Al Valle con Pali, Spiro Scimone e Francesco Sframeli per una retrospettiva a loro dedicata
Spiro Scimone e Francesco Sframeli, onorati (con merito) d’una monografia al teatro Valle di Roma, sono talmente bravi da subire una specie di condanna: l’aspettativa nei loro confronti è così alta che non possono permettersi quei comprensibili riposi, quegli intervalli necessari agli artisti, a volte necessitosi di un momento di passaggio, di uno spettacolo d’appoggio per successive nuove idee e visioni. Sicché Pali è allestimento che se confrontato con l’offerta dell’attuale produzione italiana dovrebbe, anzi deve, mandare in visibilio lo spettatore. Rispetto, però, a titoli precedenti del duo messinese, La festa per esempio, addirittura entrata nel repertorio della Comédie-Française, rappresenta probabilmente un’opera meno importante. Da vedere, perciò, quale schizzo del loro stile tragico e grottesco, come ciò che in pittura è lo studio preparatorio per un quadro. Momento interessantissimo, peraltro, per capire veramente gli artisti e il loro lavoro. In scena quattro personaggi: Senzamani e la Bruciata appollaiati su dei pali (Scimone e Sframeli), il Nero e l’Altro (Salvatore Arena e Gianluca Cesale) musicisti mendicanti che invece gironzolano lì attorno. Il tema è semplice - si parla di stiliti moderni che rifuggono dagli orrori della società odierna - e lo svolgimento complesso. Testo barocco, sinuoso, eppure un po’ beckettiano, un po’ ioneschiano. Davanti agli anacoreti non c’è il mare, «sembra mare», dice la Bruciata, «Ma non è mare», afferma Senzamani. Nemmeno se ci si mette una barca. Stanno, i personaggi, in una specie di zona neutra che separa la realtà insopportabile e il sogno, come mosche intrappolate fra i due vetri delle doppie finestre. Quello è un luogo senza speranza ma in fondo anche senza pericoli. Resta l’unico posto dove l’alienato pensante riesce a stare. Perciò il testo ricorda Beckett ma non è Beckett. Perché nell’irlandese i personaggi guardano l’immensità, la loro tragedia sta nella solitudine dell’uomo dinanzi all’inespugnabile niente, sospeso nell’incolmabile vuoto. Mentre nei due messinesi sono i personaggi a essere guardati dall’infinito e ridotti nell’angustia del qui, stretti nella brevità dell’ora. In questa condizione non c’è nulla da fare, quindi si può fare di tutto e gli unici limiti all’infinita libertà del prigioniero stanno nel teatro stesso e nella sua necessaria intelligibilità. Su questo punto, i rigorosi Scimone e Sframeli sono dei maestri, sanno che l’arte può permettersi qualunque cosa e l’artista solo quelle indispensabili. di Marcantonio Lucidi 4 dicembre 2009
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