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di Massimo Fagioli Sembra che l’aria sia abbastanza mite pur essendo autunno inoltrato. Forse perché due settimane fa il calore era aumentato. Si sentiva dalle voci dei giornalisti e politici quando mi chiedevano la storia degli ultimi anni che si poteva vedere, o soltanto intuire nel libro che aveva stampato quarantatré articoli: left 2006. I Radicali italiani mi hanno lasciato parlare, nel loro Congresso, per venticinque minuti. E l’ambiente era certamente pulito perché, parlando senza preparazione preventiva, sono emersi pensieri liberi e coraggiosi che hanno fatto parole che hanno distinto la negazione dal rifiuto. Ed ora, con un minimo di rapporto con la realtà, mi rimprovero di aver detto che il rifiuto nasce nel rapporto del bambino al seno che lo ha nutrito e fatto vivere, quando muove la testa a destra ed a sinistra. Sentivo, anche se non sapevo, che stavo proponendo che l’essere umano nasce realizzando la sua identità che sa opporsi alla violenza e alla distruzione. Sapevo che la parola negazione era stata, da sempre, sconosciuta nella sua realtà perché annullata con il pensiero e l’immagine del rifiuto e con il termine bugia ma, forse, non mi rendevo conto che dire queste ricerche e scoperte sofisticatissime nell’VIII Congresso Radicale era fuori luogo. Parlai anche del sogno dicendo che la negazione era alterazione distruttiva dell’immagine, ma fu straordinario che mi sentii rispondere, da Emma Bonino, che la negazione era sognare Pannella con i capelli corti. Ripensando si rimane perplessi. Una persona che ha speso la vita nella politica ha capito ciò che psichiatri, psicologi, filosofi, e né Freud, né Jung, né Binswanger, né Heidegger, né Sartre hanno mai capito. E la simpatia, l’accoglienza di tutti i partecipanti che hanno visto ed ascoltato uno psichiatra che faceva discorsi “astrusi” hanno animato un turbamento che si esprimeva nelle parole “non hanno voluto capire”. Non hanno voluto capire gli psichiatri, non hanno voluto capire i filosofi e, perplesso, penso “non hanno voluto capire” alcuni politici di sinistra. E ricordo che in alto, nel fondo della sala, c’era un grande cartello con su scritto: RIVOLTA. Ed è immediato un pensiero terribile. Se non si distingue la negazione dal rifiuto, non si distingue la rivolta fascista dalla rivolta…; e la penna si ferma di nuovo perché non vuole scrivere la parola comunista. Evidentemente, dentro le ossa ed i muscoli del braccio e della mano c’è il pensiero che la rivoluzione comunista aveva tradito la parola socialista. E sento la voce di Pannella che dice “i radicali hanno la parola compagno”. Ed io divento ruffiano che cerca di fare il connubio tra le parole liberale e socialismo, pensando che “radicale” è figlia del legame tra le due. Avevo, fin dall’adolescenza, una adorazione per la parola laicità, che avevo visto ugualmente presente nei socialisti e nei liberali dei secoli scorsi. Poi venne la parola sinistra che ha separato gli amanti che, forse, avrebbero potuto generare altri figli.
E vengono ricordi di sessanta anni fa quando, dopo la straordinaria rivolta contro il nazifascismo, dovetti prendere coscienza che l’eroismo comunista non era laico. Il pensiero e la prassi che aveva portato all’ateismo dello Stato, invece di svolgersi come sviluppo della mente che si era liberata da ogni credenza astratta per pensare la realtà della natura e dell’essere umano aveva mostrato, sotto motivazioni di realismo politico con alleanze che erano unioni di idee opposte e contrarie al pensiero marxiano, una base che non pensava all’evoluzione della mente umana, nel tempo. La realtà umana non andava pensata, la trasformazione del pensiero andava ignorata… era annullata. Ma Marx aveva detto che bisognava “trasformare il mondo”. E le parole, sembra, nei momenti del tempo che si susseguono, diventano ora leggere, ora pesanti come macigni. Trasformazione. E la memoria vaga del passato mi fa sorridere, perché mi fa vedere l’entusiasmo giovanile che, nella continua rivolta contro il fascismo, voleva che la realtà oppressiva e violenta cambiasse. Ma non era “il mondo”. Non rifiutavo il vento e la pioggia, dicevo “no” ad altri esseri umani che avevano comportamenti ed idee che miravano a ledere i propri simili. Non avevo mai pensato che la violenza fosse “natura” umana. E sento le voci del Congresso Radicale che chiamano i suoni di sessanta anni fa che dicevano sempre “non violenza”. Ed io avvicinavo ad essa, per vedere se potevano amarla, la parola rivolta. E cercavo di comprendere la similitudine o la differenza tra la rivoluzione comunista e la lotta indiana per l’indipendenza condotta da Gandhi che i radicali avevano preso come immagine ideale. Avevo sempre pensato che erano stati fatti storici diversi perché Gandhi aveva mirato all’indipendenza e alla identità nazionale. La rivoluzione comunista pensava ad una trasformazione “del mondo”, ovvero cambiare la società modificando i rapporti interumani e presero il potere facendo una rivolta violenta. E forse, è così che la rivoluzione riuscita si trasformò in oppressione senza modificare i rapporti interumani.
Ed ora ricordo che, al Congresso Radicale dissi che, giovane, di fronte alla prospettiva di una brillante carriera di chirurgo, invece di lottare contro la morte del corpo, scelsi di seguire la strada buia della psichiatria, per affrontare la misteriosa morte della mente. L’ambiente favorevole che ascoltava mi fece concettualizzare che la morte del corpo è inevitabile, la scienza medica può soltanto procrastinarla nel tempo. La morte della mente poteva, forse, essere vinta. Era sorta, dalla mia realtà biologica, un’idea originale. Udii e lessi dopo, negli anni, che medici e filosofi non avevano mai pensato ad una possibilità di cura della malattia mentale, perché la violenza era “natura umana” che spingeva il comportamento a fare la distruzione. Soltanto il pensiero della veglia e coscienza poteva fermare la naturale cattiveria dell’uomo: lo chiamarono ragione. Io scoprii che era un pensiero che aveva mascherato la sua stupidità trasformando “scientificamente” la cattiveria di Caino, di nota origine dalla favola biblica, nel termine pazzia come perdita della ragione. E io feci il rifiuto di questa orrenda storia della ricerca che voleva conoscere la realtà umana ed, insieme al ricordo del vecchio detto “conosci te stesso”, rividi il cartello con su scritto RIVOLTA e sentii la frase ripetuta sempre, “non violenza”. Ed ora mi chiedo se quel rifiuto, quel non credere, sentendolo falso, nell’insegnamento dei padri e dei maestri che si era ripetuto per millenni, era rivolta non violenta. Era forte… radicale, decisa ma non violenta perché non mirava alla distruzione.
Ed ora non ci sono le mille voci che, nelle sedute di psicoterapia di gruppo, girano nell’aria come nugoli di storni; ci sono ricordi che emergono silenziosi ed io so che devo leggere memorie che non hanno figura definita. Vengono alla mente le prime pagine di Istinto di morte e conoscenza in cui si distingue la frustrazione-interesse dalla frustrazione-aggressività. Si sono trasformate, senza modificarsi, in rifiuto e negazione, e si sono sviluppate in rivolta… socialista e rivolta fascista; il pensiero si cambia la veste lasciando inalterata la struttura ed il linguaggio articolato. C’è il ricordo cosciente ed il rifiuto di parole udite e testi scritti quando era palese la stupidità o la dissociazione della comunicazione scritta ed orale; forse, c’è la memoria delle sensazioni, del vissuto al di là della conoscenza della coscienza, che fa immagini che compaiono nella mente quando non c’è più la veglia ed il comportamento. Ma il linguaggio di esse è sconosciuto ed io ricordando il “conosci te stesso” rispondo al pensiero del tempio di Apollo che posso conoscere me stesso e posso anche trasformarlo, soltanto nel rapporto con gli altri esseri uguali a me stesso.
Penso che non debba portare ricordi coscienti nelle sedute di psicoterapia, dove il tempo è soltanto delle immagini che si formano nella mente quando la veglia e la coscienza sono sparite, assenti. Qualcuno, talvolta, dice “non ricordo il sogno”. Ed io dico “la permanenza nella mente cosciente delle immagini oniriche non è ricordo perché non è la riproduzione dell’oggetto della percezione”. Forse è meglio, come dissi, lasciar fluire i pensieri che emergono alla coscienza guardando fuori dai grandi vetri che ti proteggono dal freddo. Non ci sono esseri umani, ci sono le piante mosse, ora più ora meno, dal vento. Non hanno linguaggio articolato ovvero non parlano e non camminano. Sembra che si secchino ad ogni autunno ed inverno ma è soltanto letargo perché, ad ogni primavera risorgono; allora l’uomo intelligente scopre che, dentro, restano verdi. Sono senza coscienza ma è noto che reagiscono alla violenza che le lede e, dopo un ciclo di nascita, sviluppo, riproduzione, vanno incontro alla morte, perché perdono la vitalità. Mentre scrivevo, pensavo che le piante sono come gli esseri umani che dormono e sentono soltanto, senza avere coscienza e linguaggio articolato. Ma è stupido pensare così. Le piante non sognano perché non sanno trasformare le sensazioni in immagini. |