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Ostaggi della spesa pubblica Stampa E-mail
Il caso del Giappone negli anni Novanta insegna: durante una crisi causata da deleveraging non si può ridurre il sostegno all’economia senza tornare in recessione

di Carlo Freboudze

«Occidentali, siete avvisati, la spesa pubblica deve rimanere alta nei prossimi anni. Senza il sostegno statale l’economia si contrae». Il consiglio è destinato soprattutto agli Stati Uniti e viene dagli analisti asiatici, che hanno vissuto la recessione giapponese iniziata negli anni Novanta. La preoccupazione è molto attuale. Mentre i media anglosassoni raccontano di una presunta ripresa in corso, i politici già non resistono alla tentazione di chiedere tagli al bilancio pubblico. Ma il momento è sbagliato. Il motivo è che questa recessione è diversa da quelle sperimentate negli ultimi decenni: è una recessione da deleveraging. Si caratterizza cioè per la necessità di ripagare i debiti del passato. Come? Sacrificando le spese (per consumi e investimenti, presenti e futuri) a favore del risparmio (che va a ripagare spese del passato). Questo processo serve a ridurre la “leva”, ovvero il rapporto squilibrato tra debiti e capitale per le banche, e tra debiti e reddito per le famiglie. Il deleveraging è iniziato più di un anno fa, ma richiederà ancora tempo. Se nel frattempo il settore pubblico non sostituirà la spesa privata che viene a mancare, la recessione continuerà, e occupazione e produzione non cessarenno di scendere.

L’intervento dei governi e delle banche centrali dei Paesi occidentali finora ha consentito di evitare il baratro, preservando il funzionamento di buona parte del sistema economico. Come? Inondando i mercato di denaro fresco, quasi gratuito, in quantità che non ha precedenti in tempo di pace. Le operazioni delle banche centrali (soprattutto quella Usa, quella inglese e la Bce) nel sistema monetario si sono tradotte in iniezioni di liquidità per oltre duemila miliardi di dollari. Quanto al lato fiscale, negli Usa per esempio, il Tesoro non ha certo lesinato in misure eccezionali, a partire dal poderoso “pacchetto di stimolo fiscale dell’economia”, un aumento di oltre 700 miliardi della spesa pubblica, che ha consentito di limitare il crollo dei consumi. Molti altri governi sono dovuti intervenire pesantemente. Questi livelli di spesa sono chiaramente insostenibili nel lungo periodo. Nelle nazioni che più hanno patito la crisi, l’incremento di spesa pubblica per sostenere l’economia (in parte improduttivo perché usato per salvare il settore finanziario) è stato molto ampio, anche pari al 10 per cento o più del Pil. Oggi a soffrire sono soprattutto Usa e Gran Bretagna, visto che il debito pubblico rischia di passare in pochi anni rispettivamente dal 60  e 40 per cento del Pil al 100 per cento.

Molti osservatori, molti politici e qualche economista, appena visto un ritorno in territorio positivo del tasso di crescita del Pil, nonostante le pessime condizioni dell’economia reale, hanno iniziato a reclamare la riduzione della spesa pubblica, con l’obiettivo di ridurre il deficit. L’esperienza giapponese evidentemente non ha insegnato molto a costoro. Il Giappone ha vissuto una crisi simile all’attuale a partire dagli anni Novanta. Nel 1997, dopo alcuni trimestri di crescita positiva del Pil, per l’ottimismo diffuso si volle tagliare la spesa pubblica. Questo causò un crollo del Pil, oltre a riportare disoccupazione, calo della produzione e deflazione, insomma la recessione. Non solo, la scellerata scelta del governo nipponco fece rapidamente peggiorare il deficit statale annuo anziché migliorarlo, visto che le entrate diminuirono più rapidamente delle spese. Una perfetta dimostrazione del fatto che in un’economia paralizzata, con deleveraging in corso, il settore pubblico deve mettere in campo tutto il denaro che il settore privato sottrae alla circolazione e all’attività economica. Per ogni famiglia che ripaga 100 euro di debito in più al mese (spendendo quindi 100 euro in meno) occorre che il governo spenda 100 euro in più. Se così non fosse l’economia si contrarrebbe rapidamente per un effetto moltiplicatore rovesciato.

L’intervento statale può limitare il calo del Pil, garantire una maggiore occupazione e, molto probabilmente, un minore deficit pubblico considerato che le entrate statali, le tasse, crescono al crescere dell’attività economica. Il debito complessivo non esplode se la recessione è causata da deleveraging: tecnicamente si trasferisce solo il debito dal settore privato a quello pubblico, come sta accadendo negli Usa e in Gran Bretagna. A livello nazionale, in assenza di crescita, al disavanzo del settore pubblico corrisponde un avanzo del settore privato, che viene destinato al risparmio a discapito della spesa. Finché l’attività economica langue, questi nuovi risparmi, data l’assenza di investimenti economici remunerativi, finiscono generalmente in titoli di Stato permettendo, nel breve periodo, di finanziare il deficit statale a basso costo. Nella crisi attuale il ricorso ai titoli di Stato è molto popolare anche tra le banche. Queste possono prendere fondi a costo zero sul mercato e investirli in titoli pubblici ottenendo un risultato duplice: lucrare sulla differenza tra i tassi e migliorare la qualità media del loro portafogli investimenti.

La carica dei politici “rigoristi” solitamente si intensifica con il miglioramento delle condizioni economiche. Nei Paesi anglosassoni la spinta per i tagli alla spesa pubblica è già forte. Il motivo è palese: l’aumento del debito pubblico, nelle proporzioni descritte, è molto negativo nel lungo periodo e andrebbe evitato. Ciononostante le pressioni per i tagli potrebbero affievolirsi presto. Negli Usa per esempio, con la disoccupazione ancora in crescita, la produzione ai livelli di undici anni fa, le imprese in ginocchio e le banche paralizzate, è facile prevedere che nei prossimi due anni il Congresso continuerà a spendere. Anche perché diventerà presto evidente che l’unica alternativa è una nuova e più profonda recessione, con costi sociali ed economici di breve periodo troppo pesanti per chiunque. Non ci sono dunque alternative a una statalizzazione prolungata di quella che, fino a pochi anni fa, era l’economia capitalistica per eccellenza. Il modello economico precedente è chiaramente fallito (anche nel senso letterale).

Il governo dovrà anche farsi carico della pulizia dei bilanci delle banche, che oggi rappresenta ancora un forte ostacolo alla ripresa. Assecondare la politica attendista delle banche non sta certo giovando all’economia reale. La loro nazionalizzazione, già in corso, è ormai una strada inevitabile per Usa e Gran Bretagna.Il mondo resta quindi appeso alla spesa pubblica. Una condizione non sempre positiva considerato che la politica, a tutte le latitudini, è spesso orientata al clientelismo e al brevissimo termine, più che a un progetto di sviluppo sociale.

4 dicembre 2009

 
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