoci la reale volontà di eliminare alcuni fenomeni, si delega ai ragazzi il compito di combatterli. Per me è una cosa stupida: per combattere qualcosa c’è bisogno di azioni vere, di politica, la musica può essere un condimento. Ci deve essere una volontà. Invece, anche nelle trasmissioni televisive, vedo che la volontà è di parlare dei problemi in un modo perché non se ne parli in un altro.

Nel vostro esordio, “Int’o o rione”, c’era una melodia di disincanto, nel nuovo album strizzate l’occhio agli anni Settanta. C’è la visione di una Napoli un po’ poliziesca.
La solarità è accompagnata da un certo discorso nei testi, e si evince già dal titolo dell’album, Vita bona. Tutto il discorso su Napoli e Scampia è inflazionato, è diventato soltanto un brand e anche l’immagine di noi napoletani che sta passando nei media è davvero negativa. Si vuole sottolineare il nostro lato grezzo ma c’è un’esagerazione nel voler far passare questo messaggio. Il titolo e le melodie più solari sono un auspicio per fare da contrappeso a quest’immagine. È emblematico un monologo di Grillo su Napoli che dice che il napoletano deve essere per forza il camorrista oppure il violento che prevarica, mentre la realtà è che viene sempre usato tutto in modo strumentale. Napoli è un asso calato al momento opportuno. Come dice sempre Grillo: «Voi eravate sudditi dei Borboni e il giorno dopo l’arrivo di Vittorio Emanuele siete diventati briganti». Forse è nella nostra indole, nel dna, ma forse è anche un atteggiamento che si è creato nel tempo per adattarci alle situazioni. Siamo duri a morire e per sopravvivere siamo costretti ad arrangiarci e questa visione è stata fatta vivere e rafforzata con il totale consenso delle istituzioni.

Tra i brani dell’album c’è “Mumento d’onestà”. Nel ritornello cantate: «C’è bisogno di un momento di onestà, voi fate i nomi del sistema e non quelli dello Stato». Che significa?
Si cerca sempre un capro espiatorio. Noi che viviamo questo disagio non accettiamo la vena ipocrita con la quale parlano i media. Io sto qui da 27 anni e la realtà non è questa, i responsabili della nostra situazione non sono solo i camorristi. Siamo chiari nel brano, prendiamo distanza da una parte di giovani cantanti napoletani che vantano un attivismo contro, senza alcun fine. Io voglio fare solo musica, altrimenti avrei fatto il magistrato o il giornalista.

In “Rispettiva ammirazione”, invece, il tema è l’immigrazione.
È un argomento centrale per noi. È un problema che non discende proprio dalla criminalità. Nel brano si parla del rapporto stretto che c’è tra Marsiglia e Napoli, un rapporto che dura da tempo. Sono due città che hanno anche destini simili, due porti che si trovano sulla stessa costa. C’è stata una migrazione di napoletani verso Marsiglia. I fratelli di mio nonno emigrarono lì. Sono simili non solo a livello urbanistico, ma anche per una certa reputazione. Hanno in comune un profilo criminale e ci lega un destino comune anche a livello artistico. Akhenaton, che ha collaborato con noi, uno dei miti del rap francese, è di origine napoletana.

La periferia di Napoli è ormai una fucina di talenti, come mai?
La periferia in genere è una fucina di talenti, non solo a Napoli. Si vivono esperienze e questo vale nelle banlieue parigine e nelle periferie americane. A Napoli credo che il discorso si estenda a tutta la città per una serie di urgenze che ognuno avverte, elabora e metabolizza a modo suo.
Poi non bisogna dimenticare che noi napoletani siamo eredi di una grandissima tradizione a tutti i livelli musicali.

C’è una speranza per Napoli?

Se do un’occhiata alla nostra situazione, che non comprenda solo la Campania ma tutto il Paese, la vedo dura. La speranza per me è nei panorami che offre questa città, ti bloccano, ogni volta pensi che non è possibile. La mia speranza è che arrivi il momento in cui si vorrà far funzionare totalmente questo posto, mi auguro solo che non sia troppo tardi.

di Pierpaolo De Lauro 

4 dicembre 2009

 
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