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Ru486, la piccola Commissione degli orrori Stampa E-mail
Il farmaco abortivo Ru486 è ritenuto sicuro in tutto il mondo. Ma per impedirne l’uso il centrodestra sta usando qualsiasi arma
di Federico Tulli

Si perdoni l’abuso di citazione di Flaiano. Ma per descrivere la grottesca evoluzione del “caso Ru486” nulla è più azzeccato del suo: «La situazione è disperata, ma non seria». Come altrimenti definire il risultato del lavoro svolto in questi due mesi dalla maggioranza in commissione Igiene e sanità del Senato per indagare sulla presunta pericolosità del farmaco abortivo, e riassunto nella relazione conclusiva del presidente Pdl, Antonio Tomassini, presentata il 24 novembre scorso? Usata in tutto il mondo da oltre 20 anni, considerata farmaco essenziale dalla Oms, reputata sicura dall’Agenzia europea del farmaco, raccomandata dai più prestigiosi istituti internazionali di farmacologia (dal Royal college of obstetricians and gynaecologists all’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé, all’American college of obstetricians and gynecologists, tutti concordano sul fatto che il mifepristone è una valida alternativa all’aborto chirurgico), non appena la Mifegine-Ru486 entra nei confini italiani, secondo gli eminenti non esperti di interruzioni volontarie di gravidanza ascoltati in commissione, si tramuta in una sorta di micidiale cocktail come fosse una droga o un veleno e non un farmaco. E per questo non deve essere commercializzata.

Poco conta il fatto che già da quattro mesi, ma con oltre seicento giorni di ritardo sul termine indicato dalla legge per chiudere l’iter di valutazione, la commissione tecnico scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco abbia dato il via libera all’uso in ospedale. L’Aifa agisce in base agli indirizzi del ministero della Salute. Ed è questo uno dei tratti più esilaranti - ma in realtà drammatici - della vicenda. Perché l’indagine del Senato è stata messa su in fretta e furia, dopo il placet dell’Agenzia, su invocazione del ministro della Salute, Maurizio Sacconi. E indovinate chi sono stati i primi “tecnici” convocati dal presidente Tomassini? Guido Rasi (21 ottobre) e Sergio Pecorelli (5 novembre), rispettivamente dg e presidente dell’Agenzia. Tenendo bene a mente che il lavoro dei senatori è pagato con soldi dei cittadini, ricordiamo che Rasi il giorno prima dell’audizione aveva affermato che «non c’erano motivi per non autorizzare la Ru486, considerando che comunque non potevamo farne a meno in virtù della procedura di “mutuo riconoscimento europeo”».

C’è poi la questione dei decessi che si presumono legati all’assunzione della Ru486. È questo il lato più delicato della vicenda, ma il dato delle 29 morti (in venti anni, in tutto il mondo, su milioni di interruzioni volontarie di gravidanza per via farmacologica) è usato dai non esperti di Ivg come “arma” per impressionare le donne italiane e ostacolare l’uso della pillola abortiva. Tra tutti svetta Assuntina Morresi, docente di Chimica fisica, consulente del ministero nonché editorialista dell’Avvenire e, autrice di un libro contro l’aborto e la Ru486. Ebbene, tra quei 29 casi enunciati ci sono addirittura due uomini, secondo quanto ha riportato l’Aduc. Mentre tra i restanti 27, 10 sono donne morte di cancro e 17 hanno usato il farmaco in dosaggi e modi non previsti dal protocollo. Solo in quest’ultimo caso, dunque, ci sarebbe un nesso fra decesso e uso della Ru486. Ma non vale nulla ai fini dell’autorizzazione al commercio (che difatti è stata rilasciata ovunque l’aborto è legale), poiché qualsiasi farmaco comporta dei gravi rischi se consumato contravvenendo alle basilari indicazioni. Vale anche per l’aspirina venduta senza ricetta.

27 novembre 2009

 
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