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Gli anni 70 e Prima linea. La pazzia della violenza. E il vuoto assoluto degli anni 80. Ravera rilegge un periodo cruciale
Nei 23 romanzi che ha scritto, a partire da Porci con le ali (1976), Lidia Ravera è mossa soprattutto dalla voglia di capire (se stessa, gli altri, le donne e gli uomini, il nostro strano Paese…). Come se avvertisse l’obbligo morale di essere intelligente. Non che i suoi romanzi siano intellettualistici e noiosi. Tutt’altro. Ma non vi è pagina che non sia attraversata da un puntiglio riflessivo. La sua è una letteratura di idee, benché incarnate in personaggi e storie. La guerra dei figli (Garzanti) racconta un decennio fondamentale per la nostra storia attraverso la vita di due sorelle della buona borghesia torinese, accomunate dalla voglia di sperimentare la nuova libertà che annusano nell’aria. In loro comincia una “guerra”- senza prigionieri - contro gli adulti, benché declinata in modi diversi. Nel ’67 Emma, più docile e tollerante, ha 13 anni, Maria, spavalda e radicale, ne ha 17. Maria fugge di casa e va in una comune. Poi diventerà una terrorista, compierà azioni efferate e finirà in un esilio coatto. Emma invece si distacca dalla famiglia lentamente e senza traumi, studia lingue orientali a Venezia, prova a fare la giornalista a Roma, un po’ mescolandosi anche lei alla politica ma sempre in modo distaccato, e infine la troviamo - negli anni 80 (quelli della seconda e funesta modernizzazione ) - a Milano 2, a scrivere testi per un varietà tv, tra ex sessantottini in carriera. Vera protagonista del romanzo è lei, Emma, vulnerabile e ostinata, anticonformista (benché in modi non gridati) e a tratti velleitaria, decisa a esplorare le complicate relazioni con l’altro sesso (la pagine sugli amplessi e i dialoghi della coppia costituiscono una specie di minitrattato psico-morale). Quando resta incinta si impunta nel volere il figlio (che si chiamerà «Bambino»). Il suo spirito di rivolta, che sempre caratterizzerà ogni adolescenza, non assume forme esplicite , come accade invece alla sorella. Un po’ come l’autrice, Emma ha un rapporto meditativo con la vita (tiene un diario), senza perciò difendersi dalla varietà tumultuosa dell’esperienza. Solo vuole darle una forma, estrarne un significato comunicabile. Nell’ultima lunga lettera dall’estero Maria spiega a Emma le sue ragioni. Lo fa in modo convincente ma continua a usare un linguaggio gergale. E soprattutto tende a identificare la realtà con la lotta di classe, l’ideologia, l’impegno politico, la violenza, precipitando così nella irrealtà. Ecco, questo romanzo ci aiuta a capire il limite oltre il quale una cosa buona (il bisogno di rivoluzione) diventa una cosa cattiva (censura su ogni sentimento, pretesa di raddrizzare la natura umana stessa, negazione dell’altro). Cosa è più “reale”, l’azione brutale e istantanea, apparentemente risoluta, con cui Prima linea eliminava in pochi secondi un presunto nemico di classe, o i tempi lunghi - fatti di attesa, cura, pazienza amorevole, con cui una donna fa nascere un bambino, e poi lo alleva, educa? Alla fine la letteratura ci restituisce una idea di realtà ben più vera di quella offerta dalla politica, dai media e dalla pubblicità. E unicamente in ciò consiste il suo “impegno”. di Filippo La Porta 27 novembre 2009
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