Nei Centri di identificazione ed espulsione la violenza ha vari nomi. Dalla coercizione fisica a quella psichica si arriva a negare anche la tutela della salute di Rossella Anitori e Rocco Vazzana
Il manganello non è il solo mezzo che lo Stato ha a disposizione per esercitare il proprio potere di coercizione. Nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) italiani può accadere di tutto. E la violenza può assumere forme diverse. Più che nelle carceri è difficile riuscire a reperire informazioni certe di ciò che avviene all’interno. Le voci di chi è recluso nei Centri parlano di maltrattamenti e umiliazioni. «Ogni sera ci sedano col Minias - denuncia un detenuto del Cie di Ponte Galeria a Roma che chiede di rimanere anonimo - una medicina molto potente che ci fa dormire». Il farmaco in questione rientra nella categoria delle benzodiazepine, che il bugiardino definisce sedativo-ipnotico, «indicato soltanto quando il disturbo è grave e provoca notevole disagio al paziente», perché presenta numerose controindicazioni e facile dipendenza. La gestione dei Centri non è trasparente. A partire dalle modalità con cui le persone vengono rinchiuse. Se in una normale prigione, infatti, finisce chi ha commesso un reato “classico” rigidamente stabilito da un corpus giuridico, in un Cie, invece, entra l’immigrato che ha come unica colpa quella di non essere in possesso di un documento di riconoscimento. Reato “moderno” stabilito dal Pacchetto sicurezza.
E non è raro essere sprovvisti di documenti se ad esempio stai scappando da una guerra, un regime dittatoriale o dalla fame. Ma capita spesso di trovare all’interno dei Cie anche persone che proprio non dovrebbero starci, per legge. È il caso richiedenti asilo, che dovrebbero essere ospitati in strutture differenti, non militarizzate, come i Cara (Centri d’accoglienza per richiedenti asilo).
Eppure nei Cie italiani il diritto si calpesta molto facilmente. «Spesso segnaliamo alla questura casi controversi - spiega Simone Ragno, consulente del garante dei detenuti della Regione Lazio che presta servizio presso il Cie di Ponte Galeria a Roma -. Molte volte, ad esempio, ci sono legami di parentela con persone italiane. Questi detenuti non dovrebbero stare qui, bisognerebbe riconoscere loro il diritto al ricongiungimento familiare. La cosa assurda è che viene contestato il reato di clandestinità anche a chi vive nel nostro Paese da molti anni e che magari ha creato in Italia una famiglia». E per la legge voluta dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, un clandestino in attesa di identificazione può essere trattenuto in un centro fino a 6 mesi. Centottanta giorni di limbo giuridico che sospendono il destino di migliaia esseri umani. A ciò si aggiunge il ping pong tra carcere e Cie a cui sono sottoposti i clandestini. «Il nostro lavoro è soprattutto da ponte tra il centro e il carcere - prosegue Ragno -. La maggior parte dei detenuti maschi di Ponte Galeria proviene proprio dagli istituti di pena. Il grosso problema sta nel fatto che queste persone non vengono identificate in prigione, se così fosse al Cie rimarrebbero al massimo 10 giorni. A volte si sfiora l’assurdo. Di recente, ad esempio, ho seguito il caso di un uomo che si è trovato in questa condizione: è stato trattenuto nel Cie, una volta uscito è stato sorpreso dalle forze dell’ordine senza documenti ed è finito in carcere. Quando avrà finito di scontare la pena tornerà al Cie, è un gioco senza fine». Spesso, dunque, in nome della sicurezza, il rispetto della dignità umana passa in secondo piano. «Due giorni fa - racconta Alain (nome di fantasia) - sono caduto mentre ero in bagno. Il pavimento era bagnato e non c’era neanche la luce. Il medico mi ha detto che non ho niente di grave ma il ginocchio è gonfio e mi fa male. Non riesco ad alzarmi, ho chiesto le stampelle ma mi è stato detto che se non ce la faccio a camminare posso pure rimanere in cella».
Non è difficile passare sulla testa di un clandestino che, per definizione, vive di nascosto. E lontano da occhi indiscreti, in queste galere per migranti si consumano quotidianamente piccole e grandi ingiustizie. A parte i casi di violenze fisiche, più volte denunciate nei centri sparsi nella penisola, è il trattamento sanitario che preoccupa molti. Nella maggior parte dei casi, gli ambulatori sono gestiti dalla Croce rossa e, tranne il servizio di primo soccorso, sono totalmente assenti gli specialisti. E in una contingenza particolare, come quella attuale con l’allarme legato all’influenza A, le contraddizioni di un sistema debole escono, esplodono. A Ponte Galeria, venerdì scorso, un detenuto è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Spallanzani col sospetto di aver contratto il virus H1N1. In un luogo sovraffollato e promiscuo, come il Cie romano, il rischio pandemia è dietro l’angolo. Come avrà agito l’amministrazione della struttura per arginare il pericolo? «A noi che lavoriamo a contatto con i clandestini - afferma Simone Ragno - è stato consigliato di stare a distanza, visto che ci sono stati casi sospetti. Hanno parlato di un paio di casi di contagio. Ma un paio potrebbe voler dire anche più di due. Da quello che so io, non c’è stata alcuna vaccinazione degli altri detenuti, si sono limitati a trasferire le persone a rischio. La Croce rossa dice che sta facendo tutto il possibile per risolvere questa situazione ma al momento non si muove nulla. D’altronde quando si verificano episodi del genere, come in passato con la tubercolosi, si provvede all’allontanamento dei contagiati. Controllare tutti i detenuti non è semplice». Controllare i detenuti non sarà semplice ma se lo Stato prende in custodia degli esseri umani è responsabile di tutto ciò che potrebbe accadere loro. E per chiedere attenzione, i detenuti hanno portato avanti per due giorni uno sciopero della fame. Anche perché, turbati dal malessere improvviso di un loro compagno, portato d’urgenza in ospedale, si era diffusa la voce che fosse morto.
«Ho incontrato il vicedirettore del Cie - racconta la consigliera regionale Anna Pizzo che si è recata in visita al Centro - e ho chiesto spiegazioni su questi casi. Mi è ha detto che una persona ha avuto un’ischemia cerebrale ed è ancora in prognosi riservata al San Camillo, e ha confermato il caso sospetto di influenza suina. A ogni modo, le condizioni di detenzione sono pessime. Il vicedirettore ha ammesso che nel Cie non funzionano i riscaldamenti e non ci sono coperte sufficienti per i detenuti. Non funzionano neanche i bagni, e alcuni reparti, soprattutto quelli femminili, sono stati chiusi». Diritti negati, indifferenza e violenza: piccole Guantanamo made in Italy. 20 novembre 2009
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