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Coppola penetra nei meandri della consanguineità con lo stile visionario di Apocalypse now
In L’estetica della settima arte Ricciotto Canudo scrive che le arti fondamentali sono l’architettura e la musica; la pittura e la scultura sono i complementi della prima; la poesia è lo sforzo della parola; la danza lo sforzo del corpo per diventare musica. Poi è nato il cinema, l’“arte plastica in movimento”, la “settima arte” che le riassume tutte e sei. Non da oggi questa tesi, che nel 1927 poneva il cinema sul gradino più alto, elaborata in francese da un emigrante di Gioia del Colle, che gli intellettuali parigini chiamavano le baresien, ha fatto il suo tempo e non trova più credito presso i teorici del cinema; però ci è tornata in mente, vedendo l’ultimo film scritto e diretto da Francis Ford Coppola, intitolato Tetro, in Italia tradotto Segreti di famiglia, titolo che non tradisce quello originale, poiché di segreti tratta appunto la pellicola, segreti che riguardano due fratelli, o presunti tali, Tetro e Bennie, i quali si erano persi di vista da tempo immemorabile e si ritrovano a Buenos Aires, in casa del primo, il maggiore.
Trattandosi, come detto, di segreti, non vogliamo togliere agli spettatori il piacere di scoprire cosa nascondono. Tutt’al più possiamo avvertirli che non è, come il titolo lascerebbe immaginare, un film a carattere intimista, al quale, per svolgersi, sono sufficienti i vani di un appartamento. Coppola realizza qualcosa di profondamente diverso anche da Torno a casa stasera e da La conversazione, i due precedenti, che grosso modo potremmo ascrivere nella categoria dei film intimisti. Di precedenti egli cita soltanto Rusty il selvaggio, dicendo che tra i due film esiste un «legame spirituale». Sembrerà un paragone folle, ma l’unico legame, lo abbiamo trovato con Apocalypse now, poiché anche Segreti di famiglia si avvale di un linguaggio visionario, ma lineare, dove ci si può attendere a ragione qualsiasi rottura di stile, persino di genere. Se è certamente lecito definirlo un dramma familiare, si tratta, in realtà, di un “melodramma apocalittico”, che ci riporta per l’appunto alle tesi di Ricciotto Canudo. di Callisto Cosulich 27 novembre 2009
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