«Siamo la sesta economia del mondo», si vanta il premier. Ma siamo ventottesimi per Pil pro capite. Ecco come con i dati si può falsificare la realtà di Antonio Frenda
na storiella racconta di uno statistico che, non sapendo nuotare, annega in un lago alto mezzo metro. In media. Oggi, per chi fa questo mestiere, è facile trovarsi sul lato del fondale alto tre metri, da dove è impossibile cogliere i fenomeni nella loro interezza, in una società sempre più variegata. Gli indicatori statistici sono indizi per comprendere i fenomeni nella loro interezza. Ma per raggiungere questo obiettivo è necessario considerare i dati nel tempo e metterli in relazione tra loro. Altrimenti rischiamo di annegare in un mare di falsità. Come quelle che sommergono il nostro dibattito pubblico, gli interventi (o spesso i vanti) dei politici e i titoli dei giornali. Facciamo qualche esempio: nelle scorse settimane il premier Silvio Berlusconi ha affermato, con orgoglio, che l’Italia figura al sesto posto nel mondo per quanto riguarda il Prodotto interno lordo (Pil) complessivo. I giornali hanno rilanciato a titoli cubitali la notizia, senza rilevare che l’Italia è situata solo al 28esimo posto nella graduatoria del Pil pro capite, considerando il potere di acquisto nei singoli Paesi (dati Fondo monetario internazionale, ottobre 2009). Un’analisi corretta non può non trattare, tra gli altri indicatori, i valori pro capite. Anche se la conseguenza può essere un brusco risveglio dai sogni di grandeur.
Ancora un caso: l’osservazione dei dati forniti dall’ultima indagine Istat sulle forze di lavoro indica che il tasso di disoccupazione aumenta, passando dal 6,7 per cento del secondo trimestre 2008 al 7,4 del secondo trimestre 2009; esso è però pari al 12 per cento nel Mezzogiorno. Anche il tasso di attività (cioè il rapporto tra le persone appartenenti alle forze di lavoro - occupati e disoccupati - e la popolazione in età da lavoro) nel secondo trimestre 2009 si posiziona al 62,6 per cento a livello nazionale, e solamente al 51,2 nel Sud. Dire che l’Italia ha un tasso di disoccupazione che non risulta significativamente più alto della media europea, come spesso accade nel nostro Paese, è un’affermazione insufficiente. Occorre completare tale frase rilevando come nel Mezzogiorno il tasso schizzi a livelli anomali in rapporto alla media europea.
Quando sentiamo parlare di medie, ci si riferisce a valori che cercano di sintetizzare una realtà che cambia nel tempo: ad esempio, la media di un fenomeno, relativa agli ultimi dieci anni, può contenere diverse sfaccettature di una realtà sociale o economica in evoluzione. Quando si leggono i dati è quindi importante capire se si fa riferimento a dati storici e tener presente la durata della serie temporale di riferimento. Ma anche capire bene di cosa si sta parlando, quali sono le categorie di riferimento delle statistiche. Ad esempio: la stima dell’incidenza della povertà assoluta, cioè la percentuale di famiglie povere sul totale dei residenti in Italia, è aumentata significativamente dal 2005 al 2008 per i nuclei con almeno un figlio minore, a fronte di una sostanziale stabilità del fenomeno per gli altri nuclei familiari considerati. Anche in questo caso, se qualcuno volesse dare un’immagine rassicurante potrebbe fermarsi a dire che “la povertà in Italia è un fenomeno che non presenta variazioni particolari negli ultimi anni”. Tale affermazione rappresenta, però, un inganno per chi ascolta o legge. Infatti non contiene la specificazione “tranne che per le famiglie con almeno un figlio minore”. Inoltre, le differenze nel livello di povertà relativa sono evidenti all’interno del nostro Paese: in Italia, tra il 2003 e il 2008, la povertà raggiunge al Sud valori prossimi al 23 per cento, mentre a livello nazionale balza all’11. È dunque essenziale, per chi fa comunicazione, spiegare le statistiche in maniera dettagliata, per evitare ogni abuso dei dati. Chi conosce bene il linguaggio può stravolgere il senso di un discorso estrapolandone alcune parti. Lo stesso avviene nella statistica. Accade così che lo stesso dato venga letto in maniera opposta da due parti politiche. La soluzione, per il lettore “adulto”, è semplicemente quella di leggere la fonte. Nei comunicati statistici ufficiali vi sono in genere nella prima pagina delle tabelle riassuntive del fenomeno, seguite da altri dati più specifici. Leggerli tutti non è una perdita di tempo. D’altronde è il paziente o il medico a decidere quali analisi fare?
L’elenco di errori è molto lungo. E molti gli strumenti in mano a chi vuole confondere fenomeni diversi, talvolta per mancata conoscenza delle realtà economiche o sociali, più spesso per ingannare la realtà stessa. Ad esempio, in relazione all’attuale crisi economica, si dice spesso che essa si manifesta a livello mondiale e l’Italia ne viene colpita solo indirettamente. Ciò è vero, ma allora perché l’economia italiana è quasi ferma da anni? Bisognerebbe forse aggiungere che la crisi italiana è strutturale. Ed è iniziata molto prima del crollo del fallimento di Lehman Brothers: nell’anno 1995, il reddito italiano pro capite era superiore di circa il 3,5 per cento a quello medio relativo ai quindici Paesi della Ue; nel 2008 è invece sceso sotto la media del 10 per cento. L’italiano medio si è, dunque, impoverito quasi di 1 punto percentuale all’anno in rapporto agli altri membri dell’Unione europea e le retribuzioni medie italiane si collocano solamente al 23esimo posto della classifica dei 30 Paesi dell’area Ocse. Le buste paga sono più pesanti in Gran Bretagna, Usa, Germania, Francia. Ma anche in Grecia e Spagna, come evidenzia chiaramente l’ultimo rapporto Ocse sui salari.
Talvolta, gli indici statistici evidenziano come i dati a disposizione non siano sufficienti a rappresentare la realtà: è il caso del tasso italiano di incidenza degli infortuni sul lavoro dell’Inail (senza che l’Istituto in questione abbia alcuna colpa in proposito). Infatti, le regioni dove l’economia sommersa è più diffusa (quelle del Sud) tendono ad avere una più bassa percentuale di infortunati, rispetto al totale nazionale. Il tasso infortunistico nel Sud risulta in genere inferiore al 4 per cento, mentre in regioni dove il ricorso al lavoro irregolare è minimo, come l’Emilia Romagna, supera paradossalmente tale percentuale. Poiché è difficile sostenere che il lavoro irregolare abbia effetti benefici sul numero di infortuni, è legittimo affermare che nel Sud gli infortuni sul lavoro rimangono sconosciuti all’ente previdenziale.
Concludendo, può essere interessante aggiungere qualcosa sul più importante e controverso dato statistico: il Prodotto interno lordo. Il Pil, come ha spiegato di recente anche la Commissione creata da Nicolas Sarkozy per studiare un indice alternativo della crescita, fatica sempre più a riflettere il livello di benessere dei sistemi economici. Su molti giornali si è fatto riferimento a indicatori sostitutivi del Pil: tra questi, ad esempio, la ricchezza (che comprende la somma delle proprietà al netto dei debiti). L’Italia, che figura solo al 28esimo posto nella graduatoria del Pil pro capite, è all’ottavo posto per ciò che concerne la ricchezza netta pro capite. Sopra Paesi come la Francia, la Germania, l’Australia e quelli scandinavi. Ma dalle stelle alle stalle, la strada è talvolta breve. Il Pil, che rappresenta il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un Paese in un certo tempo, permette di misurare l’andamento di un’economia anche a prescindere dai risultati raggiunti nel passato remoto; la ricchezza, invece, ha come suo pilastro i beni posseduti dalle famiglie e non valuta quello che è successo nel passato più recente. Valuta la proprietà della casa (e il suo valore salito alle stelle) più della miseria dei salari. La ricchezza pro capite non è in grado di riflettere, dunque, problemi come la precarietà, i danni della crisi, la scarsa mobilità sociale, l’aumento della forbice nella distribuzione del reddito. Inoltre, la ricchezza si erode se un Paese non produce. E il rischio per l’Italia è evidente. Insomma, nessun dato statistico, neppure il più rigoroso, è sufficiente per comprendere fenomeni complessi. Per sapere qualcosa di più sull’Italia sarebbe utile un’analisi congiunta su Prodotto interno lordo, ricchezza, povertà e salari: un’utile strumento per capire dove siamo oggi e dove eravamo. Il risultato darebbe qualche dispiacere ai politici di turno. Ma il povero statistico si salverebbe dall’affogamento. E con lui il dibattito pubblico di un Paese democratico. 20 novembre 2009
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