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La visita del premier Manmohan Singh negli Stati Uniti segna una nuova fase dei rapporti tra Nuova Delhi e Washington. Un dialogo alla pari, con il quale Obama incassa il rinnovato appoggio di un alleato importante nella regione asiatica
di Emanuele Bompan

Se il dragone cinese mantiene ancora  diffidenza sulla nuova dottrina del Pacifico di Obama, il Paese del sacro fiume Gange guarda con interesse agli Usa, che ben volentieri ricambiano la cortesia. La lunga visita americana del primo ministro indiano Manmohan Singh negli Stati Uniti, terminata giovedì, rientra nella strategia di rafforzare l’asse commerciale e strategico tra Nuova Delhi e Washington. Dopo termini come Cindia e Cinusa, toccherà dunque assistere a nuove orribili crasi, come UsIndia o Indusa, che media e blog inventeranno sul successo dell’incontro bilaterale. Meglio, allora, l’incenso offerto per benedire l’alleanza tra i due, rimasta fino a oggi in secondo piano nell’agenda internazionale e nelle pagine della stampa. L’India, che secondo molti analisti diventerà nella prossima metà di secolo la terza potenza mondiale, ha raggiunto oggi la forza politica ed economica sufficiente per dialogare alla pari con il supercolosso Usa. Nonostante le contraddizioni sociali ed economiche e i conflitti religiosi che imperversano nello Stato indiano, il suo ritmo di crescita costante è una ragione sufficiente per annoverarlo a pieno titolo tra i Grandi. Washington, che non può prescindere da avere con Nuova Delhi un’alleanza solida e duratura - specie in un periodo di crisi economica dove ogni Stato amico può essere d’aiuto - può così fare pressione sulla Cina riavvicinandosi alla Tigre indiana.

Durante il recente incontro annuale del US-India business council, un istituto per la promozione degli scambi commerciali e culturali tra Usa e India fondato nel 1975, Hillary Clinton ha plaudito all’avvicinamento dei due Paesi: «Siamo all’inizio di una nuova epoca di relazioni bilaterali, quella di Usa-India 3.0», ha detto la segretaria di Stato, riferendosi agli accordi precedentemente firmati da Bill Clinton e George W. Bush. «È uno degli incontri bilaterali più importanti dell’amministrazione Obama» le ha fatto eco un top administrator della Casa Bianca. Tantissimi gli argomenti discussi tra Singh e Obama: energia, commercio, il prossimo meeting del Wto, terrorismo, Pakistan, forniture militari. Già dagli incontri preparatori e dalle anticipazioni dell’ufficio stampa della Casa Bianca era possibile capire la direzione dei colloqui, con il tema energetico in primo piano, grazie anche al viaggio preliminare del segretario per l’Energia Steven Chu a Delhi la settimana scorsa. «L’India svolgerà un ruolo chiave nel futuro energetico del mondo», ha dichiarato Chu. «Solo lavorando insieme possiamo promuovere tecnologie per generare energia pulita, con lo scopo di aiutare il clima e creare nuova occupazione». Basta vedere i numeri dello Stato indiano, con un mercato che vedrà una crescita della domanda energetica del 60 per cento e un parco automobili che passerà da 100 a 380 milioni nel 2030: un target fondamentale per esportazioni di sistemi energetici rinnovabili, come pannelli solari e turbine a vento, e per il mercato automobilistico made in Usa. Tra gli obbiettivi raggiunti, l’accordo sul nucleare civile, stipulato nei mesi precedenti all’interno del quadro di espansione della cooperazione sull’energia atomica promosso dagli Usa e la creazione di un centro indoamericano di ricerca e sviluppo sulle green energy.
Ridimensionate anche le tensioni economiche tra le due potenze. Negli ultimi anni, infatti, le relazioni commerciali erano peggiorate principalmente per due ragioni: i sussidi all’agricoltura a stelle e strisce come limite alle esportazioni agricole - ragione fondamentale del fallimento del tavolo di Doha del Wto nel 2008 - e le barriere protezionistiche indiane, mal viste dalle imprese americane. «Tempo di nuova fiducia» è stata quindi la dichiarazione necessaria per allontanare le nubi. Segno anche che per l’incontro di dicembre al Wto si è aperta una via per trovare un accordo onnicomprensivo per gestire nuovi protezionismi, scambi agricoli e un maggiore equilibrio di rappresentatività all’interno dell’organizzazione internazionale.

Dal punto di vista strategico l’India gioca un ruolo di contrappeso al potere cinese da un lato e all’instabilità del Pakistan dall’altro. Nuova Delhi tuttavia si è sentita alle strette negli ultimi mesi a causa dai rapporti di Washington con i due suoi vicini, con i quali è da sempre ai ferri corti. Per rassicurare Singh, Barack Obama si è prodigato a confermare contratti di fornitura militare e un’intensificazione dei rapporti d’intelligence nella lotta al terrorismo. Non a caso ha riconosciuto l’importanza strategica nella regione, restituendo all’India una posizione centrale nella geopolitica economica e militare dell’Asia. Che ha ricambiato confermando l’impegno a trovare un accordo a Copenaghen e a ridurre deforestazione, sviluppare progetti di larga scala di edilizia ecosostenibile e implementare le risorse energetiche rinnovabili. Un impegno che ha tolto qualche castagna dal fuoco a un Obama sempre più inviso agli ambientalisti e alla sinistra democratica.
Poco spazio invece a richieste come quella della lettera aperta a Obama indirizzatagli da  Amnesty international. Nell’appello si chiede all’India uno sforzo maggiore per tutelare i diritti umani e un’azione incisiva e tempestiva per combattere la povertà nelle aree rurali. Ma dai corridoi di Washington si esclude qualsiasi affermazione in proposito.

Questo viaggio americano lo si può descrivere come storico per il mutamento del rapporto di forza tra i due Stati, che da verticale diventa quasi orizzontale. Un’orizzontalità geopolitica inedita per gli Usa che include non solo l’India ma anche le altre potenze emergenti del Bric (oltre a Nuova Delhi, vi partecipano Brasile, Russia e Cina), e che fa intuire una nuova forma politica del mondo. A Washington i think tank come New american progress affermano che questo è stato il penultimo tassello della dottrina Obama (manca ancora un viaggio in Sudamerica) per creare il multipolarismo economico e politico sognato da mr. president. La realtà certo è ben più complessa della semplificazione della teoria politica. La Cina rimane pur sempre distante e in antagonismo agli Usa, nonostante un’interdipendenza sempre più assodata, mentre la Russia, seppur meno ostile di un tempo, grazie alla politica di smilitarizzazione e denuclearizzazione promossa dagli Stati Uniti, non vuole rinunciare a costruire un’area di influenza senza presenza alcuna dell’ex impero americano. Il Brasile è aperto nei confronti degli Usa in cambio di una minore pressione nelle aree di influenza ma è in cerca di nuove alleanze strategiche (Ahmadinejad è in Sudamerica in questi giorni). L’India, infine, gongola per il rinnovato status di alleato Usa ma rimane sospettosa sui contatti di Washington con i suoi vicini.In questo nuovo grande gioco l’Unione europea, nonostante conservi gli storici legami di fedeltà con l’amico di oltreoceano, deve adoperarsi per essere un attore con una voce unica e una strategia comune, unica strada  per poter competere e non restare esclusa dal disegnarsi di nuove prospettive.

27 novembre 2009

 
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