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Derivati, la rivincita Stampa E-mail
Passata la fase acuta della crisi, i principali colpevoli del corto circuito finanziario stanno tornando sul mercato. Non solo negli Usa ma anche in Asia. Perché, malgrado gli annunci, non sono mai stati regolati
di Emanuele Bompan

Sono stati definiti armi di distruzione di massa, stregoneria finanziaria, incantesimi, malefici, omicidi, flagello divino. Sono stati i responsabili principali della crisi finanziaria più distruttiva della storia dell’umanità. Sono stati messi alla gogna. Per poi tornare tra noi. Stiamo parlando dei derivati, lo strumento finanziario più controverso, complicato e rischioso mai creato. Semplificando - ammesso che sia possibile viste le complicate regole matematiche per calcolare il rischio e il profitto collegati - i derivati possono essere definiti strumenti il cui prezzo si basa sul valore di mercato di altri beni (azioni, indici, valute, tassi, ecc.). Esistono derivati strutturati per ogni esigenza e basati su qualsiasi variabile, perfino la quantità di neve caduta in una determinata zona. Tra le finalità d’impiego si annoverano la speculazione e la copertura di un rischio (hedging). Alcuni sono strumenti consolidati come i future, altri più rischiosi, come i Credit default swap (Cds) o i cosiddetti “esotici”, basati su algoritmi iper complessi, veri mostri di ingegneria finanziaria, il cui sapere è gelosamente custodito dai sacerdoti di Wall street. Dal 1997 al 2008 sono aumentati a dismisura, raggiungendo valori nozionali - di reale qua non c’è nulla - stellari. Nonostante le critiche e i dubbi di molti economisti come Nouriel Roubinì, i guadagni multimiliardari hanno progressivamente tolto qualsiasi freno inibitorio agli speculatori. Fino al collasso.

All’indomani della crisi, banche centrali e governi di mezzo mondo si sono adoperati ad accusare prontamente questi strumenti per evitare il peggioramento della catastrofe, chiamando gli istituti centrali a regolamentare al più presto questi mercati. Il 13 maggio Obama fece un annuncio fondamentale per regolamentare il mercato dei derivati, in particolare i Cds, responsabili del collasso del gigante assicurativo Aig. Ancora il 13 agosto la Casa Bianca riconfermò l’intenzione di legiferare in proposito. Fino a oggi, però, nulla di fatto. È bastato poi che i mercati finanziari, iniettati di denaro delle banche centrali, trovassero un poco di calma nell’oceano burrascoso dei mercati, per tornare a impiegare derivati di ogni tipo, in qualche caso anche più rischiosi.
«Il governo ha stabilito di creare delle clearinghouse (istituti di sorveglianza) per monitorare prodotti come i Cds». spiega l’editorialista del New York Times, Gretchen Morgenson. «Queste clearinghouse sono in parte controllate dalle banche. Pensate che questi esiteranno per un istante a lasciare una linea veramente lucrativa per un business meno profittevole? Come potranno affermare che i derivati esotici migliori non otterranno l’approvazione al trading?». Le briglie sono corte e il cavallo scalpita. «I mercati stanno trovando una nuova esuberanza con profitti colossali che provengono dal trading - precisa Stefano Gatti direttore della BSc Economy and finance dell’università Bocconi di Milano -. Non vedo però necessariamente l’arrivo di nuovi strumenti pericolosi. Il volume dei derivati sembra essere invariato ma si segnala, da parte delle imprese e delle amministrazioni, una maggiore attenzione. Si cercano strutture contrattuali meno complesse, prodotti più semplici da prezzare e soprattutto utilizzabili solo in contesti appropriati. Infine è inevitabile che le grandi banche abbiano posizioni all’interno delle clearinghouse».

I detriti del terremoto degli investimenti falliti sono ancora sul suolo. Come a Milano, dove lo scandalo dei derivati tossici acquisiti dal Comune ha riempito di inchiostro in questi giorni le pagine di finanza locale. Truffa, questa l’ipotesi di reato secondo il procuratore aggiunto Alfredo Robledo che ha chiesto al tribunale di mandare a giudizio 11 banchieri (tutti appartenenti a istituti stranieri: Ubs, Deutsche, Jp Morgan e Depfa) e due ex manager comunali. Un azzardo costato ai cittadini 174 milioni di euro. Il fatto che questi prodotti derivati siano ancora sul mercato non tranquillizza nessuno: la pandemia dei derivati esotici potrebbe ripetersi. Il valore dei derivati nelle grandi banche rappresenta ancora in media il 20 per cento dei bilanci. I primi 25 istituti bancari americani hanno incrementato nella prima parte del 2009 il valore nozionale di altri 1.500 miliardi, portando il totale alla stratosferica cifra di 203mila miliardi di dollari. Ovvero tre volte il Pil globale: numeri che mostrano come i mercati abbiano ancora sete di questi prodotti. L’Italia rimane poco esposta in questo settore, soprattutto nelle attività chiamate “livello 3”, quelle più pericolose, in quanto slegate da un mercato di riferimento. «Sono elementi incontrollabili. Noi li evitiamo», ha dichiarato Massimo Mao, operatore della Banca d’Alba, un istituto bancario tradizionale. «Eppure ora che la crisi sta finendo tutti torneranno a questi prodotti. I guadagni sono più rapidi. Rendono: perché qualcuno dovrebbe farne a meno e non prendere il rischio?». «Il problema dei derivati non è solo la quantità o la qualità ma la finalità. C’è un’enorme differenza se i derivati sono usati per copertura o per speculazioni - precisa Gatti - ed è soprattutto il secondo tipo quello più pericoloso».

Se non ci fossero predatori nel mercato speculativo globale sarebbe perfetto. Il problema è che, invece di essersi estinti, dopo la crisi sono rimasti e ancora più agguerriti. Secondo alcuni analisti, proprio in questi mesi, prima di un eventuale arrivo di regolamentazioni più ferree, potrebbero farsi ancora più aggressivi. Le soprese peraltro potrebbero arrivare da piazze lontane da Londra o Wall street. A livello globale, infatti, i derivati si stanno diffondendo nelle nuove piazze finanziarie come il Bombay stock exchange, il Korea Se e il Nasdaq Dubai. In Asia c’è una evoluzione progressiva dell’utilizzo di derivati da parte di questi operatori, grazie anche all’impiego di sistemi sempre più sofisticati e mercati più complessi. Sarebbe utile analizzare però se vengono usati per copertura o per speculazione. Persino nelle piazze islamiche (Barhein, Beirut), i derivati si fanno strada: la sete di nuovi mercati sta spingendo alcuni operatori nel settore del banking islamico a introdurre alcune tipologie di prodotti legati all’hedging. La finanza islamica proibisce di fatto il ricorso all’interesse nelle transazioni finanziarie, in quanto gli utili sono considerati legittimi solo se generati da una condivisione completa del rischio dell’investimento. Il capo della divisione Islam banking della svizzera Ubs ha dichiarato però che è possibile strutturare prodotti in linea con il quadro giuridico della sharia. Un mercato che suscita molto interesse per operatori in cerca di nuovi investimenti.

Persino la green economy ha i suoi nuovi derivati. Da quelli legati ai tradizionali mercati energetici ai nuovissimi future connessi all’emission trading, per finire con il nuovo mercato dei weather derivative, i prodotti legati al cambiamento climatico e ai suoi effetti (siccità, alluvioni) per tutelare il depauperamento dei raccolti. Insomma, a Wall street nessuno fa segreto che ora che i mercati sono tornati in gran forma nessuno si negherà incassi stratosferici, sfidando l’ebbrezza dei mercati e del rischio. La riforma finanziaria globale, dalla tassazione alle transazioni, fino alla creazione di agenzie di controllo indipendenti, è urgente più che mai. 

20 novembre 2009

 
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