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Un testo contro la mafia che inavvertitamente trasforma i boss in eroi shakespeariani
“Parole d’onore” è, come il titolo suggerisce, una serie di discorsi e ragionamenti di mafiosi, da Tommaso Buscetta a Totò Riina, Gaspare Mutolo, Michele Greco, Bernardo Provenzano. In scena al Piccolo Eliseo, lo spettacolo del giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni, tratto dal suo omonimo libro, vorrebbe essere - come si spiega nel programma di sala - «la rappresentazione, senza retorica e senza compromissioni culturali o ideologiche, di un “altro mondo”: quello della Cosa nostra siciliana». Encomiabile intento. Tuttavia non tiene conto del fatto che la scena teatrale produce degli effetti che la letteratura non contempla. “Dire” la parola, performarla, anziché leggerla, immergere i personaggi in luci soffuse e penombre, costruire sul testo una regia (di Manuela Ruggiero) e un’astuta strategia di comunicazione, significa elevare, anche senza volerlo, i protagonisti a dignità eroica. L’attore principale, Marco Gambino, fa il suo mestiere ovviamente, ci aggiunge del suo, cerca interpretazione e accenti suggestivi, arriva a imitare la voce di Peppino Rinaldi, il grande doppiatore di Marlon Brando nel Padrino.
Un articolo di Repubblica uscito in occasione delle rappresentazioni ad Edimburgo dello spettacolo, incomincia con questa spontanea e opportuna osservazione: «Così malvagi e così sanguigni da sembrare personaggi shakespeariani». Una nota teatralmente e drammaturgicamente positiva: personaggi quindi affascinanti, avvincenti, concepiti per sedurre gli spettatori. Attilio Bolzoni stesso cade nella trappola di un’inconsapevole celebrazione in un suo intervento del 7 settembre 2008, sempre sulla stessa testata: « Non è solo un linguaggio e non è solo un codice quello di mafia: è esercizio d’ intelligenza, esibizione permanente di potere». “Esercizio d’intelligenza”. Al di là del cattivo gusto di scrivere di se stessi e delle proprie opere sulla gazzetta per la quale si lavora (pessima costumanza nel giornale di largo Fochetti), Bolzoni sembra da questo spettacolo preda (assieme a regia e protagonista) d’un inconscio incantamento. Innamorarsi dell’argomento di cui d’abitudine ci s’occupa è una sorta di malattia professionale del cronista, in ispecie di nera o di mafia, condizione di per sé non grave e simile al tabagismo: può rendere la voce di un cantante rauca e sensuale, può provocare l’enfisema. Il teatro, che evidentemente l’autore non maneggia con sufficiente perizia, vuole consapevolezza di quanto si fa, per esempio nel trattare le figure dell’eroe e dell’antieroe in modo da non fare confusione.
Perciò questo allestimento riporta alla memoria le parole del pm della Procura di Palermo. Roberto Scarpinato, a proposito delle fiction sulla mafia, parla di «un sistema che orienta la produzione, canalizzando le risorse solo sui film e le fiction “innocui” o, peggio, depistanti». E spiega: «Mentre sceneggiatori continuano a proiettare catarticamente il male di mafia sul monstrum (colui che viene messo in mostra) - Riina, Provenzano, Messina Denaro, i Casalesi - elevato a icona totalizzante della negatività, centinaia di processi celebrati in questi ultimi quindici anni hanno raccontato un’altra storia della mafia, sacramentata da sentenze passate in giudicato. Un’altra storia intessuta di centinaia di delitti, di stragi di mafia decise in interni borghesi da persone come noi, che hanno fatto le nostre stesse scuole, frequentano i nostri stessi salotti, pregano il nostro stesso Dio... Un’altra storia che ha dimostrato come la città dell’ombra - quella degli assassini - e la città della luce, abitata dalle “persone perbene”, non siano affatto separate ma comunichino attraverso mille vie segrete, tanto da rivelarsi come due facce dello stesso mondo». Di queste “persone perbene” lo spettacolo non si interessa. Preferisce parlare del facile, dell’ovvio, additare il pus senza preoccuparsi della cancrena. Una scelta. Legittima. Scarpinato chiama in causa «la responsabilità di tutti coloro che lavorano nel mondo delle fiction e del cinema». E anche del teatro, è il caso di aggiungere. di Marcantonio Lucidi 27 novembre 2009
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