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La democrazia regressiva Stampa E-mail
Berlusconi sta cercando di trasformare il conflitto formale in conflitto reale. Non era mai accaduto in mezzo secolo di Repubblica.
di Francesco M.Biscione

La democrazia è, largamente, la trasformazione del conflitto in un gioco: si stabiliscono una posta e le regole. In questo modo si evitano il conflitto “reale” e la sua inevitabile dose di violenza, trasformandolo in un conflitto “formale”, con beneficio di tutti. Per questo la democrazia è largamente considerata una cosa buona. Berlusconi, dopo il bluff dei brogli prima e dopo il voto, sta cercando (lettera al Corriere della sera del 15 aprile) di riportare il conflitto formale (la disputa elettorale, dal centrodestra perduta sia alla Camera sia al Senato) in conflitto reale, facendo di nuovo appello ai rapporti di forza esistenti nella società e mettendo tra parentesi il fatto che la sfida democratica un esito lo ha dato.
La sua interpretazione “regressiva” della democrazia, che contiene in sé un germe di eversione, non solo è inedita nella storia della nostra Repubblica (democristiani e comunisti non sono mai giunti alla reciproca delegittimazione e, nel mondo diviso in blocchi contrapposti, i primi qualche argomento avrebbero anche potuto averlo); ma è anche di corto respiro perché le istituzioni della Repubblica sono state costruite su una logica che non consente l’appello ai poteri reali una volta espletato il più elevato momento “simbolico” (ma non per questo meno “reale”) della democrazia, cioè il voto popolare, e la sua trasformazione in numeri di seggi, con la conseguente formazione di maggioranze e minoranze.
Vuole Berlusconi travolgere la democrazia, come nell’ultima scena del Caimano? Non possiamo ancora rispondere, ma la domanda è legittima. Non vi è dubbio che Berlusconi intenda non essere escluso dal novero delle persone che contano nella determinazione degli equilibri del paese e, allo stesso tempo, il suo obiettivo a breve termine è di non perdere la leadership del centrodestra, ché se ciò avvenisse la sua messa fuori gioco potrebbe risultare definitiva; ed è quanto teme di più. Per questo si sta dando gran da fare per monopolizzare il dialogo con il fronte avverso, mischiando lusinghe e minacce e facendo affermazioni di apparente buon senso su un paese ingovernabile e spaccato in due.
Purtroppo, l’iter della formazione del nuovo governo, a motivo dell’“ingorgo istituzionale”, rischia di avere tempi lunghi, costituzionalmente non comprimibili e, in questa situazione, i tempi lunghi non costituiscono un elemento di stabilizzazione. Per parte sua, il centrosinistra ha ora più che mai bisogno di governare “autonomamente” e dimostrare che è possibile una politica riformista che rilanci lo sviluppo e metta fine a un clima di contrapposizione che giova solo a Berlusconi e non certo al centrodestra, qualora questo venga inteso come settori di società civile, realtà produttive, aree geografiche eccetera. Soprattutto oggi non va delusa l’aspettativa di coloro, anche non di sinistra, che hanno votato per Prodi assegnando al centrosinistra il compito di ripristinare le forme istituzionali della democrazia repubblicana dopo le devastazioni berlusconiane. In questo senso, forse, non sarebbe prematura l’apertura da parte del centrosinistra di un discorso di condivisione istituzionale verso quei settori dell’opposizione che trovano insopportabile e umiliante la leader-
ship che ancora Berlusconi esercita sul centrodestra.

 
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