Sgomberi di edifici occupati, campi rom e centri sociali. Con l’ausilio della polizia e pistole alla mano. Così il sindaco risolve l’emergenza abitativa di Daniele Nalbone
«Il futuro è fatto di forme diverse di protesta». In questa frase apparentemente “innocua” c’è tutta la pericolosità del binomio Alemanno-Pecoraro. Come insegnano i polizieschi americani, se da una parte il primo cittadino di Roma è a suo agio come non mai nel ruolo di “cattivo” e ha ormai deciso di usare il pugno di ferro dinanzi a ciò che egli definisce «illegalità», il prefetto si traveste da “buono” e spiega, sulle pagine di Repubblica, che «sindacati e partiti potranno fare manifestazioni solo in piazze appositamente scelte». Con un però: «Agli argomenti della protesta dovrebbe essere dedicata una tribuna televisiva, in modo da rendere pubblici i motivi della manifestazione e cercare anche una risposta della controparte». Un nuovo “Grande fratello”, quindi, «per non creare disagi ai cittadini perché con il caos non si realizza il consenso ma solo disagio». Dal disagio, poi, passare addirittura «all’intolleranza» è, per Pecoraro, un attimo.
Nelle ultime settimane, caratterizzate dalla presentazione il 18 novembre del Piano casa della giunta di destra, i movimenti per il diritto all’abitare hanno potuto farsi, sulla propria pelle, un’idea dell’Alemanno-pensiero. Ma andiamo per ordine: mentre un giorno sì e l’altro pure Alemanno tuona contro le decine di manifestazioni che continuano a paralizzare la Capitale ogni settimana, Comune e prefettura decidono che è arrivato il momento di passare all’attacco. Così, all’alba di martedì 10 novembre una decina di blindati viene chiamata all’azione per sgomberare “Villetta”, occupazione fatta di studenti e precari in via delle Alpi Apuane, nel quartiere di Montesacro. Uno sgombero che, come spiegano i Blocchi precari metropolitani, «ha avuto il solo risultato di produrre uno strappo irrimediabile, forse voluto, con il tavolo cittadino sull’emergenza abitativa coordinato dal prefetto». Evidentemente qualcuno ha avuto interesse nell’accendere quella miccia innescata, nel quartiere, sabato 7 novembre con un “blitz” che ha visto protagonisti proprio Gianni Alemanno, l’assessore alla Casa, Alfredo Antoniozzi, e il presidente del IV municipio, Cristiano Bonelli. Senza nessuna comunicazione ufficiale, senza alcuna convocazione pubblica, i tre si sono presentati al Tufello scortati dai camerati di Area identitaria e dalle forze dell’ordine per discutere della vendita delle case popolari. Il tutto in un’assemblea-fantasma, organizzata dalla notte al giorno per evitare contestazioni da parte degli abitanti del quartiere e «per far breccia nei territori che esprimono un insediamento sociale e politico antagonista alla destra» spiega Paolo Di Vetta di Asia Rdb. Neanche 24 ore dopo, all’alba di mercoledì 11 novembre, Alemanno e Pecoraro, con l’ausilio di Polizia, Esercito, Guardia forestale e Protezione civile, decidono di sgomberare l’insediamento, abitato da rom e romnì, di via di Centocelle dove da oltre un anno l’associazione Popica si batte per un percorso, fatto di scolarizzazione e autodeterminazione, che garantisca integrazione e autonomia alle famiglie del campo. Quello che a occhi distratti può apparire come una delle tante azioni volte a «riqualificare» Roma, è in realtà il secondo attacco in due giorni contro il movimento: il campo rom di via di Centocelle, ribattezzato strumentalmente dai media «Casilino 700» per impressionare la popolazione, vista la vicinanza con il più famoso Casilino 900, aveva da un anno iniziato un cammino al fianco dei movimenti per il riconoscimento dei diritti propri di ogni persona, in primis quello a una casa.
E se contro le ordinanze anti lavavetri è stato costretto a esprimersi addirittura il cardinale Agostino Vallini, vicario di Roma che, preoccupato dalle misure “disumane” del sindaco, invitò il primo cittadino «a individuare iniziative e strumenti alternativi che mostrino il volto umano della città», l’11 novembre a tuonare contro il primo cittadino sono stati Amnesty international e il professor Marco Brazzoduro, esperto del mondo rom e in prima linea in quella che lui stesso definisce «lotta al pregiudizio etnico», secondo i quali, a Roma, «è in atto una guerra scandalosa contro i poveri, peraltro illegale in quanto contravviene all’articolo 30 della Carta sociale europea secondo il quale “ogni persona ha diritto alla protezione dalla povertà e dall’emarginazione sociale”». L’unico risultato ottenuto finora dal sindaco con queste azioni è stato quello di far aumentare la rabbia di una parte della città, che è sfociata, nel pomeriggio di mercoledì 18 novembre, giorno della presentazione del Piano casa del Comune di Roma, in una dura contestazione prima sotto l’assessorato alla Casa, sul lungotevere, e quindi in piazza del Campidoglio dove oltre duemila persone sono giunte in corteo, rigorosamente non autorizzato. In un clima a dir poco teso, dopo due ore di presidio e diversi falò in cui decine di famiglie hanno bruciato le proprie domande per l’assegnazione di un alloggio popolare, i manifestanti sono riusciti a consegnare al capo gabinetto del sindaco, Antonio Lucarelli, una tenda, «unica risposta all’emergenza abitativa che attanaglia Roma», spiegano i movimenti.
Alemanno e Pecoraro evidentemente non gradiscono e iniziano a organizzare la loro “risposta”. Così, alle 22 del giorno stesso, al commissariato di Fidene arriva l’ordine di procedere con lo sgombero del centro sociale Horus, punto di riferimento per la cultura indipendente romana. Sono da poco passate le 9 del 19 novembre quando oltre venti blindati si mettono in marcia alla volta di piazza Sempione. Forzano l’ingresso e con un bobcat iniziano a distruggere l’interno della struttura, rimessa a nuovo, dopo anni di abbandono, dal duro lavoro degli occupanti. Mentre solerti fabbri iniziano a sbarrare gli ingressi dell’Horus, un gruppo di attivisti si muove alla volta del IV municipio. In pochi minuti, dopo aver affrontato una volante della polizia con due agenti che, pistola alla mano, hanno cercato di bloccare i manifestanti, l’ufficio del presidente Bonelli viene occupato. Sul tetto del municipio uno striscione avverte il sindaco che «Horus e Villetta sono qui». Dal megafono gli attivisti comunicano: «la tregua è finita». Ora quello che, per pochi mesi, è stato un confronto tra le parti in un tavolo di trattative presso la prefettura torna a essere scontro nelle strade. Così, martedì 24 novembre, presso lo Strike di Portonaccio, in una partecipata assemblea pubblica si è deciso di indire una giornata di mobilitazione cittadina per venerdì 4 dicembre. Una data non casuale visto che lo stesso giorno, in tutta Italia, ci saranno manifestazioni contro gli sfratti. 27 novembre 2009
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